Il Grande Colibrì ha raccontato come in Ungheria il governo di Viktor Orbán abbia approfittato dell’emergenza COVID-19 per chiedere i pieni poteri il 30 marzo scorso e come una delle prime iniziative, ottenuti i pieni poteri, sia stato un decreto omnibus, con dentro tutto e il contrario di tutto, tra cui una norma che colpisce direttamente le persone trans. Sul tema è intervenuto l’europarlamentare italiano, capo delegazione del Partito Democratico (PD) al Parlamento Europeo, Brando Benifei, con un’interrogazione urgente alla Commissione Europea firmata insieme ai colleghi socialisti ungheresi Attila Ara-Kovács, Sándor Ronai e István Ujhelyi. Abbiamo intervistato l’On. Benifei sul caso e sulle iniziative europee per i diritti LGBTQIA.
Iniziamo subito dritti al punto. Hai presentato insieme a tre europarlamentari ungheresi un’interrogazione urgente alla Commissione europea affinché intervenga sul governo di Viktor Orbán. Infatti, assunti i pieni poteri con la motivazione formale di contrastare il COVID-19, tra i primi provvedimenti il governo ungherese ha stabilito che sui documenti d’identità e sui registri anagrafici sia indicato il “sesso alla nascita” (e solo quello), determinato dalle “caratteristiche sessuali primarie e cromosomiche”, perché “cambiare il proprio sesso biologico è impossibile”. Naturalmente si tratta di una norma che ha un bersaglio preciso: le persone trans. Ci spieghi in breve i contenuti dell’interrogazione?
Abbiamo chiesto alla Commissione Europea se non ritenga che quella proposta da Orbán sia una misura contraria ai diritti fondamentali dei cittadini europei e alla legislazione europea. E abbiamo chiesto alla stessa di intervenire, rapidamente ed efficacemente.
Lo strumento dell’interrogazione con richiesta di risposta scritta, nella prassi interistituzionale dell’Unione, è puntuale: 200 parole per presentare una problematica e richiedere la risposta della Commissione, che viene messa sotto pressione affinché prenda una posizione chiara e precisa. Oltre all’interrogazione presentata insieme a tre colleghi ungheresi socialisti, ho sottoscritto anche una più ampia lettera ai governi europei scritta assieme ad altri legislatori europei, più generale sul tema della violazione dei principi dello stato di diritto in Ungheria.
Pensi che la Commissione possa intervenire efficacemente sull’Ungheria? Quali azioni auspichi vengano intraprese in sede europea nei confronti di questo paese e in difesa delle persone trans in Ungheria?
È chiaro che il “caso Ungheria” viene e verrà affrontato nel suo complesso. La comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) è quella visibilmente più colpita assieme a quella dei richiedenti asilo che arrivano attraverso la rotta balcanica, ma Orbán attacca l’essenza stessa della democrazia, ovvero garanzia dei diritti fondamentali per tutti i cittadini, stato di diritto, divisione dei poteri e alternanza di governo. Auspico che la risposta da parte della Commissione Europea tenga conto di questo pericoloso contesto e adotti una strategia organica di difesa dello stato di diritto e delle libertà individuali, ma mi auguro anche che più specificamente proponga misure concrete di sostegno alla comunità LGBTQIA locale.
Questo sarebbe un segnale importantissimo, perché dimostrerebbe la vicinanza dell’Unione Europea a quanti ovunque si battono per la difesa dei diritti fondamentali, ovvero per i principi sui quali abbiamo costruito il processo di integrazione europea. Va smentita la narrativa di una Unione basata sul Mercato Unico: non è più solo questo, e non può ritornare ad essere solo questo.
L’ostilità del governo ungherese verso le persone LGBTQIA non è una novità di oggi… Come ci si è mossi in questi anni in Europa per promuovere i diritti LGBTQIA in Ungheria?
