Razzismo e discriminazione: non parole, ma solidarietà

manifestante nera al gay pride di londra
Una donna nera che partecipa al Gay Pride di Londra

Il 20 maggio a Milano si terrà una grande manifestazione contro il razzismo. La rete “Nessuna persona è illegale” ha elaborato per l’occasione un importante documento alternativo per puntare su una proposta di solidarietà concreta piuttosto che su parole belle ma troppo spesso in contrasto con le reali scelte politiche. Alcune persone LGBT+ (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, intersessuali e non solo), tra cui molte del Grande colibrì hanno deciso di aderire a questo appello. Ce ne parla Riccardo Tromba, attivista  del Naga.

Il 17 maggio è un giorno importante per le persone LGBTI+ di tutto il mondo: in quella data, infatti, nell’ormai lontano 1990 l’Organizzazione Mondiale della Sanità decideva finalmente di non considerare più l’omosessualità come una patologia, ma come una variante naturale del comportamento umano.

Se da molti anni l’omosessualità non è più considerata una malattia mentale (almeno dalla scienza, perché come ben sappiamo certe sette continuano a non rassegnarvisi), il problema della discriminazione più o meno sancita dalla legge e della violenza subita dalle persone LGBTI+ tuttavia è tutt’altro che risolto: non solo in molte parti del mondo i rapporti tra persone dello stesso sesso sono tuttora puniti dallo stato, ma persino nei paesi dove ogni discriminazione legale è stata superata permangono ancora violenze, insulti e discriminazioni di fatto.

Se poi dall’orientamento sessuale ci spostiamo a considerare l’identità di genere, il panorama è sconfortante: senza volerci addentrare nell’abisso delle discriminazioni e delle violenze che ogni anno piangiamo nel Transgender Day of Remembrance (Giornata del ricordo transgender; TDOR), ci limiteremo a ricordare che la discrepanza tra identità di genere e sesso genetico è tuttora trattata nella gran parte dei casi come una grave patologia psichiatrica, e sono molti i paesi, tra cui l’Italia, che frappongono ostacoli incredibili al riconoscimento giuridico dell’identità vissuta dalle persone T, concedendo solo dopo iter complicatissimi e spesso costosi la rettificazione del genere sui documenti – fatto questo che non trova giustificazione se non in un’insistente volontà politica di punirle e discriminarle. Il riconoscimento delle identità che sfuggono alla contrapposizione uomo-donna, poi, è praticamente introvabile.

In molti, troppi luoghi del mondo le persone LGBTI+ vivono perciò in una condizione di quasi-clandestinità o nel migliore dei casi dovendo barcamenarsi per veder tutelate la propria incolumità e i propri diritti essenziali: come scriviamo nel nostro appello per la manifestazione antirazzista di sabato prossimo 20 maggio, “siamo negate e rinnegate, ridotte a stereotipi, guardate con sospetto, accusate di crimini infamanti, discriminate sul lavoro, trattate senza rispetto, picchiate e uccise. Godiamo solo di una cittadinanza parziale e in troppi luoghi e contesti siamo considerate illegali per il solo fatto di esserci”.

Non può sfuggire infatti l’analogia tra i problemi della “illegalità” e delle discriminazioni che ci affliggono e quelli vissuti nel mondo da milioni di persone migranti. Considerate nel migliore dei casi come un peso, poveracci e poveracce da assistere (ma il meno possibile), nel peggiore come pericolosi invasori da tenere sotto controllo e segregare, sono additate come fonte di problemi e causa di ogni male, e costrette a loro volta a barcamenarsi tra mille ostacoli giuridici, economici e sociali per vivere dignitosamente.

Sappiamo bene, per averne fatto diretta e dolorosissima esperienza, che se il superamento delle leggi discriminatorie non garantisce di per sé la fine delle discriminazioni, tuttavia esso è precondizione indispensabile perché si possa incominciare a perseguirla: la piena parità rimane semplicemente impensabile finché l’inferiorità di un soggetto, si tratti di una persona LGBTI+ o di una persona migrante, rimane sancita dalla legge.

