Centri per richiedenti asilo LGBT: privilegio o protezione?

I rifugiati LGBT hanno bisogno di protezione

I rifugiati gay, lesbiche, transgender e transsessuali fuggono verso i paesi esteri chiedendo asilo dopo che nei loro paesi di origine hanno subito la persecuzione, la minaccia di imprigionamento, la tortura e, in molti casi, anche lo stupro.

Gli omosessuali sono costretti a fuggire in cerca di sicurezza e di una nuova vita quando sono perseguitati e respinti dalla società e dalla famiglia, e anche dallo stato nel caso in cui siano attivisti per i diritti delle persone LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali). Ci sono in questo momento almeno 76 paesi che criminalizzano le relazioni tra persone dello stesso sesso o comportamenti “contrari” al genere di nascita.

In questo articolo vorrei porre e chiarire tre questioni specifiche per le persone omosessuali e transessuali ospiti nei centri di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati.

1) La mancanza di esperienza e professionalità delle autorità e del personale nel trattare le richieste di asilo delle persone LGBTQI è comune. I richiedenti asilo lesbiche, gay e transessuali hanno segnalato carenze nel rispetto del diritto alla privacy e della dignità umana durante le interviste e la valutazione per la domanda di asilo. I responsabili delle decisioni delle Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale, per valutare la credibilità della domanda presentata dal richiedente asilo, si basano su precedenti conoscenze personali, che sono spesso legate a preconcetti sulle identità sessuali e di genere.

2) I richiedenti asilo si trovano spesso ad affrontare episodi di omofobia, transfobia, bullismo e in molti casi violenza da parte degli ospiti che vivono con loro all’interno delle strutture di accoglienza. Questo li costringe a cercare altri posti, esterni ai centri di accoglienza, o a fuggire dal paese in cui hanno chiesto asilo, come è successo a due transessuali armene che sono state esposte a discriminazioni in un centro di accoglienza di Milano. Gli uomini le molestavano e loro non volevano rimanere nel centro maschile perché non si sentono uomini, mentre il centro femminile non ha voluto accoglierle perché non sono biologicamente donne. Loro sono state costrette ad andare in Olanda.

Un altro caso di discriminazione è accaduto a un giovane richiedente asilo gay russo: gli altri ospiti, provenienti da paesi africani, sapevano che lui era omosessuale e per questo lo facevano oggetto di violenze verbali e di discriminazione per il colore della sua pelle e per il suo orientamento sessuale.

E sono molti i casi di persone transessuali specificamente oggetto di molestie, minacce e discriminazioni a cui non è consentito di stare in un centro di accoglienza per rifugiati: il centro non li vuole e loro non vogliono stare nel centro.

La sezione di Berlino e Brandeburgo della Lesben- und Schwulenverband in Deutschland (Federazione Lesbica e Gay in Germania; LSVD) ha annunciato di aver ricevuto, tra i mesi di agosto e di dicembre del 2015, 95 segnalazioni di rifugiati LGBTQI esposti ad attacchi nella capitale e nel Brandeburgo, lo stato federale che la circonda. E ha creato un progetto di centri di consulenza nella città per aiutare i richiedenti asilo e i rifugiati omosessuali e transessuali che subiscono continua discriminazione e sono esposti alla violenza nei centri di accoglienza.

3) Il “mondo dei rifugiati” è piccolo. Con questo voglio dire che il richiedente asilo gay fuggito dalle persecuzioni, dalla violenza e dalla discriminazione arriva al centro di accoglienza e si scontra con il mondo da cui era fuggito: a volte incontra dei paesani e spesso è costretto a vivere di nuovo la sofferenza fino a quando ottiene il permesso e l’approvazione della domanda d’asilo. Questo significa che durante un anno (o a volte anche di più, a causa del numero di richieste di protezione internazionale) le persone omosessuali imparano a negare la propria identità sessuale o di genere e a nasconderla con cautela.

Queste tecniche di sopravvivenza e altri effetti dei traumi subiti non scompaiono una volta lasciato il paese di origine e possono indebolite la capacità della persona di ottenere sicurezza.

Ho incontrato poche settimane fa M., un rifugiato libico transessuale che abita vicino Milano, e mi ha raccontato la sua sofferenza causata dalla burocrazia (non ha ancora un documento o un permesso di soggiorno temporaneo) e dalla paura che i suoi coinquilini scoprano che lui è un transessuale FtM (da femmina a maschio), con tutto quello a cui potrebbe venire esposto. M. è stato trasferito in diverse città dell’Italia centrale e ha insistito per andare in un luogo in cui sia garantita la sua incolumità fisica.

Ritorno al 2011, quando sono arrivata in Italia, nella città di Milano per precisione. Ho soggiornato in un centro di accoglienza per richiedenti asilo donne, dove mi hanno ammessa dopo una settimana dal mio arrivo: non era così facile entrare in quel centro, perché le domande di asilo erano numerose e la burocrazia per entrarci rendeva molto lunga l’attesa per l’accesso.

Il giorno successivo al mio arrivo, mi hanno detto che nel centro c’era un operatore libico, un custode, e non ho capito perché avevano rivelato i miei dati personali e la mia nazionalità al resto dello staff del centro: avevo il dubbio che tali dati dovessero rimanere riservati tra il richiedente asilo e gli uffici asilo e non ho capito perché dovevano dirmi questa cosa.

Non ero completamente a mio agio al centro per la presenza di alcuni libici, avevo paura che potessero scoprire la causa della mia richiesta di asilo e il mio orientamento sessuale: se gli operatori avessero saputo che sono omosessuale, potevano avere una reazione negativa o addirittura opprimermi. Anche se l’Italia è un paese europeo, è anche il paese del Vaticano e la Chiesa cattolica e la religione giocano un ruolo forte in tutti i campi. L’Italia è ancora considerata come un paese religioso rispetto al resto dei paesi europei.

Quindi ho vissuto con la paura, nell’isolamento, con tutti questi pensieri per tutto il tempo in cui ho atteso che accettassero la mia richiesta di asilo. Era una cosa intollerabile, anche perché avevo paura per la mia famiglia in Libia per tutta la durata della guerra, almeno fino a quando la NATO ha smesso di bombardare. Tutti questi sentimenti e queste emozioni negative provate nel periodo trascorso nel centro per richiedenti asilo sono stati la più dura esperienza umana che abbia mai provato.

In conclusione, la domanda che vorrei fare in questo articolo, attraverso le nostre esperienze personali e quello che abbiamo vissuto come persone gay, lesbiche e transessuali e sapendo che altre persone LGBTQI ancora oggi vivono in centri di accoglienza dove continuano a succedere episodi di omofobia, discriminazione e violenza, è la seguente: i rifugiati con diversi orientamenti sessuali o identità di genere hanno diritto a un posto particolare per preservare la loro privacy e difenderli dalle persecuzioni e dallo scherno?

Questo non deve sembrare un lusso o un trattamento speciale per gli omosessuali, ma è un diritto e anche una protezione, perché in questo modo non saranno esposti di nuovo a quello a cui sono stati sottoposti nel loro paese, dal quale sono dovuti fuggire.

 

Amani
©2016 Il Grande Colibrì

Scritto da
More from Amani

Persecuzioni anti-LGBT in Libia: il rapporto di QUZAH

A gennaio del 2014 un gruppo di attivisti LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali,...
Leggi di più

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *