Figlia di un soldato tedesco. È così che in famiglia tua ti hanno sempre chiamata. Figlia di un tedesco. Ti guardavi allo specchio e ti chiedevi come mai proprio tu, tra tutti i fratelli e le sorelle, dovessi essere nata con quei capelli dal colore così chiaro.
Tedesca, tedesca! Te lo ripeteva anche il mio bisnonno, quel simpatico vecchiaccio un po’ fuori di testa, comunista fino al midollo, che una bella mattina decide di dimostrare a se stesso e al mondo di essere un vero attivista e, in barba all’assoluto divieto dei suoi superiori, si presenta in fabbrica con l’Unità sotto braccio. Quando arriva il caporione di turno lui è lì, ritto in piedi a leggersi un articolo sicuramente interessante. Tempo due secondi e dai piani alti l’hanno già licenziato. A lui ovviamente non frega un bel nulla: meglio essere cacciati via a pedate piuttosto che rinunciare alla lotta per la causa.
È sicuramente un personaggio singolare, l’uomo che contribuì a metterti al mondo. Singolare e buffo, una sorta di leggenda che ancora aleggia e si fa viva tra le mura della nostra casa. Tu lo ricordi ancora come un padre pieno zeppo di ottimi sentimenti, a cui purtroppo il destino regalò un’indole incapace di riuscire a dimostrarteli. “Iera bon, ma no teo fazeva mai capire!”. Era buono, ma bisognava indovinarlo.
A posteriori, posso dire che ti capisco bene. Io e te coi padri siamo sempre stati piuttosto scarognati: ne abbiamo avuto uno a testa e nessuno dei due è mai stato capace di amarci. Non per cattiveria, eh, non sono due brutte persone gli uomini che ci hanno in parte generato. Il fatto è che alle spalle avevano, anzi hanno, entrambi un passato poco felice, che di fatto gli impediva e gli impedisce di mettere in pratica quell’affetto che avremmo tanto desiderato. L’amore si impara col tempo e con l’esperienza, ma se nessuno te lo insegna prima è ben difficile che tu possa poi praticarlo.
Tu me lo ripetevi sempre: “Bisogna portar pasiensa, ea vita ze senpre più dura, tanto vae che teo sapi!”. Non lo dicevi e non lo dici per mettermi le spine sotto il sedere. Se ti comporti così è solo perché sai che in fin dei conti vivere al mondo è qualcosa di assai complicato. Lo era per te come lo è per tuo nipote, anzi tua nipote perché per te giustamente io sono ancora una femmina, non oso immaginare come la prenderesti se ti rivelassi che in realtà io mi sono sempre sentito più che altro un maschio. Forse, chissà, piangeresti, oppure magari mi diresti che a te non frega proprio niente e che uomo o donna mi amerai per sempre, tanto alla fine quel che conta è che anch’io ti ami.
Di bene te ne ho sempre voluto tantissimo, questo credo tu lo sappia anche meglio di quanto lo capisca io o di quanto lo intenderanno gli altri. Mi sei sempre piaciuta un casino, fin da piccolo in gran segreto fantasticavo di poter avere te al mio fianco come consorte, era bello quando fingevi di essere la mia sposa all’altare, camminavamo fianco a fianco intonando la marcia nuziale.
Allora io già non assomigliavo a ciò che dovrebbe essere una bambina. Mi piacevano i vestiti da uomo, passavo ore a provare e riprovare il cappello di mio zio, quello nero con lo stemma ricamato in oro, prezioso, imperituro ricordo di quando aveva svolto il servizio militare. Le Barbie mi interessavano poco, o meglio mi interessavano nella misura in cui potevo usarle per inventare storie di spedizioni nella giungla e nella foresta dove sicuramente viveva Mowgli, uno dei miei personaggi preferiti. Ho sempre adorato i cartoni animati. Anche lì, guai al mondo a propormi di essere l’eroina. Io volevo essere il principe, nonna nasconditi che c’è il drago! Alla fine arrivavo sempre io e riuscivo immancabilmente a salvarti.
C’è una strana bellezza, nel rimembrare certi aneddoti. A volte mi chiedo sinceramente se forse non fosse già tutto racchiuso lì, in quei giochi infantili, in quella volontà di essere unici, noi due soli, non ci serviva nessun altro. Tu eri l’unica a cui permettevo di avvicinarsi a me fino al punto di tenermi stretta. Da piccola non accettavo nessun altro, se volete che mi addormenti la nonna deve leggermi le storie e accarezzarmi il braccio!
Quanta pazienza avevi in quei momenti! Pazienza, perseveranza e amore, perché io quella storia lì dei pirati la volevo sentire fino in fondo, e guai a dire una parola diversa o a saltare una riga per far più presto! Lo stesso valeva per i giornalini dei dinosauri: a te facevano schifo – i me pare dei bise, tesoro! – ma per amor mio accettavi sempre di sfogliarli. “Ghe voe pasiensa, ghe voe pasiensa!”.
