Movimento LGBT, ci sono alternative al capitalismo?

Soldi rainbow: movimento LGBT e modello capitalista

“No, non è una transessuale: è una drag queen. Non è la stessa cosa. Le transessuali sentono di essere donne, nascono così. Le drag queen si vestono da donna per fare spettacolo, per andare in TV. Lo hanno spiegato l’altro giorno a Domenica Cinque, c’era anche una testimonianza in studio!”. Le parole di Nicoletta (pronunciate evidentemente prima del 2012, che ho appena scoperto essere l’anno di chiusura della trasmissione) mi avevano colpito molto, tanto da ricordarle ancora bene oggi, anche se non testualmente. Ma chi è Nicoletta (nome, ovviamente, di fantasia)? E’ una donna di mezza età, casalinga, legge solo le riviste con i programmi TV, non usa mai internet (WhatsApp a parte), ha idee per niente progressiste. Capirete la mia sorpresa a scoprirla così informata su transessuali e drag queen e a scoprire che era stata “educata” da uno show simbolo della “televisione spazzatura”.

Ho pensato subito a Nicoletta quando ho letto le interessanti riflessioni di Ray Filar pubblicate su Open Democracy e meritoriamente tradotte in italiano da Internazionale. Ho pensato subito a lei perché, nel ragionamento dell* giornalista queer che pure stavo tanto apprezzando e condividendo, c’era qualcosa che mi sembrava stonare, che non mi sembrava abbastanza solido.

“Nessuno dovrebbe credere che queste iniziative commerciali nascano da una reale attenzione per la vita delle persone trans” scrive Filar, aggiungendo però che le “aziende non stanno facendo niente per aiutare le persone e le comunità trans: stanno semplicemente facendo soldi e, finché questi soldi non andranno alle persone che ne hanno bisogno, in tutto questo non ci sarà nulla di liberatorio”; e che “l’efficacia dei movimenti di liberazione è messa in pericolo dall’esterno, dalle aziende che ne approfittano e dai mezzi d’informazione che usano commenti sensazionalistici”.

Eppure soffermiamoci un attimo su alcuni telefilm che proprio Filar cita (“Will & Grace” e “Sex and the city”, a cui aggiungerei “The L word”): quante persone che conosciamo ricordano queste serie TV come passaggi importanti nel proprio percorso di accettazione? E per quante persone nel mondo non occidentale i DVD piratati di questi telefilm sono stati strumenti più unici che rari per prendere coscienza dei propri desideri e del fatto che non fossero anomali? E cosa ci può essere di più efficace di uno show che in pochi minuti ha insegnato a una persona che le persone transessuali sono diverse dalle drag queen e non sono dei pervertiti?

Osserviamo un attimo l’evoluzione del movimento gay maschile: è evidente quanto molti omosessuali godano oggi di benefici prodotti dal mercato, tanto che molti concludono, con prove e argomentazioni solide, che le forze del capitalismo sono state e continuano ad essere molto più efficaci dei movimenti politici nel promuovere l’inclusione dei gay. A tal proposito, è interessante la lettura di “Global gay” di Frédéric Martel, intelligente lode del capitalismo e del consumismo come strumenti di emancipazione.

Su questi passaggi Filar mi pare che utilizzi descrizioni facili da smentire nella speranza di rafforzare le proprie conclusioni, che invece mi sembrano molto importanti e condivisibili: “Le identità trans non sono una merce che può essere comprata e venduta. Non sono un’affermazione di stile o una campagna pubblicitaria”. L’incontro tra capitalismo e movimenti di liberazione, infatti, può produrre benefici e può produrli in modo efficace, ma questo non significa che non manchino i problemi. La radice della questione, secondo me, sta nel fatto che nel mercato i beni (e ciò che viene trasformato in bene, come le identità che diventano “stili di vita”) devono per definizione essere limitati, cioè scarsi e non fruibili da tutti senza sforzo, come qualsiasi manuale basilare di economia ci può ricordare.

Questo punto merita una maggiore attenzione: il mercato può promettere di allargare i recinti dell’inclusione, ma per sua natura la sua esistenza è legata alla presenza di questi recinti che quindi non può abbattere. Il mercato, per esistere, ha bisogno dell’esclusione (totale o momentanea) di qualcuno, e poco importa se questa esclusione viene presentata con le vesti scintillanti del “prodotto esclusivo” o del “servizio in esclusiva”: ciò che è universalmente accessibile a tutti non può rientrare nel mercato. L’aria non può rientrare nel mercato perché la possono respirare tutti senza ostacoli. L’accettabilità sociale, la dignità umana e la libera espressione di sé possono rientrare nel mercato solo a patto che qualcuno ne possa essere escluso e che diventino beni in qualche modo acquisibili.

