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Soprannominata “la città giardino”, Singapore è una città-stato del sudest asiatico, incastrata tra Malesia e Indonesia. È spesso presentata come una nazione economicamente prospera e dinamica, in cui convivono culture e religioni diverse. Ma dietro la success story neoliberista, c’è una società divisa tra il conservatorismo post-coloniale e le richieste di apertura sociale delle categorie marginalizzate, come le minoranze sessuali.

Lo scorso 28 febbraio, la Corte d’appello di Singapore ha respinto il ricorso di tre uomini: Johnson Ong Ming, Roy Tan Seng Kee e Bryan Choong Chee Hoong. Questi ultimi hanno fatto appello contro la decisione dell’Alta Corte di respingere, nel marzo 2020, i loro ricorsi contro la Sezione 377A, l’articolo del codice penale che punisce i rapporti sessuali tra uomini con una pena massima di due anni di carcere. La legge fu introdotta nel 1938 dalle autorità coloniali inglesi, quando l’isola e la vicina Malesia erano parte dell’impero britannico.

Gli uomini che sfidano la Sezione 377A e i loro avvocati. Foto di channelnewsasia.com (Remy Choo Zheng Xi, Ching S. Sia, Roy Tan)

Gli uomini che sfidano la Sezione 377A e i loro avvocati. Foto di channelnewsasia.com (Remy Choo Zheng Xi, Ching S. Sia, Roy Tan)

Le motivazioni della sentenza

Nel presentare le motivazioni della sentenza della commissione che presiedeva, il giudice Sundaresh Menon ha esordito spiegando che la Corte d’appello ritiene che

“[gli appellanti, ndr] non corrono attualmente nessun rischio reale e verosimile di incriminazione in base alla Sezione 377A. Pertanto”, spiega il giudice, “non hanno nessun motivo di proseguire con i loro ricorsi costituzionali contro il provvedimento”.

Ma tra le tante motivazioni (alcune particolarmente cavillose), la più interessante è quella che fa riferimento al contesto politico di Singapore. Nel 2007, il governo decise di non abrogare la Sezione 377A per risolvere pragmaticamente una questione socio-politica considerata divisiva. La decisione di allora “era [una decisione, ndr] legislativa motivata (…) dalla necessità del governo di trovare un compromesso ottimale tra gli interessi contrastanti della società, e di accogliere le diverse opinioni sull’omosessualità”, ha ricordato il giudice.
Questo compromesso, evocato dal giudice Menon, comporta da una parte il mantenimento di questa legge per accontentare la parte più conservatrice della città-stato; dall’altra l’introduzione di una postilla che garantisce – o per meglio dire, promette – che la Sezione 377A “non verrà applicata proattivamente” (cit.), per venire incontro alle richieste della comunità arcobaleno di Singapore.

La Corte d’appello ha fornito inoltre altre due motivazioni, che meritano di essere menzionate: il fatto che il diritto ad esprimere la propria “identità sessuale”, anche in privato, non è esplicitamente garantito dalla Costituzione; e il fatto che, dai dibattiti parlamentari in materia, si evince che “tante persone sensate valutano infatti la Sezione 377A come moralmente legittima” (cit.).

La Corte d’appello di Singapore ha confermato quindi la sentenza dell’Alta corte, in quanto la Sezione 377A non viola l’articolo 9, comma 1 della Costituzione del paese, il quale sancisce che nessuna persona deve essere privata della propria vita e della propria libertà personale, in conformità con la legge. Quello che però è evidente è che la massima autorità giudiziaria del paese ha scelto di non garantire l’uguaglianza di tuttə lə cittadinə davanti alla legge, scegliendo invece di conservare un compromesso politico fatto a svantaggio di una minoranza per accontentare la maggioranza. Di fatto, la Corte d’appello ha passato la palla al parlamento, come suggeriscono alcuni consiglieri dell’ufficio del procuratore generale di Singapore, i quali hanno definito la Sezione 377A “un argomento sociopolitico profondamente divisivo” che può essere risolto solamente dal potere legislativo e non da quello giudiziario.

Un piccolo passo su una strada molto lunga

Nonostante le rassicurazioni della procura generale e del governo sul fatto che questo articolo del codice penale non verrà applicato, associazioni come Pink Dot SG, e attivistə come Johnson Ong Ming, uno dei tre ricorrenti, sono rimastə profondamente delusə da questa sentenza, definendola una magra consolazione.

“Anche se l’inapplicabilità della Sezione 377A segna un piccolo passo avanti verso la libertà della comunità LGBTQ+ (…) ci vorrà ancora tanto tempo prima che la politica e la società riconoscano e accettino pienamente la comunità LGBTQ+”, ha affermato Ong Ming.

La strada verso l’inclusione della comunità LGBTQIA è ancora molto lunga. Secondo il rapporto di ILGA World sull’omotransfobia di stato nel mondo, pubblicato nel 2020, Singapore dispone di un vero arsenale legislativo che vieta la divulgazione e la rappresentazione delle minoranze sessuali sui media, pur avendo attuato delle timide misure contro l’incitamento all’odio omotransfobico. Inoltre, il sito internet del ministero dell’istruzione indica che il programma di educazione sessuale deve far conoscere allə studentə “la legge che riguarda gli atti omosessuali a Singapore” (cit.), ovvero la Sezione 377A.
Pare che educare le future generazioni all’omobitransfobia non sia una questione divisiva, nella città-giardino.

 

Stefano Duc
©2022 Il Grande Colibrì
immagine: elaborazione da foto di Undrey da iStock

 

Stefano Duc: “Nato a Firenze e laureato in lingue straniere e scienze della comunicazione, ho iniziato a fare attivismo nel 2020, mettendo a disposizione dell’associazione Il Grande Colibrì la mia passione per la scrittura giornalistica. > leggi tutti i suoi articoli

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