Quando a casa o fuori qualcun@ parlava di me come di un essere troppo indecifrabile e timido, tu accorrevi subito a difendermi e a rassicurarmi. “Vedarì che dona che ea deventarà da granda!”. Alla fine più che una donna sono diventato un ibrido, ma forse tu lo sapevi e in cuor tuo stai solo aspettando che prenda il coraggio a quattro mani e che venga un po’ a parlartene. Ci siamo sempre detti tutto, in fin dei conti. Sei sempre stata la mia confidente preferita, l’unica a cui abbia raccontato cose che a nessun altro potrei mai rivelare.
Le cazzate più grandi le ho fatte quando non ti avevo vicino, o forse sarebbe meglio dire che le ho fatte proprio nella speranza che tu ti avvicinassi. La tua è sempre stata una presenza un po’ sfuggente. C’eri e non c’eri, spesse volte uscivi di casa, avevi bisogno di stare un po’ per conto tuo, di svuotare la mente, di lavorare su te stessa, di elaborare le situazioni, di parlare per conto tuo, di startene per i tuoi fatti. A essere onesti ho sempre trovato affascinante questo tuo modo di esistere. Nessuna delle nonne delle mie amiche era così fiera e indipendente. Nessuna aveva mai veramente il coraggio di anteporre i propri desideri a quelli dei nipoti e di tutti gli altri familiari.
Qui in Veneto abbiamo la cultura del lavoro stampata in fronte. Se se spaca ea schina e i se meti i schei soto al materaso! Per te il lavoro è sempre stata più che altro una via di fuga da una realtà che spesso ti faceva stare molto male. Pettinando i capelli altrui davi forma ai tuoi sogni e ai tuoi pensieri, anche adesso quando ti occupi dei miei si capisce che lo fai perché è un modo per prendere tempo, per pensare, per rilassarti. Io dal mio canto li lascio crescere lunghi apposta per questo: più sono folti e densi più spazio hai tu per riflettere, accarezzare, coccolarmi.
Hai sempre supplito alle mancanze di tenerezza dei miei, che sono assolutamente delle buone persone ma disgraziatamente per me non hanno mai saputo dimostrarlo coi fatti. Mi vogliono bene a modo loro – i ze fati cussì! – bisogna portare pazienza ancora una volta, stringere i denti, abituarsi, andare avanti sereni, rassegnarsi. Accettarlo. Non è colpa loro se sono così. Non è colpa mia se a volte avrei desiderato qualcos’altro.
Il giorno del mio coming out mia mamma urlava come un’ossessa. Mio padre quando ha saputo tutto non ha detto una fava di niente. Alla fine si compensano benissimo. Una parla e si sfoga, l’altro tace e mastica amaro. Tu sei stata l’unica ad ammettere di non capirmi: “Come ze posibie…! Cussì, de punto in bianco…!”. Non riuscivi a fartene una ragione, della mia bisessualità che poi si è evoluta in pansessualità. Omeni, done, tuti quanti tei ciapi…!
Qui nella regione della Serenissima siamo molto brav@ a dare un nome semplicissimo alle cose più complesse e complicate. Tu però sei diversa. Col passare del tempo ti sei sforzata di fare un passo indietro, di uscire dallo schema che ti voleva nonna di un peccatore da bruciare all’inferno. Poco per volta hai cominciato a farti avanti per dimostrare che ancora mi volevi bene. Piano piano stiamo cominciando a raccapezzarci. Certo, lo ammetto, non è più come prima. Quando il cuore comincia a cedere, è difficile e strano trovare il perché e il per come di qualcosa che sotto sotto ci fa stare tanto male.
A volte mi pento di averti messa in una situazione, o meglio in tante situazioni così difficili, ma poi penso che forse tu sei e sarai sempre la sola e l’unica a cui certi strapazzi non faranno poi così male. “A ghe ne go passà tante, nea me vita…!”. Hai perfettamente ragione anche in questo, ne hai già passate tante, non c’è ormai quasi più nulla che possa davvero spaventarti.
A me a essere onesto però spaventa tanto lasciarti andare. Ogni tanto ti guardo, ti fisso, accarezzo la tua foto in bianco e nero che tengo sul comodino, quella di quando eri giovane e splendida, non quanto lo sei adesso ma quasi. La fisso e dico ok, quando non ci sarai più me la farò tatuare. La tua effige mi accompagnerà per sempre, anche se a te questa cosa sicuramente fa venire i brividi, non ti sono mai stati simpatiche le persone che si imbrattano il corpo di tatuaggi. I miei ancora fai fatica a vederli. Quando hai saputo che mi sarei fatto incidere la pelle per poco non mi hai dato del pazzo. “Par mì te poi farli, basta che no te mei fassi vedare!”.
Alla fine mi vuoi bene lo stesso, anche se sono uno stronzetto meticcio pieno di idee strane e indecifrabili. “Serte volte me domando cosa che te gavarè in chel sarveo mato…!”. Cosa ci sia nella mia testa non lo capisco nemmeno io. L’unica cosa che so con certezza è che senza di te a quest’ora non avrei mai raggiunto e passato le glorie dei miei vent’anni.
Nicole Zaramella
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