Ma se il mercato applicato alle identità porta all’esclusione, il mercato consumistico, necessitando di una rincorsa costante al consumo di beni e servizi, nega a tutti un’inclusione stabile: l’inclusione non può mai essere definitiva, non può mai essere un traguardo raggiungibile una volta per tutte, ma diventa una chimera da conquistare e riaffermare costantemente, giorno per giorno.

Il mercato, così, ha allargato le proprie braccia accoglienti agli uomini omosessuali… ma l’abbraccio è effimero, deve essere rinnovato con l’ultimo modello di smart phone, con qualche bell’oggetto di design, con qualche ora di fitness, con una bella vacanza in crociera, come ci suggeriscono per esempio valanghe di redazionali a tema sui siti gay. Il più importante portale di informazione gay del mondo, tanto per essere concreti, dedica quasi un terzo dei propri articoli a recensire ristoranti di lusso o a dare suggerimenti per dimagrire in fretta.

Apriamo poi una parentesi sugli orsi: la rivoluzione estetica legata alla rottura di tutti i canoni classici e alla proclamazione dell’eroticità degli uomini grassi, pelati, pelosi e maturi è stata tristemente piegata dall’imposizione di nuovi canoni estetici “settoriali” e dall’ondata di beni e servizi specializzati appositamente ideati per questo nuovo lucroso mercato. La promessa di scardinare le porte del palazzo di Eros si è tramutata nella vendita, neppure molto economica, di biglietti d’ingresso per visitare un nuovo padiglione… E’ un’altra forma del “fascismo estetico” di cui parla Filar e che per le trans oggi si traduce in “pelle bianca, magrezza, femminilità transessuale o androginia femminile stereotipata”.

Le domande che possiamo porci, a questo punto, sono tre: questo stato di cose ci piace? possiamo opporci? e come?

In base alle mie scelte ideali, non posso accettare questo stato di cose. Riconosco al capitalismo una grande capacità di produrre benefici per molte persone e di farlo in modo efficace, ma non posso accettare che questo avvenga escludendo altre persone e restringendo per tutti il campo delle libertà “rispettabili”. Detto questo, non so se opporsi alle imponenti forze del mercato sia davvero possibile, se un’alternativa possa sopravvivere.

L’esistenza stessa di questo sito, però, testimonia la volontà di provare a costruire un’alternativa. Come abbiamo ricordato recentemente [Il Grande Colibrì], parlare di transgender indiane, di lesbiche africane o di queer musulmani oggi in Italia significa remare contro la domanda creata dal mercato. Rinunciare alla pubblicità in nome dell’indipendenza, nonostante un pubblico ampio e un nome che potrebbe essere trasformato in un buon marchio, significa dare vita a qualcosa che fa fatica a sopravvivere in un ambiente dominato dal mercato.

Nonostante questo, e nonostante tutte le contraddizioni che non possiamo evitare (utilizziamo la piattaforma blogger di un gigante del mercato, diffondiamo la nostra informazione su social network di altri giganti del mercato), e nonostante gli errori che abbiamo fatto e che faremo, vogliamo provare a continuare un discorso che includa tutti e che riconosca la dignità di tutti (donne e uomini, cisgender e transgender, eterosessuali e omosessuali, asessuali e bisessuali, bianchi e neri, atei e religiosi, anziani e giovani, poveri e ricchi…) attraverso questo blog, attraverso il sostegno a persone migranti e richiedenti asilo, attraverso l’acquisizione di materiali e libri per sviluppare reti di studio e di conoscenza.

E vogliamo – anzi: dobbiamo farlo seguendo un modello che ci ponga fuori dal mercato, ma che non si limiti al puro volontariato (che richiede risorse, finanziarie e non solo, che al momento non possiamo dare per scontate). Abbiamo bisogno di un altro modello di solidarietà. Abbiamo bisogno che i nostri lettori ogni tanto ci sostengano mettendo a disposizione le loro conoscenze e intuizioni, il loro desiderio di scrivere e di condividere le notizie, la loro necessità di non essere solo lettori e di reclamare spazi per diffondere le proprie idee, la loro voglia di darci suggerimenti e critiche per capire e migliorare, la loro possibilità di donare un libro. La sfida è più complessa di quello che potrebbe sembrare, ma insieme possiamo provare ad affrontarla.

 

Pier
©2015 Il Grande Colibrì
Scritto da
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1 commento

  • Da liberale ex vendoliano (!) , credo che il capitalismo per definizione deve valorizzare tutte le diversità, e quindi contribuisca all'emancipazione di ogni comunità. Certo, i problemi che denunci permangono, ma (e cito una grande opera cinematografica marxista: Matrix) mi chiedo se l'esistenza stessa degli "alternativi" come voi non sia una "fisiologica anomalia" , "prevista" a prescindere , all'interno del modello di società capitalista. In tal caso voi non sareste l'alternativa, ma la valvola di sfogo che tiene in vita il sistema.
    Per fortuna, aggiungerei io.

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