Arcobaleni di plastica: quando l’orgoglio è cieco

I’m a Barbie girl, in the Barbie world,
Life in plastic, it’s fantastic!
You can brush my hair, undress me everywhere,
Imagination, life is your creation…
Come on Barbie, let’s go party!
(Aqua, Barbie world, 1997)

The show must go on“. O, meglio, “the business must go on“. O, per riportare le esatte parole, “business will be going ahead as usual in our gay village“, l’attività andrà avanti come al solito nel nostro villaggio gay. Nessun problema dunque: le principali città del Regno Unito sono sconvolte da rivolte violente, con incendi, devastazioni, bombe carta, negozi assaltati, vandalismi in grande stile, arresti di massa, feriti e morti, ma “as usual” il Pride di Manchester si terrà questo fine settimana.

Ad annunciarlo è il direttore dell’evento, Jackie Crozier, che condanna con nettezza “la vergogna assoluta” della violenza subita da Manchester, “una città meravigliosa abitata da gente fantastica“. Il comunicato stampa (leggi) straripa di riferimenti alla “splendida città“, alla “fantastica atmosfera“, alle “splendide cose della nostra bellissima città“, cioè ad un mondo perfetto che, senza mezzi termini, viene descritto sotto assedio da parte di “criminali“, “delinquenti“, “hoolingans privi di ragione“, “devianti sociali” (termine che continua a suonarmi bizzarro se usato come offesa da parte di una persona LGBTQ*).

Crozier, però, forse per non far notare più di tanto l’infelice paradosso di un Pride dedicato proprio quest’anno alla celebrazione della cultura britannica con gli slogan “Best of British” (leggi) e il profetico “Loud and proud“, non spende neppure una parola per cercare di domandarsi come mai questo “Barbie world” sia ora in fiamme, assalito non da orde aliene ma, per usare le sue stesse parole, “dai propri stessi cittadini“.

Qualcuno è impazzito, sembrerebbe a leggere i comunicati. E la rabbia è esplosa incomprensibilmente. Poco importa che le ondate violente scuotano periodicamente, da decenni, le città del Regno Unito, ciclicamente devastate da scatti d’ira collettivi (?) di poveri sempre più poveri, stranieri sempre più stranieri e “devianti sociali” sempre più esclusi e auto-esclusi dalla società. Come monsoni inevitabili, orde di ratti escono dalle fogne dell’esclusione e dell’emarginazione, fanno danni, fanno e subiscono morti, per essere ricacciati via dalla polizia e dalla nettezza urbana, abile a raccogliere e portar via vetri rotti e memorie infrante. Poi la vita riprende “as usual“…

Certo Crozier fa bene a condannare la violenza, che ovviamente non è mai giustificabile (mai davvero, però: tanto quella odierna dei rivoltanti quanto quella sempiterna e mai punita delle forze dell’ordine, come denunciava anche il Guardian), ma suona stucchevole quando invita tutti a festeggiare nel suo fantastico villaggio gay o quando esalta i valori di Manchester, “diversità, comunità e forza” (leggi), proprio mentre stanno mostrando il proprio lato peggiore di differenza, ghettizzazione e violenza.

Crozier forse potrebbe accennare al razzismo sempre più sdoganato, ai giovani senza lavoro e senza prospettive per l’impossibilità di accedere alle università dalle rette astronomiche, alla forbice sempre più ampia tra ricchi e poveri, all’altra forbice altrettanto iniqua dei tagli draconiani al welfare, ad un capitalismo in crisi che dopo aver rovinato persone, famiglie e nazioni reclama sempre meno regole. Invece tace, perché l’omofobia questa volta c’entra poco e allora sembra lecito tacere…

Povera Crozier, comunque: a suggerire la sensazione sgradevole di un mondo brillantinato in cui si sgranocchiano brioches mentre fuori reclamano il pane non è solo lei né solo il Pride mancuniano né solo il Regno Unito. Facciamo un salto in Italia, ad esempio. E facciamo un giro tra i media LGBTQ* mainstream…

Sulle “primavere arabe” cosa ci hanno raccontato, se non le possibili ripercussioni per gli omosessuali, talmente decontestualizzate da far incazzare prima di tutto proprio gli omosessuali arabi (leggi l’articolo su iGC)? E, accanto a quelli sugli ultimi smart-phone o sulle mutande di un qualsiasi vip di periferia, quanti titoli avete visto sulle stragi di migranti (tutti, ahimè, troppo presumibilmente eterosessuali per suscitare interesse)? Indignarsi se qualche giornale parla “del trans Brenda” è giusto, ma proporre un titolo come “Gay picchiato da due rumeni” (leggi) è terribile (oltre che stupido, se la nazionalità degli aggressori è tutt’altro che sicura).

Non ci sono solo i media, ovviamente. Per fare un esempio, l’Arcigay di Milano, quando i gestori della discoteca che ospita da anni le serate ludiche dell’associazione e che rappresenta la sua principale fonte di finanziamento è finita al centro di una maxi-inchiesta per truffa e associazione a delinquere (iGC), ha rassicurato tutti che la domenica si tornava a ballare e ha chiuso così qualsiasi discorso. Davvero non c’era niente da dire, nessun commento da fare?

