Articolo 18: il movimento LGBT parla a bassa voce

Diritti LGBT e diritto al lavoro: incompatibili?
Un uomo è povero non già quando
non ha niente, ma quando non lavora.
Montesquieu
.

L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori è ormai ad un passo dall’entrare nella storia: manca solo l’approvazione parlamentare (piuttosto scontata, anche considerando che il governo Monti pone la fiducia praticamente su qualunque progetto di riforma che presenta) e la tutela garantita da questa norma, che prevede il reintegro sul posto di lavoratore licenziato senza giusta causa, apparterrà al passato. Sebbene ad essere cancellata sia solo la norma che impedisce i licenziamenti per motivi economici, scompare di fatto la maggiore tutela che fosse prevista dalle norme per tutti quei lavoratori discriminati per qualche particolare ragione (opinioni politiche, orientamento sessuale, identità di genere, ecc.), poiché le ragioni economiche saranno usate facilmente per colpire il lavoratore più sgradito.

Può stupire, per questo, che il movimento LGBTQ* non abbia fatto sentire la sua voce perché non scompaia questa garanzia di diritti per tutti. Abbiamo quindi interpellato alcune delle più rappresentative voci della sinistra politica e sindacale e del mondo LGBTQ* per avere le loro opinioni sul tema.

Sulla conservazione dell’articolo 18, con qualche importante distinguo, tutte le voci interpellate sembrano piuttosto concordi: ne fanno un baluardo da difendere assolutamente Paola Brandolini, neoeletta presidente di ArciLesbica, Stefano Fassina, responsabile nazionale lavoro ed economia del Partito democratico (che propone la possibilità di chiedere il reintegro anche se si è cacciati per questioni economiche) e Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, mentre Maria Gigliola Toniollo, responsabile dell’area Nuovi diritti della CGIL (e membro del direttivo di Certi diritti) osserva che la tutela non andrebbe solo conservata “ma estesa a tutte le realtà lavorative con meno di 15 dipendenti, dove lavoratori e lavoratrici restano in perfetta balia delle decisioni del datore di lavoro”.

Infine Ivan Scalfarotto, vicepresidente nazionale del PD osserva che “ci sono circa quattro milioni di lavoratori, tra precari e false partite IVA, che si fanno carico interamente di tutta la flessibilità di cui il mercato del lavoro ha bisogno e non godono quindi di nessuna garanzia anche contro i licenziamenti più odiosi” e propone un contratto unico nazionale con tutele simili per tutti.

Le opinioni appaiono più divergenti quando chiediamo ai nostri interlocutori se non sarebbe opportuna una mobilitazione del movimento LGBTQ* in favore delle tutele oggi previste per i lavoratori: quasi tutti pensano che sarebbe utile, se non addirittura necessaria, una forte mobilitazione. Toniollo ricorda che quando anni fa venne proposto un referendum per l’abrogazione dell’articolo 18, “ci fu una vera e propria sollevazione del movimento gay-lesbo-trans”, mentre Fassina osserva che “tra diritti civili e diritti sociali c’è un nesso stretto. Quando arretrano gli uni arretrano sempre anche gli altri”.

Sulla stessa falsariga anche Brandolini e Ferrero, che fa notare come “l’argomentazione del governo per cui le norme contro la discriminazione resterebbero in vigore sia una totale presa in giro. Se l’ingiusto licenziamento per ragioni economiche non verrà più sanzionato con il reintegro nel posto di lavoro, tutti i datori di lavoro che vogliono licenziare qualcuno lo faranno motivandolo con ragioni economiche”.

Fuori dal coro invece Scalfarotto, che immagina “che ci siano gay favorevoli e contrari allo strumento tecnico dell’articolo 18. Diverso è chiedersi se chi ha una sensibilità per i diritti civili debba ragionevolmente avere una sensibilità anche per la situazione di chi garanzie non ha. Questo mi pare ragionevole, ma non credo a un movimento GLBTQ* che si fa carico di una piattaforma politica a 360 gradi come fosse un partito politico”.

