Charlie Hebdo: la libertà d’espressione un anno dopo

L'omaggio del vignettista parigino Loic Secheresse

Le casualità della storia: il presidente polacco Andrzej Duda ha firmato proprio nel primo anniversario della strage alla redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo la legge sul controllo dei mezzi di informazione, che getta un’ombra preoccupante sulla libertà di espressione nei media pubblici [Wiadomości]. Non è certo un caso isolato: nell’ultimo anno molti paesi hanno introdotto norme che limitano o minacciano di limitare la libertà di espressione, anche all’interno dell’Unione europea (molte polemiche ha suscitato, per esempio, la cosiddetta legge “anti-legionari” in Romania: EVZ). Come se non bastasse, Reporter Senza Frontiere segnala che in cinque stati dell’UE (Bulgaria, Croazia, Grecia, Ungheria e – ahinoi – Italia) ci sono problemi seri per quanto riguarda la libertà di stampa. Ma il mondo non aveva gridato in coro “Je suis Charlie”?

IL TEMPO IN CUI ERANO TUTTI CHARLIE

Nel corso dell’ultimo anno più volte il mondo ha tenuto a precisare di non essere più Charlie. Già a gennaio le nuove vignette su Maometto avevano scatenato proteste in alcuni paesi a maggioranza musulmana. A maggio l’associazione mondiale di scrittori PEN Club si è spaccata in due, tra chi aveva deciso di premiare il settimanale satirico e chi ne contestava alcuni contenuti giudicati razzisti. Poco dopo a dividersi è stata la stessa redazione di Charlie Hebdo, con l’abbandono del disegnatore Luz, tra le matite più importanti del giornale. A settembre due vignette che facevano satira sui bambini siriani annegati nel Mediterraneo sono finiti nel centro della bufera. E ancora a novembre i russi hanno apprezzato ben poco le caricature sull’aereo precisato nel Sinai, con oltre 200 morti.

In tanti si sono rimangiati il grido “Je suis Charlie”. Alcuni perché lo avevano urlato per pura e semplice ipocrisia e convenienza. Altri perché lo avevano ripetuto travolti dall’onda emotiva, senza che il senso fosse chiaro. E in effetti il senso rimane ancora oggi molto sfuggente. Essere Charlie cosa significava e cosa significa? Scegliere senza esitazioni di stare dalla parte delle vittime della barbarie? Condividere senza condizioni ogni presa di posizione del giornale? Arruolarsi senza esplicitarlo in una guerra contro un presunto nemico musulmano? Difendere senza compromessi la libertà di satira? Ognuno ha dato un proprio senso allo slogan, finendo per svuotarlo di ogni senso condiviso e per renderlo fragile. Ed effimero.

I PALADINI ILLIBERALI DELLA LIBERTA’

Così, i gruppi più improbabili si sono appicciati in faccia la maschera di Charlie e hanno iniziato a sventolare la bandiera della libertà. Con la copertina di Charlie Hebdo come icona e denunciando a gran voce l’assedio alla libertà, i movimenti dell’estrema destra europea – certo non benvoluti dalla redazione satirica! – hanno iniziato a chiedere di negare alle minoranze religiose, e a quella musulmana in particolare, la libertà di culto, la libertà di movimento, la libertà di parola… Per esempio, il Fronte nazionale, in Francia, ha trasformato l’hashtag #JeSuisCharlie nello slogan #JeSuisMarine per difendere Marine Le Pen dalle accuse di incitamento all’odio razziale [Europe1].

Intanto la libertà di espressione è diventata l’improbabile e paradossale cavallo di battaglia di quella fetta della classe media francese più retrograda e conservatrice, razzista e islamofobica, come ha raccontato il saggista Emmanuel Todd in “Qui est Charlie?” (Seuil 2015, pp. 252, €18; Seuil). Ma anche delle Sentinelle in piedi italiane, che invocano la libertà di espressione per zittire le minoranze sessuali, per negare i diritti fondamentali, per diffondere notizie prive di fondamento o falsamente scientifiche, per privare i bambini di un’educazione alla pluralità e al rispetto. “In Italia le Sentinelle in Piedi sono nate in difesa della libertà di espressione”, recita beffardamente il sito delle Sentinelle in Piedi.

L’EQUILIBRIO TRA LIBERTA’ E TOLLERANZA

Il campo progressista, scippato della libertà di espressione, appare disorientato. C’è chi ha proclamato, con toni assolutistici, che la libertà di espressione non può essere limitata o criticata, ma poi non può accettare certa satira carica di pregiudizi, dove, per esempio, i matrimoni omosessuali sono equiparati a nozze zoofile e i gay sono dipinti come pedofili [Il Grande Colibrì]. C’è chi, come lo scrittore Siddhartha Deb sul New York Times, accusa la satira moderna di mancare di solidarietà ed empatia, facendo di tutta un’erba un fascio. La tentazione di dare risposte in bianco e nero è forte, anche perché il coro isterico di chi vuole vedere ovunque connivenze con il nemico è sempre pronto a partire, e pochi tentano un discorso più articolato, come fa il filosofo romeno Andrei Plesu [Dilema Veche].

Forse dovremmo semplicemente ripescare quella parola che suona così modesta e limitata: tolleranza. Di fronte allo scontro tra il buonismo di chi ci chiede di accettare incondizionatamente i valori altrui e il cattivismo di chi vorrebbe negare i valori altrui, iniziamo a riconoscere che in una società libera saranno sempre presenti uno accanto all’altro valori contrastanti e persino tra loro inconciliabili. Difendere una società libera significa garantire la convivenza pacifica di idee diverse. Ma significa anche garantire la possibilità di criticare, contestare e contrastare le idee altrui in modi civili e con un minimo di lealtà. E’ forse su quest’ultimo punto, sulla ricerca di questo difficile equilibrio, che dovremmo aprire un serio confronto.

 

Pier
©2015 Il Grande Colibrì
Scritto da
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