Non si deve fare di tutta l’erba un fascio, sia chiaro. L’impegno del gruppo Immigrazione e Omosessualità di Arcigay (con il grande contributo anche dei volontari dell’appena nominato comitato milanese) è senza dubbio encomiabile e ben lontano dal “Barbie world”: recentemente il gruppo è riuscito ad evitare la deportazione di Karim (nome di fantasia), un richiedente asilo marocchino gay che stava per essere espulso, contro la legge, solo per una mancata notifica (iGC).

Ma, per fortuna, a condividere il proprio pane con chi reclama il pane non è solo il gruppo Immigrazione e Omosessualità. Facciamo un salto, di nuovo, nel Regno Unito, per raccontare una storia che non ha avuto il dovuto risalto sui media italiani.

Joseph Kaute, 43 anni, è un camerunense gay fuggito in Galles perché nel suo paese l’omosessualità è punita con 5 anni di galera. L’uomo ha fatto richiesta di protezione internazionale nel Regno Unito, ma la sua domanda è stata respinta: i giudici non credono che Joseph sia gay e quindi, secondo loro, doveva essere rispedito in patria.

E così a giugno arriva il giorno dell’addio al regno di Sua Maestà. Joseph, scortato da funzionari dell’agenzia per le frontiere inglese, viene condotto all’aeroporto londinese di Heathrow per essere imbarcato sul volo Air France per Yaoundé, con scalo a Parigi. Ma ecco la sorpresa: il capitano dell’aereo si rifiuta di far salire il camerunense, che manifesta chiaramente di non voler essere deportato, sul proprio velivolo. “Per tutelare la sicurezza del volo” è la motivazione ufficiale. Ma non è che invece la compagnia aerea si è lasciata convincere dalla Coalizione Nazionale delle Campagne Anti-Deportazione?

Il dubbio si fa quasi certezza quando, due settimane dopo, un altro capitano di Air France rifiuta di imbarcare sul proprio volo Joseph, che non è proprio l’incredibile Hulk… L’uomo viene ricondotto al centro di detenzione di Harmondsworth. Il 5 agosto le autorità inglesi ci riprovano, ma, per la terza volta, un capitano della compagnia francese oppone il suo insindacabile rifiuto, tutelato dal diritto internazionale (leggi). E voli dal Regno Unito al Camerun li organizza solo Air France…

Cinque giorni dopo Joseph Kaute è stato rilasciato dietro cauzione dal centro di detenzione (leggi). Non si sa che fine farà quest’uomo. Non si sa neppure, a dirla tutta, se Joseph sia davvero gay o se, come sostengono i giudici, finga di essere omosessuale per ottenere una protezione internazionale a cui la legge inglese non gli darebbe diritto. Ma fuori dal villaggio di plastica di Barbie la vita è molto più complicata e incerta e meno ordinata e pulita, ha molte meno luci, ma offre grandi emozioni…

 

Pier
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2 commenti

  • @ Carlos: E' un'enorme fortuna avere posti per ballare e conoscere gente, senza dubbio. Un locale o una festa gay sono luoghi realmente preziosi per chi li apprezza, perché rispondono a importanti bisogni della persona (c'è poi chi ha altri bisogni e quindi da questi luoghi non ha nulla di interessante da portare a casa, ma questo è decisamente un altro discorso).

    Dubito invece che basti difendere questi luoghi preziosi come scrigni intoccabili dalla realtà che li circonda. Per una serie di ragioni.

    Una prima ragione è "etica": non credo che si possa creare una società più bella e buona isolando una porzione di realtà dal resto. Così si possono al massimo creare porzioni di società più belle e buone (?), e cioè luoghi privilegiati. Io non potrò mai essere orgoglioso di un privilegio…

    Una seconda ragione consiste nel fatto che comunque nessuno di noi vive in una sola porzione di società. Il dorato isolamento può funzionare per il gay che, finito il Pride, torna nel suo cottage con giardino, molto meno per il "faggot" che abita nei quartieri poveri di una grande città. Forse a quest'ultimo delle motivazioni delle tensioni sociali frega molto e forse quest'ultimo capisce quanto possa essere forte il legame tra essere emarginati e scegliere di essere emarginati…

    Infine, una terza ragione è bassamente pragmatica: anche chi ballava nel salone del Titanic poteva forse avere il diritto di fare quello che voleva senza fare attenzione agli iceberg, ma forse non è stata una scelta lungimirante…

  • Facciamo ogni sforzo per integrare i gay e non è giusto che lasciamo che teppisti rovinare il nostro Pride! Se queste persone scelgono di rimanere emarginati, abbiamo diritto di fare quello che vogliamo senza fare attenzione alle persone che rubano e distruggono tutto e sono decisamente omofobichi. I locali gay sono posti importanti per incontrarsi, fare nuove amicizie, creare una società più bella e buona. Non disprezzo nulla gay, è una fortuna di avere molti posti per ballare e essere felici.

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