3 note sulle mutande di Maccarrone e la comunità LGBT

Andrea Maccarrone nella piazza sulle unioni civili

NOTA NUMERO 1: SULLA CONDANNA DI ECO

Per distrarre la moglie Era dalle proprie infedeltà, il re degli dei olimpici Zeus le mandava quella chiacchierona della ninfa Eco a riempirle la testa di vuoti pettegolezzi. Era, però, iniziò ad avere qualche sospetto e allora decise di tornare sul monte Olimpo quando meno il marito se lo aspettava. E così lo scoprì proprio nel bel mezzo di una “cena galante” con uno stuolo di ninfette. Per punire la povera Eco, che aveva provato a trattenerla e che aveva coperto per tanto tempo le marachelle di Zeus, Era la privò dell’uso della scelta delle parole: da allora in poi la ninfa non poté far altro che ripetere le ultime parole che sentiva, qualunque fosse il loro senso.

La nostra comunità è un po’ Era e un po’ Eco. E’ un po’ Era perché divaga troppo spesso, si dedica facilmente a discussioni inutili create apposta per distrarla, si concentra su dettagli perdendo di vista i pericoli reali. Ma è anche un po’ Eco, perché rincorre e amplifica tutto quello che le capita a tiro, senza cercare di distinguere tra parole buone e cattive, importanti e insignificanti, utili e sconvenienti. I commenti deliranti lasciati dall’anonima segretaria del mio dottore di periferia sotto un articolo pubblicato da un qualsiasi piccolo sito omofobico rischiano di essere riproposti infinite volte da infiniti internauti LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) indignati. Alcuni media gay si sono persino specializzati nel farci la cronaca minuto per minuto di quello che dicono e scrivono omofobi noti e sconosciuti.

L’effetto? Gli argomenti del dibattito pubblico sulle nostre vite è affidato interamente a questi omofobi.

NOTA NUMERO 2: SULLE MUTANDE DI ANDREA

Il termine “mutande” deriva dal gerundivo latino “mutandae”, che possiamo tradurre come “da cambiarsi”. Eppure in questi giorni le mutande di Andrea Maccarrone – ex presidente del circolo LGBT Mario Mieli che si è presentato indossando solo uno slip, una foglia di fico e un mantello arcobaleno alla manifestazione per i diritti delle coppie omosessuali che si è tenuta a Roma il 5 marzo – sono diventate il simbolo di qualcosa che non cambia mai. Non cambia mai il discorso, per rimanere sugli aspetti più vistosi: la sua foto è stata postata sui social network da migliaia di persone, ricevendo ogni volta decine e spesso centinaia di commenti. Tanto per confermare quanto ci lasciamo distrarre dai dettagli (un paio di mutande) e siamo poco attenti alle cose più importanti (la manifestazione).

E non cambiano neppure i riferimenti valoriali di molti: se qualcuno ha apprezzato l’idea di Maccarrone e qualcun altro ha pacatamente fatto sapere che non la condivideva, altri ancora hanno pubblicato parole di fuoco. Parole che – è utile notarlo – non si distinguevano in nulla dai commenti dei siti e dei giornali dichiaratamente omofobici. Il valore di riferimento di una larghissima parte della comunità LGBT rimane un principio di finta morigeratezza e vuota sobrietà che punta il dito, carico di accuse di scostumatezza e depravazione, contro il corpo, i suoi diritti e la sua libertà. Non a caso alcuni commenti di condanna se la sono presa direttamente contro il corpo di Maccarrone: “troppo perfetto”, “questi gay depilati”, “passa il suo tempo in palestra”.

L’effetto? Non solo permettiamo agli omofobi di decidere di cosa parlare, ma anche di come parlarne.

NOTA NUMERO 3: E SOTTO LE MUTANDE?

Non siamo ingenui: le mutande di Maccarrone sono state strumentalizzate soprattutto da chi voleva colpire la manifestazione del 5 marzo. Qualcuno non ha legittimamente condiviso l’azione politica degli organizzatori, qualcun altro invece ha deciso di opporsi con comportamenti inqualificabili e ha cercato di squalificare la manifestazione prima diffondendo consapevolmente informazioni errate sulle sue finalità e modalità, poi scatenando il moralismo sulle mutande di Maccarrone. Allora conviene chiedersi cosa si celi sotto questo gran ciarlare di mutande: che sia la volta buona in cui cominciamo a chiedere trasparenza ai media LGBT e a interrogarci sugli interessi economici e politici di tanti editori e di tanti blogger “indipendenti”?

Conviene anche interrogarci sulla natura stessa del movimento LGBT. Il fatto di condividere un orientamento sessuale o un’identità di genere è una motivazione sufficiente per cercare di costruire un percorso comune, per cercare di combattere battaglie insieme? La lotta di chi chiede di essere incluso nel sistema di valori e discriminazioni vigente è conciliabile con la lotta di chi vuole trasformare questo stesso sistema? Che dialogo è possibile tra chi si lascia dettare l’agenda dagli omofobi e chi vuole dire cose nuove con un linguaggio nuovo? Chi indossa l’uniforme dello status quo è alleata o nemica di chi lotta per e con le “mutandae”, con e per le cose da cambiare? Non sono domande retoriche, ma sfide sulle quali siamo chiamati a dare delle risposte.

 

Pier
©2016 Il Grande Colibrì
Scritto da
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3 commenti

  • Maccarrone ha messo in evidenza cio a cui è interessato: Le unioni civili servono per fare sesso; l'importante è il corpo; la pace. Forse gli interessa solo il sesso libero e pacifico….
    Se voleva provocare qualcuno standosene quasi nudo in mezzo a tutti gli altri ben vestiti, c'è riuscito. Peggio per lui e per il suo movimento!
    Non ho mai fatti visita al circolo Mario Mieli, ma avrei voluto andarci… Ora non so se ne ho più voglia! Penso sempre di più che i movimenti LGBT ecc, sia dediti a fare feste e sesso.

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