Siamo di fronte a una minaccia subdola. Già dieci anni fa, assieme ai Giovani Socialisti Ungheresi, manifestavo a Budapest contro l’atteggiamento illiberale di Orbán, che iniziava a imporre norme che riducevano la libertà d’espressione anche della stampa e tentavano di controllare le attività della società civile. Purtroppo il modello di leaderismo che Orbán propone è attraente, perché semplifica la complessità. E a questo modello di “corpo sociale organico” serve individuare dei nemici anche interni, perché la diversità diventa intollerabile. Per questo la comunità LGBTQIA è da tempo presa di mira, è vero.
Ancora nel novembre 2019 avevo sottoposto alla Commissione Europea un’altra interrogazione, presentandole il caso della campagna pubblicitaria di un noto marchio globale intitolata #loveislove, che è stata multata perché, a detta dell’ufficio governativo del distretto di Pest, “nuoce allo sviluppo fisico, mentale, emotivo e morale dei bambini e dei minori“.
Ma a mio avviso bisogna saper cogliere anche i cambiamenti positivi. Sembra che stia emergendo un fronte democratico e progressista, come testimoniato dall’esperienza del sindaco di Budapest recentemente eletto, esponente di una coalizione pro-Europa, a favore della cooperazione sovranazionale e critica all’approccio nazionalista di Orbán. Soprattutto a sinistra, tendiamo a sottostimare la reale potenzialità della società civile nel poter rappresentare un argine all’espansione dell’autoritarismo. Ecco, dobbiamo proseguire e anzi rafforzare contatti costanti con le forze di opposizione e supportarne l’attività, mettendoci in ascolto delle loro richieste ed esigenze.
Come hai ricordato prima, oltre ai diritti delle persone LGBTQIA, l’assunzione dei pieni poteri da parte di Orbán preoccupa sotto molteplici punti di vista e chiaramente sul piano della democrazia. Quali azioni si stanno prendendo in sede europea in merito? E tu cosa pensi si debba e si possa fare?
Il Parlamento Europeo aveva avviato la procedura ex. articolo 7 per mettere in mora l’Ungheria e bloccare i suoi diritti come membro comunitario, ma il processo si congelato a livello degli stati membri e per il momento è tutto fermo. Noi non ci siamo dati per vinti e abbiamo intrapreso altre strade, in primis come gruppo parlamentare (quello dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici). Cerchiamo di attivare altre clausole legate a violazioni di diverso tipo, che richiedono un coinvolgimento minore con maggioranze più semplici dentro il Consiglio. In secondo luogo, ragioniamo sui vincoli di spesa rispetto al bilancio comunitario, ovvero cerchiamo di fissare condizioni di rispetto dello stato di diritto per l’accesso alle risorse finanziarie europee.
È evidente che la pandemia di Covid-19 altera le carte in tavola: da una parte Orban avoca a sé tutti i poteri, dall’altra abbiamo sospeso i negoziati sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale (il bilancio dell’Unione) 2021-2027. Quando passeremo alla Fase2 a livello europeo, bisognerà riprendere questa discussione e fare una riflessione in base alle risposte del governo ungherese. Il paradosso è che il momento in cui le opposizioni riescono a mostrare plasticamente la loro forza trasformativa sulla società è divenuto anche il momento in cui si è fatto più stretto il margine della loro libertà… Io non escludo niente a priori, monitoriamo con cautela la situazione.
“Quanto dista il Piemonte dall’Europa” era lo slogan del Torino Pride del 2011, che faceva riferimento all’arretratezza italiana nel riconoscimento dei diritti LGBTQIA rispetto a tanti paesi dell’Unione Europea e guardava all’UE con fiducia. Oggi quanto dista Budapest dall’Europa? E poi non è solo l’Ungheria: anche la Polonia e le forze sovraniste presenti in tutta Europa preoccupano riguardo ai diritti LGBTQIA e ai diritti umani. Quanto pesano oggi in sede europea e quanto mettono a rischio quell’idea di Europa come modello progressista sui diritti umani?
