Obama, Europa e Israele: gay-friendly a singhiozzo

Invece di prendere di mira i nostri fratelli gay e le nostre sorelle lesbiche, possiamo usare le leggi per proteggere i loro diritti. Invece di definire noi stessi in opposizione agli altri, possiamo affermare le aspirazioni che condividiamo. E’ questo che renderà forte l’America. E’ questo che renderà forte l’Europa. E’ questo che ci rende quello che siamo“: queste belle parole, critica evidente alle politiche omofobiche della Russia di Vladimir Putin, sono state pronunciate da Barack Obama al Palazzo delle belle arti di Bruxelles davanti a centinaia di ragazzi europei (youtube.com). Non è la prima volta che il presidente degli Stati Uniti si esprime con forza a favore dei diritti delle persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) durante un viaggio all’estero. Nel 2013, ad esempio, aveva elogiato i matrimoni omosessuali mentre era in visita in Senegal (ilgrandecolibri.com).

La chiarezza con cui Obama ha difeso il diritto a vivere liberamente il proprio orientamento sessuale e la propria identità di genere, l’anno scorso in Africa e oggi in Europa, sembra priva di ombre. Eppure il presidente USA, per l’ennesima volta, ha dimenticato la battaglia e ha perso la voce – in sostanza: ha perso la battaglia – non appena è sbarcato in Arabia Saudita. Obama è riuscito a farsi fotografare mentre consegnava un premio a Maha Al Muneef, attivista che denuncia la violenza contro le donne e i bambini, ma con re Abd Allah e con il suo governo non ha parlato delle violazioni dei diritti delle donne, dei migranti, degli omosessuali e delle minoranza religiose. Non ha fatto in tempo. E’ una battuta? No, è quello che dichiara l’entourage presidenziale (gulfnews.com).

Non che sia una novità: gli orologi dei presidenti statunitensi, poco importa se al polso di stupidi intenzionati a esportare la democrazia con prove false e bombe vere o di intelligenti dalla politica estera disorientata, hanno sempre avuto problemi con il fuso orario di Riyad. Quando arriva il momento di parlare di diritti umani, gli uomini più potenti al mondo guardano le lancette, scoprono che il tempo è scaduto e si trasformano in Bianconigli in fuga perché “è tardi, è tardi!“. Fuor di metafora, l’amministrazione USA non vuole indisporre l’alleato re Abd Allah, come denuncia l’attivista arabo Ali Ahmed. E così, mentre Obama tace a Ryad, a Washington il Dipartimento della sicurezza interna ha negato, almeno in prima istanza, l’asilo politico a Ali Asseri, un diplomatico gay saudita (cnn.com).

Le alleanze con i tiranni, però, non lasciano senza voce solo Obama: molti attivisti LGBT israeliani sono rimasti sconcertati a scoprire che il loro governo, così fiero di essere un’oasi gay-friendly nel Medio Oriente omofobo, non aveva alcuna intenzione di condannare le nuove leggi omofobiche promulgate in Uganda (ilgrandecolibri.com). I motivi sono semplici: il paese fa ricchi affari con il presidente-dittatore Yoweri Museveni e, in particolare, gli vende le armi con cui opprime il suo popolo e organizza le guerriglie armate che destabilizzano i paesi vicini. Inoltre, con un accordo che ricorda il patto criminale tra l’Italia e la Libia di Gheddafi, in futuro Israele potrebbe usare l’Uganda come “discarica” in cui gettare gli immigrati non regolari, con massimo spregio ai diritti umani (haaretz.com).

Il giudizio che l’attivista israeliano Yonatan Berman, della Linea diretta per i rifugiati e i migranti, ha espresso su haaretz.com è pesantissimo: “Le persone LGBT sono uno strumento di propaganda con cui Israele si spaccia per un paese illuminato e raffigura i nostri vicini come bestie dalle sembianze umane; l’Uganda è una discarica in cui gettare la massa di neri che scurisce il nostro campo visivo e un sito per il traffico delle armi“. Berman ricorda anche che Israele non ha mai concesso asilo politico ad una persona omosessuale: “Semplicemente non vuole applicare la convenzione sullo status dei rifugiati ai gay, ai quali quindi richiede di tornare in luoghi che per loro sono pericolosi“.

Sono sempre gli interessi economici a spiegare il diverso trattamento che i paesi europei hanno riservato all’Uganda, che dovrà subire una serie di sanzioni, e alla Nigeria, che, pur avendo approvato poche settimane prima una legge persino peggiore (ilgrandecolibri.com), se l’è cavata con poco più di una strigliata: se l’Uganda è un partner politico e commerciale importante per Israele, il “Vecchio continente” preferisce la Nigeria, seconda economia africana e decimo produttore di petrolio al mondo. Succede così che il governo inglese, che ha tuonato contro l’Uganda, voglia rispedire in Nigeria Apata Aderonke Adejumoke, un’attivista lesbica che si è rifugiata nel Regno Unito dopo che la sua compagna è stata uccisa e che lei stessa è stata imprigionata, torturata e minacciata di morte (youtube.com).

Anche per l’Italia la Nigeria è un partner commerciale che merita molte più attenzioni che l’Uganda: secondo i dati del Ministero degli affari esteri, il valore dell’import-export con il primo paese supera di slancio i 2,5 miliardi di euro l’anno, mentre con il secondo non raggiunge neppure i 110 milioni. Sarà per questo che la Commissione affari esteri della Camera dei deputati ha approvato la risoluzione di Arturo Scotto (SEL) contro le leggi ugandesi (camera.it; pag. 55), ma non si è espressa contro le ancor più dure norme nigeriane? Oppure, più semplicemente, i parlamentari italiani non si sono accorti di quello che stava succedendo in Nigeria solo perché ne hanno parlato di meno i media?

Rimane un fatto gravissimo: l’uso di doppi standard, l’abitudine di fare la voce grossa con gli uni e di chiudere gli occhi con gli altri, per motivi economici o per semplice insipienza, ha effetti molto negativi. Fa passare il messaggio che i diritti delle persone LGBT non sono importanti in sé, ma sono semplici pedine da giocare sullo scacchiere internazionale, facilmente sacrificabili per salvare il re petrolio o le torri materie prime. Giustifica e rafforza le violazioni dei diritti umani perpetrate dai regimi tirannici più forti. Incita gli stati più deboli, che invece vengono strigliati, a non seguire le pur giuste raccomandazioni, perché vengono percepite come suggerimenti ipocriti o persino come simboli della loro sudditanza contro cui ribellarsi.

Per questo, quando l’anno scorso Obama difese i diritti LGBT dal Senegal, la risposta tipica dei giornalisti omofobi di tutta l’Africa fu: “Dillo prima all’Arabia Saudita“. Avevano scommesso sul silenzio americano con l’alleato di Riyad. E, purtroppo, ora incassano la vincita.

 

Pier
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