Zac, scrittore e mediatore rifugiato. La mia battaglia per la dignità e l’integrazione in Italia.
Oggi mi ritrovo senza un euro. Mi chiamo Zac. Il prossimo 1° agosto compirò 33 anni e scrivo da Perugia. Sono un mediatore e scrittore; prima di fuggire dal Marocco, avevo anche una carriera in crescita come content creator. Ho già due manoscritti completi di poesie di ispirazione spirituale, in cui racconto il mio percorso di vita.
Oggi ho speso i miei ultimi 19€ in lavanderia. Non so come pagare l’affitto né le prossime bollette, preferisco spegnere l’interruttore piuttosto che consumare acqua ed elettricità che non posso permettermi. Sono letteralmente a zero euro.
RIFUGIATO
Rifugiato: questo status non è una scelta, ma dopo una procedura giuridica viene riconosciuto da una commissione quando lo straniero ha un fondato timore di tornare nel paese di origine. Nel mio caso, è stato a causa del reato di omosessualità e di una serie di persecuzioni sociali. Non sono quindi un immigrato né un turista, e non ho nemmeno avuto la fortuna di essere uno studente internazionale come avrei voluto. L’Italia ora è la mia casa, l’italiano è la mia lingua. Mi sto impegnando per integrarmi, ma sarebbe giusto avere un minimo di condizioni favorevoli per potersi integrare e ricostruire la propria vita, dopo anni di traumi e violenze dai quali devo ancora guarire, invece di dover confrontarmi con sfruttatori, xenofobi, omofobi, burocrazia ostile e una società centrata sugli interessi personali.

L’ITALIA CHE IMMAGINAVO E L’ITALIA CHE HO TROVATO
Prima di arrivare, avevo iniziato a studiare il canto lirico, il violino e la letteratura italiana. Sognavo di vivere in una città artistica come Firenze e pensavo che avrei trovato Machiavelli e Alighieri a darmi il benvenuto. Poi sono arrivato a Capodanno del 2020, ma ho trovato una società impaurita, che si stava preparando per la chiusura totale voluta dal governo Conte durante la pandemia di COVID-19.
Ora, dopo quattro anni, mi meraviglio di come la mia vita sia ancora in cerca di un inizio per i miei progetti. Secondo il governo Meloni, la mia condizione è quella di un disoccupato di lunga durata, con un reddito annuale bassissimo, pari a 1.800€. Magari alcuni penseranno che non abbia voglia di lavorare, ma aspettate.
L’anno scorso ho svolto nove lavori nei settori del telemarketing, ristorazione e pulizie. Non snobbo niente; ho iniziato pulendo camere e gabinetti d’albergo, ma tutti erano lavori precari e in ambienti crudeli. Quest’anno, preso dalla necessità e dall’angoscia, ho iniziato ad accettare controvoglia lavori in nero, ma tutte le esperienze sono sempre andate male a causa delle stesse condizioni precarie e della disonestà dei datori di lavoro. L’ultimo ristoratore si lamentava dei contributi INPS, mentre nel giro di tre anni sta per aprire il terzo ristorante. Il penultimo era un albergatore, che dopo tre mesi di lavoro serio, mi ha detto insieme a sua mamma di 80 anni:
“Non siamo un ente di beneficenza e ci costi troppo per il contratto; se vuoi vieni a fare due ore gratis per imparare a fare bene il cameriere”.
Infine, il mio lavoro ufficiale di mediatore non è ancora retribuito, a distanza di un anno. La responsabile dell’agenzia per la quale ho lavorato non mi manda neanche un prospetto delle paghe e non mi spiega la causa del ritardo. Capite voi.
L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, ma il lavoro in Italia non ha dignità. Puoi lavorare, ma se vuoi regolarità e rispetto, ti escludono.
LA MIA BATTAGLIA NON È FINITA
A livello di studi, ho un percorso umanistico: diplomato in lettere moderne, parlo quattro lingue, sono laureato in italianistica, ho una qualifica professionale di mediatore interculturale e ora sono iscritto alla magistrale in comunicazione, che frequento con poca assiduità e tanta difficoltà.
A livello personale, sono l’unico membro del mio nucleo familiare. Non ho accesso a tante opportunità per il limite di cittadinanza o d’età, ma effettivamente sto iniziando a vedere rughe intorno agli occhi e peli bianchi. Ho perso due denti e ho dolori di schiena, e questo mi spaventa. Mi sembra di essere ancora in sala d’attesa nella mia vita a 32 anni.
All’Italia di oggi, che mi tratta da extracomunitario e che mi esclude dal welfare, domando: che tipo di vita posso costruire a zero euro? Come posso integrarmi senza un inserimento lavorativo? Devo abbandonare il corso di laurea per lavorare? Devo accettare di lavorare in nero? La risposta è no. E se mi dedicassi solo alla scrittura e al lavoro sociale, troverei opportunità lavorative retribuite? Opportunità editoriali? Forse, perché no. Devo andare a vivere al SAI? Sì, ma esiste un posto per me? Da un anno e mezzo mi rivolgo ai servizi sociali senza successo. Rispetto alle politiche sociali che applica il mio comune, devo arrivare al punto di ammalarmi mentalmente o diventare un drogato o senzatetto per meritare qualche sostegno concreto? L’unico aiuto che non mi è stato negato sono due pasti della Caritas per non morire di fame. Basta.
Zero euro significa zero autonomia, zero dignità. La mia battaglia non è finita, fra qualche giorno inizierò una nuova prova di lavoro e mi impegnerò a sostenere gli ultimi sette esami rimasti, a pubblicare il mio libro d’esordio. Continuerà la battaglia nella speranza di costruire una vita dignitosa, lontana dai trattamenti criminali da cui sono scappato.
Zaccaria Yassin
©2024 Il Grande Colibrì


