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Erano nell’ordine delle centinaia i fedeli musulmani che hanno manifestato di fronte alla Corte Suprema di Nairobi contro una recente sentenza che ha confermato il diritto delle persone LGBTQIA+ di formare associazioni non governative nel paese.

I musulmani infuriati affermano che la prossima marcia si recherà in parlamento a sostegno di leggi anti-LGBTQ più dure

I musulmani infuriati affermano che la prossima marcia si recherà in parlamento a sostegno di leggi anti-LGBTQ più dure. © Foto di /homas Mukoya / Reuters

I cartelli dei manifestanti riportavano slogan secondo i quali “LGBTQ non è cosa africana”, facendo riferimento al “colonialismo” e a una “ideologia” che sarebbe portata dall’Occidente corrotto. I tre giudici che hanno affermato il diritto della comunità LGBTQIA+ di associarsi, si dovrebbero “dimettere e pentirsi”.

Proteste a Nairobi contro il diritto di associazione di LGBTQIA+

©Foto di DW

In realtà, se c’è un lascito coloniale in Kenya, è proprio il divieto dei rapporti sessuali tra uomini, eredità dell’occupazione britannica, che nel paese, contrariamente a quello che è successo altrove, è ancora in vigore.

Il mese scorso, i tre giudici avevano deciso che la Commissione delle Organizzazioni Non Governative del Kenya aveva discriminato un gruppo LGBTQIA+, non permettendo loro di registrare la loro associazione con l’ente. Altri due giudici hanno dissentito, affermando che non poteva esserci discriminazione poiché le relazioni omosessuali sono illegali in Kenya.
Il Presidente, William Ruto, pur riconoscendo che le leggi, la cultura e le religioni del paese non ammettono le relazioni omosessuali, ha dichiarato di rispettare la decisione della Corte Suprema.

William Samoei Arap Ruto, presidente del Kenya

William Samoei Arap Ruto, presidente del Kenya. ©Foto di Ansa

Ma non mancano posizioni come quella del parlamentare Mohamed Ali. Secondo lui, la corte non ha riconosciuto che il Kenya è “un paese religioso”, e che “l’islam e il cristianesimo sono contro l’omosessualità”. Quindi, “tre persone in tribunale non dovrebbero opporsi ai valori della società”.

Per quanto siano rari casi di condanna e detenzione per omosessualità, le associazioni per i diritti delle persone LGBTQIA+ in Kenya sostengono che le leggi alimentano lo stigma verso queste persone e privano i membri della comunità della loro dignità e dei loro diritti all’assistenza sanitaria e alla giustizia.

L’obiettivo, per i manifestanti, non è soltanto il pentimento (e la rimozione) dei giudici “scorretti” della Corte Suprema. Si chiede l’attuazione di una legge estremamente punitiva come quella in vigore in Uganda, dove sono previste pene altissime per le persone omosessuali, fino ad arrivare, in alcuni casi, alla pena capitale. Una simile proposta è stata presentata al parlamento kenyota dal deputato Peter Kaluma.

 

Alessandro Garzi
©2023 Il Grande Colibrì
immagine: elaborazione da foto di DW

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