È evidente, volendo adottare un approccio storico, che non abbiamo compreso per tempo e appieno la fragilità del radicamento della cultura dei diritti individuali e delle libertà fondamentali nei paesi dell’Europa orientale che uscivano dall’esperienza storica di regimi illiberali. Ma queste tendenze, a causa della globalizzazione selvaggia e poi dalla crisi finanziaria del 2008, oggi indeboliscono le democrazie un po’ ovunque. L’ho detto più volte: camminiamo sul filo del rasoio. A mio avviso ci sono solo due scenari: una lenta ma dolorosa dissoluzione dell’Unione Europea per come la conosciamo, ovvero per la condizione di pace e tutela dei diritti, di emancipazione dei cittadini e di diffusione della cultura della diversità, oppure il suo rilancio vero, la sua integrazione compiuta.
La domanda che dobbiamo porci oggi è: quanto dista l’Europa da sé stessa? Da quella promessa ideale che si erano fatti i padri fondatori e che ne costituiva premessa esistenziale? Io sostengo che non esista alternativa migliore all’Unione Europea, e lavoro ogni giorno per rafforzare questo progetto. Dobbiamo costruire un fronte unito con tutte le forze democratiche, ma deve essere un fronte ambizioso davvero. Partendo anche da progetti concreti: ad esempio l’UE deve dotarsi di strumenti più sofisticati di contro-informazione rispetto alle narrazioni straniere, alle campagne di fake news e alle ideologie propagandate da circoli politici all’interno e all’esterno della comunità europea, siano esse promosse da organizzazioni private o pubbliche.
L’anno scorso abbiamo visto riunirsi a Verona il Congresso mondiale delle famiglie, che raduna le organizzazioni ostili ai diritti LGBTQIA nel mondo. Quanto sono presenti e influenti nelle istituzioni europee?
La risposta è complessa: da una parte, la nuova maggioranza parlamentare è certamente un po’ più spostata a destra rispetto al passato, con presenze forti di forze politiche ostili ai diritti civili, mentre nelle strutture della Commissione Europea e delle istituzioni europee in generale, e complessivamente nei loro vertici politici, si trova un’aderenza più omogenea al rispetto dei diritti fondamentali, senza escludere quelli delle persone LGBTQIA. Il Collegio dei Commissari ha ripreso il lavoro su questi temi, ma ad esempio rimane ancora ferma, a causa dei veti di alcuni governi, la direttiva orizzontale contro le discriminazioni su cui tutto il movimento LGBTQIA europeo è impegnato da molti anni.
Una sfida importante sarà quella di “smascherare” le forze fintamente moderate, perché rivelino la loro natura e sia così possibile condurre delle battaglie politiche oneste, sapendo davvero chi sono gli alleati e chi gli avversari.
Sei parte, per la seconda volta, dell’Intergruppo al parlamento europeo per i diritti LGBTI: come state lavorando per quanto riguarda i casi che abbiamo citato fin qui e non solo?
L’Intergruppo è una risorsa preziosissima per il nostro lavoro. Da una parte, è lo strumento attraverso cui raccogliamo notizie da tutta l’Europa, immaginiamo forme e azioni di sostegno alle comunità LGBTQIA, programmiamo campagne specifiche. Per un altro verso, è attraverso l’intergruppo che assicuriamo uniformità d’azione e di prospettiva nel nostro lavoro come legislatori. Gli Intergruppi sono organi collegiali di lavoro informali: non hanno quindi delle competenze specifiche, ma, anche grazie all’affiancamento con la rete di ILGA Europe come nostro partner esterno, quello LGBTQIA è in prima linea e sempre molto attivo. Sono davvero lieto che sia stato possibile ricostituirlo e, ovviamente, anche di farne parte.
Valerio Barbini
©2020 Il Grande Colibrì
immagini: elaborazioni da ©Brando Benifei / da myrockethasnobrakes (CC BY-SA 2.0) / Il Grande Colibrì / da SatyaPrem (CC0)


