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Come sta andando la lotta contro l’AIDS/HIV? L’ultimo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’AIDS/HIV (UNAIDS) mostra come non si possa dare una risposta semplice a questa domanda: accanto a grandi progressi e ottimi esempi, ci sono situazioni allarmanti in rapido peggioramento. E se globalmente i dati positivi superano quelli negativi, gli obiettivi fissati dalla comunità internazionale sono ancora molto lontani e sono stati raggiunti da appena sei stati in tutto il mondo, tre in Africa (Botswana, Eswatini e Namibia) e tre in Europa (Danimarca, Paesi Bassi e Regno Unito).

Secondo i calcoli di UNAIDS, nel 2018 vivevano sul pianeta quasi 38 milioni di persone HIV-positive, ma solo 23,3 milioni avevano accesso alle terapie antiretrovirali: in altre parole, le cure sono riservate ad appena 6 malati su 10 (per le stime più pessimiste, però, in realtà sarebbero meno della metà). Le nuove infezioni da HIV sono state circa 1,7 milioni, il 16% in meno rispetto a quelle stimate nel 2010, e le morti per AIDS 770mila.

Disparità profonde

In realtà, le differenze tra le diverse regioni del mondo sono enormi: il dato positivo globale è in gran parte merito dell’Africa orientale e meridionale, con paesi come il Sudafrica che ha registrato un crollo del 40% tanto nelle nuove infezioni quanto nei decessi. Altrove le cose vanno molto peggio, come in Europa orientale e Asia centrale (+29% di nuovi casi di HIV e +5% di morti) o in Medio Oriente e Africa settentrionale (+10% di nuove infezioni e +9% di decessi). In entrambi i casi pesano molto i dati relativi a chi utilizza droghe iniettabili (questo gruppo rappresenta il 12% dei nuovi casi di HIV nel pianeta, ma il 41% in Europa orientale e Asia centrale e il 27% in Medio Oriente e Africa settentrionale).

Si registrano anche profonde disparità legate al genere e all’orientamento sessuale: le giovani donne hanno il 60% in più di probabilità di infettarsi con il virus dell’HIV rispetto agli uomini della stessa età, per esempio. E gli uomini che fanno sesso con altri uomini rappresentano il 17% delle nuove infezioni, anche perché chi ha rapporti omosessuali in molti paesi ha un accesso molto limitato alle informazioni, ai test e ai preservativi. Anche qui c’è un panorama a macchia di leopardo. Solo per fare un esempio, il Senegal offre pochissimi servizi di prevenzione per gli uomini che fanno sesso con altri uomini, mentre il Burkina Faso figura tra i paesi dove ci sono più possibilità. I peggiori sono Pakistan e Bangladesh, mentre la situazione migliore si registra a Panama e a São Tomé e Príncipe.

preservativi colorati

Donazioni in calo

In linea generale, i dati globali sono in miglioramento, ma questo miglioramento sta frenando in modo preoccupante. Una delle principali motivazioni è l’impegno sempre meno forte di molti governi e le donazioni per la lotta all’AIDS/HIV in stallo. La situazione è davvero critica se la si analizza da vicino. Se è vero che dal 2010 al 2018 le donazioni sono aumentate del 23%, questo è stato possibile solo grazie al forte investimento degli Stati Uniti, mentre tutti gli altri principali donatori hanno tagliato selvaggiamente le risorse. E nel 2018 gli USA non hanno più incrementato i fondi, che quindi sono calati a livello globale.

Lo stato peggiore da questo punto di vista è l’Italia, che ha tagliato addirittura dell’88% le donazioni per sostenere la lotta all’AIDS/HIV nei paesi poveri e in via di sviluppo. Gran parte di questa riduzione è legata all’arrivo del governo di Lega e MoVimento 5 Stelle: mentre urlavano “aiutiamoli a casa loro”, i fondi sono stati tagliati addirittura del 76% in un solo anno. E pensare che il taglio del 30% nel Regno Unito (il paese al secondo posto nella riduzione delle donazioni nel 2018) ha creato grande scandalo, tanto che il governo ha dovuto annunciare un aumento del 16% a partire dal 2020. In Italia, invece, tagli ben più consistenti sono passati nel silenzio generale.

Leggi e mentalità

In ogni caso, il problema non è legato solo alle donazioni. Il rapporto di UNAIDS punta il dito sulle leggi che criminalizzano la sieropositività, ma anche il lavoro dei sex worker e i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso, e sul comportamento aggressivo e abusante delle autorità e delle forze di polizia in molti paesi. Le persone HIV-positive in gran parte del mondo vivono discriminazioni nell’accesso al sistema sanitario e ai servizi sociali e raramente ci sono programmi efficaci per evitare che vengano marginalizzate dalla società.

Devono anche cambiare culture e mentalità: il moralismo e l’ignoranza che circondano l’AIDS/HIV sono ancora altissimi, generando emarginazione e discriminazioni. Non a caso per UNAIDS i programmi più efficaci sono quelli che non si basano sulla malattia, ma sulle persone e sulle loro comunità: i progetti gestiti proprio dalle comunità locali, nonostante siano scarsamente finanziati, danno i risultati migliori perché, oltre a offrire servizi di prevenzione e di cura, permettono di proteggere le persone HIV-positive nei loro diritti e nella loro dignità, riducendo lo stigma e permettendone una migliore integrazione nel tessuto sociale.

Pier Cesare Notaro
©2019 Il Grande Colibrì
foto: elaborazioni da Mohamed Hassan (CC0) / da Bru-nO (CC0)

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