Abbiamo infine chiesto agli intervistati un parere sulla dichiarazione di Deborah Serracchiani che ha affermato che i diritti civili possono per il momento passare in secondo piano perché “bisogna avere il senso delle priorità: questi sono tempi in cui i cittadini chiedono alla politica di tornare seria e concreta, e di risolvere i problemi pressanti del lavoro e del costo della vita” [Il Grande Colibrì] e, in generale, sull’apparente (tacito) accordo generalizzato nel rimandare alle calende greche i diritti civili, con la scusa della crisi economica da affrontare.

Durissimo il giudizio di Brandolini, secondo cui “Serracchiani dovrebbe sapere, da parlamentare europea in particolare, in un’Europa che si nutre di azioni e programmi e libri verdi per la sostenibilità, che la sostenibilità, appunto, del lavoro e dell’economia è zoppa non solo senza quella ambientale, ma anche e soprattutto senza quella sociale. Le tre dimensioni sulle quali l’Europa cerca di rendersi più accogliente, più vivibile, più sicura e inclusiva, non possono essere gestite e ‘curate’ con priorità diverse e separate”. Non meno tagliente Toniollo che si dice indignata da queste parole e osserva come “diritti civili e diritti umani sono la priorità assoluta in qualunque realtà. Uguaglianza e parità di accesso ai diritti non possono che essere alla base di qualunque civile convivenza, di ogni Paese civile”. Scalfarotto, invece, ritiene che la sua collega di partito sia stata fraintesa.

Fassina però dice che “diritti sociali e diritti civili vanno insieme. Non ci sono due tempi. Dobbiamo portare avanti l’offensiva su entrambi i fronti” e Ferrero conclude sferzante che “la verità è che usano la crisi come una clava per smantellare i diritti, tutti i diritti, quelli sociali come quelli civili” mentre “per uscire dalla crisi serve un allargamento della democrazia e una riconversione ambientale e sociale dell’economia, non certo la compressione dei diritti”.

 

Michele
©2012 Il Grande Colibrì
Scritto da
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3 commenti

  • Le parole della Serracchiani fanno a dir poco rabbirvidire… anche Rawls, che era un teorico liberale abbastanza conservatore,riteneva che i diritti civili (cioè i principi di libertà) non potessero mai in alcun modo fare un passo indietro. Né per questioni politichè né tanto meno per questioni di deficit economici. Sono il perno in cui si muove tutta la democrazia. è da giorni che mi chiedo per quale motivo il movimento lgbtqi sia così stagnante, cosìpoco battagliero, così pronto ad inchinarsi al potere, ai soldi, alla ragione del più forte, a tacere di fronte a queste ingiustizie laceranti, quando invece dovrebbe essere in prima linea. Ma cosa possiamo fare? Come possiamo costruire un movimento simile? Le principale associazioni lgbtqi mi sembrano morte, pronte a tirar fuori la testa e la voce solo durante il pride, solo se Lady Gaga viene a Roma o qualche politico di turno dice qualche stronzata. Mi piacerebbe averwe una risposta, sapere da chi posso andare per poterci mobilitare tutti insieme. Temo che la risposta sia negativa, già è tanto se esiste un sito come questo che ogni giorno dice le cose che pesnso. Grazie e scusa per il pilotto infinito ma sono stufo.
    Luca Iacovone (iaco@anche.no)

    • leggo sempre volentieri Il grande colibrì perché , tra tutti i gruppi LGBT laici o 'cristiani' , riesce sempre a dare idee su cui riflettere…insieme. In Parlamento c'è anche Anna Paola Concia che forse doveva essere intervistata accanto alla Serracchiani ma certo l'immagine del mondo LGBT anche per una eteroamica sembra distante anni luce da una posizione univoca e seria sui diritti civili e sui principi di libertà da applicare non solo alla classe operaia "ma estesa a tutte le realtà lavorative con meno di 15 dipendenti, dove lavoratori e lavoratrici restano in perfetta balia delle decisioni del datore di lavoro". Forse si dovrebbe sentire anche cosa hanno da dire i sindacalisti ma certo la lentezza e la poca determinatezza del mondo LGBT si fa sentire con la stessa non-forza del mondo femminista e femminile .Erica

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