Brexit: diritti LGBT più deboli, omofobia più forte

brexit il regno unito esce dall'unione europea
Le bandiere dell'Unione Europea e del Regno Unito

Nel terremoto politico e istituzionale provocato dalla Brexit, cioè dall’annuncio dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea in seguito al referendum del 23 giugno 2016, una notizia è passata quasi inosservata: il governo conservatore di Theresa May ha annunciato che non intende convertire in una nuova legge nazionale la Carta dei diritti fondamentali dell’UE. Jonathan Cooper, avvocato specializzato in diritti umani, spiega su Pink News quali potrebbero essere le conseguenze di questa decisione per le persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali e asessuali).

La Carta, tra le altre cose, sancisce all’articolo 21 che “è vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, su […] le tendenze sessuali”. La scomparsa di questa disposizione, ammette Cooper, è in parte compensata da altre norme che vietano le discriminazioni nel Regno Unito, anche se il governo di Londra sembra intenzionato ad abbandonare anche la Corte europea dei diritti dell’uomo (che non è un’istituzione dell’UE). Inoltre, la classe politica britannica attualmente è schierata più a favore che contro le persone LGBTQIA, nonostante la crescente pressione per riconoscere una libertà di discriminare per motivi religiosi.

Il problema, spiega l’avvocato, è che queste norme non hanno forza costituzionale come la Carta dei diritti fondamentali, e quindi sono facilmente aggirabili da semplici leggi ordinarie. Inoltre, offrono una protezione più debole e più difficile da applicare. Infine, l’atteggiamento LGBTQIA-friendly dei legislatori potrebbe cambiare nel lungo periodo e a quel punto l’assenza di un forte divieto di discriminazione potrebbe avere conseguenze molto gravi.

Purtroppo non sono mancati segnali negativi su questo fronte nel Regno Unito, come il boom di violenze nei confronti delle minoranze, in particolare nelle aree più euroscettiche, come ha scoperto The Independent. La polizia britannica ha registrato nel mese successivo al referendum un aumento del 41% dei crimini d’odio contro le minoranze etniche e religiose. Alle minoranze sessuali, secondo Galop, un’organizzazione che si occupa delle vittime di omotransfobia, è andata persino peggio: i crimini contro le persone LGBTQIA sono cresciuti addirittura del 147% dopo il voto sulla Brexit.

Come suggerisce Nick Antjoule, dirigente di Galop, una campagna elettorale dai toni chiaramente xenofobi e islamofobi ha sdoganato l’espressione di pregiudizi anche contro altre comunità. E, in fin dei conti, è diventata una giustificazione per azioni violente: secondo alcune testimonianze raccolte dall’organizzazione, vari aggressori avrebbero fatto esplicito riferimento alla Brexit durante le violenze.

Ovviamente la marea di intolleranza ormai accettata socialmente e sfruttata politicamente ha avuto un ruolo importante nel voto inglese, come lo ha nel disamore di tanti europei nei confronti dell’Unione, ma non spiega certo tutto. Ci insegna però come per la politica e per i movimenti sia un pesante errore separare diritti civili e diritti sociali, uguaglianza formale e uguaglianza sostanziale: non solo è una scelta ingiusta, ma può trasformarsi in un pericoloso boomerang.

 

Pier
©2017 Il Grande Colibrì

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