Così come le norme che ci considerano come soggetti pericolosi o incapaci di autonomia contribuiscono a mantenere e rinforzare l’odio nei nostri confronti, analogamente quelle che generano e rinforzano nell’immaginario collettivo l’oscura figura del “clandestino” sono direttamente responsabili della deriva razzista e xenofoba che è sotto gli occhi di tutt*: se queste forme di avversione hanno certamente radici in processi psicologici che vanno affrontati da un punto di vista educativo (quando non psicoterapeutico), la loro esplosione in vere e proprie patologie sociali non segue dinamiche interiori ma vere e proprie scelte politiche.

Se la paura è la prima “gamba” su cui si regge la discriminazione, la seconda è la contrapposizione degli interessi “nostri” e “loro”.

Anche questo è un procedimento che dovremmo conoscere benissimo: alzi la mano chi, davanti alle richieste di parità e diritti per le persone LGBTI+, non si è mai sentit* rispondere che “i veri problemi sono altri”: ci sono la crisi, la disoccupazione, le malattie, la fame nel mondo e chi più ne ha più ne metta… persino i problemi degli immigrati e delle persone senza fissa dimora vengono citati come motivi per cui non dovremmo reclamare niente per noi!

Analoga è la retorica che si adotta per le persone migranti: i “loro” interessi e diritti vengono costantemente contrapposti ai “nostri”, perché sono “loro” che ci portano via il lavoro, si fanno mantenere pretendendo trattamenti principeschi, si accaparrano le magre risorse di cui lo stato dispone.

Nel frattempo, viene omesso però di ricordare che le maggiori risorse non sono affatto investite nell’assistenza a queste persone né tantomeno nella loro cosiddetta “integrazione”, ma bensì nella loro segregazione in centri isolati e spesso sotto il limite della dignità umana che fanno comodo solo ai loro italianissimi e potenti gestori, nel mantenimento di un impressionante dispositivo di controllo delle frontiere (incluse le generose donazioni a dittatori e bande paramilitari che saranno i veri pericoli per la nostra sicurezza un domani), nella progressiva militarizzazione che finisce col travolgerci tutte e tutti, in un crescendo di paure che rinforza il processo di “creazione del nemico” che si citava sopra. E anche questa non è una fatale necessità psicologica, ma una scelta politica.

Non bastano perciò i buoni sentimenti e le dichiarazioni di principio, sono le scelte politiche che vanno cambiate: vanno combattuti i provvedimenti che producono marginalità ed esclusione, quali la legge Bossi-Fini e le recentissime Minniti e Minniti-Orlando, e vanno fatte proposte concrete.

Perciò abbiamo scelto di aderire alla piattaforma proposta dalla rete “Nessuna persona è illegale” e di farlo non ignorando ma anzi valorizzando la nostra identità di persone LGBTI+: perché contiene proposte attuabili che tratteggiano e realizzano una prospettiva completamente diversa, nel segno del mutuo soccorso e della solidarietà, trattando la persona migrante come un soggetto ricco di energie e potenzialità, le cui legittime aspirazioni vanno incoraggiate e non represse.

Nella nostra società europea in profonda crisi, queste giovani forze possono diventare l’elemento chiave per sbloccare il sistema economico inceppato, come dimostrato in concreto, ad esempio, da esperienze come quella di Riace, paese che ha scelto di investire sull’accoglienza, generando un processo virtuoso che si è tradotto in maggiori servizi e opportunità per l’intera cittadinanza.

Il Grande Colibrì ha celebrato la giornata mondiale contro l’omo-bi-trans-fobia con uno splendido video: nel mondo che sogniamo, nessuna persona sarà più discriminata, attaccata o considerata illegale per il proprio orientamento sessuale, la propria identità o espressione di genere, il proprio luogo di nascita, e l’identità non sarà mai più usata come un’arma per ferire, ma come un ornamento da indossare, come ci ricorda nel video Miguelito, “italiano, peruviano e brasiliano”.

Questa è la nostra lotta, e sabato 20 maggio saremo in piazza a Milano con la rete “Nessuna persona è illegale” per condividerla: dalle 11.30 pranzo solidale a offerta libera in piazza Oberdan, dalle 14 ritrovo per la manifestazione. Leggete il testo completo dell’appello su Facebook e mettete il vostro “partecipo” all’evento Facebook “20 maggio: Nessuna persona è illegale, siamo tutte favolose”: contro il razzismo e contro ogni discriminazione, non parole, ma solidarietà. Ci vediamo in piazza.

 

Riccardo
©2017 Il Grande Colibrì

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