Le sacre contraddizioni delle prostitute trans di Catania

Una scena di "Gesù è morto per i peccati degli altri"

“Le belle di San Berillo”: così doveva chiamarsi all’inizio il documentario di Maria Arena, vincitore del Divine Queer Film Festival. La regista, non credente, non avrebbe mai pensato di incontrare il sacro in mezzo alle prostitute transgender di un quartiere di Catania; invece, nei sue cinque anni di riprese si è trovata di fronte poca politica, in fin dei conti, e tante veglie, feste, preghiere, madonne; e così il suo film è diventato “Gesù è morto per i peccati degli altri”. “Gesù è morto per i peccati degli altri” colpisce innanzitutto per la sua sincerità: senza correttezza politica, le sette persone protagoniste del film si chiamano indifferentemente – o meglio, a seconda dei contesti – al maschile o al femminile. Si prostituiscono in un quartiere abbandonato della città, e per lo più sono uomini all’anagrafe, solo una ha fatto l’intervento di cambio di sesso. Transgender? Transessuali? Travestiti? Omosessuali?

SENZA SCHEMI E SENZA DEFINIZIONI

Le belle di San Berillo non lo sanno, a loro non interessa nemmeno: alcune hanno iniziato a prendere ormoni per piacere di più agli uomini e fare più soldi, qualcuna lo desidera da sempre, un’altra si riveste da uomo appena esce dal quartiere, un’altra ancora lo ha fatto per sfizio, incuriosita dalle compagne.

Perché fanno la vita? La gamma di motivazioni è vasta. Giuseppe-Mary è stato costretto dal padre a sposarsi: ora che ha i seni, i figli non lo chiamano più “papà”, ma non si vergognano di riconoscerlo come tale in pubblico. Franchina dice di aver imboccato questa strada perché le piacevano i maschi e anche i soldi, ma quando va al mercato o in famiglia si veste da uomo. Un altro non riusciva a trovare alternative di lavoro, dato che tutti “si accorgevano che ero checca”.

SENZA CAMBIAMENTI E SENZA CENSURE

Le istituzioni, tentando di “riqualificare” il quartiere e le sue lavoratrici, le indirizzano a un corso di formazione infermieristica: le sette lo seguono, ma con poca convinzione, vuoi perché è l’ennesima promessa senza seguito delle istituzioni, vuoi perché si sentono troppo vecchie, avviate, forse anche affezionate a quel lavoro, vuoi perché senza una figura stabile al loro fianco non credono di riuscire a cambiare vita.

Ma dovrebbero davvero cambiarla? Maria Arena, che fa parte del team di riqualificazione della zona San Berillo, vorrebbe che si mettesse in piedi un quartiere a luci rosse. Lì, le belle hanno costruito un mondo di identità fluide e tormentate, in cui è difficile, se non insensato, distinguere la costrizione sociale dalla decisione spontanea. Ed è raro trovare in un film su questi argomenti una rappresentazione così non censurata, che lasci ai soggetti la possibilità di raccontarsi: di solito, o si denigra, o si drammatizza per impietosire, o si pulisce ogni cosa per convincere che è tutto legittimo, tutto naturale, come se ci si dovesse scusare di vivere una vita reale, con inghippi, costrizioni, sbagli.

IL SACRO: CIÒ CHE LEGA E CHE LIBERA

Che ruolo ha la religione tra queste vite marginalizzate? Una distrazione? Tappa il buco che le istituzioni lasciano aperto? O è il mezzo attraverso il quale le belle di San Berillo prendono coscienza e conquistano una certa libertà? Lo spettatore troverà la sua risposta. Certo è che la religione è dappertutto: nella gioia delle processioni, nelle rivendicazioni di Alessia, fiera di essere prostituta “come santa Maddalena”, ma soprattutto in Franchina, la più tormentata, che riceve i clienti con un libro di teologia nella tasca del sedere (racconta la regista, sua amica), scrive commenti alla via Crucis, e pensa – cavilli teologici – che lo svilimento del corpo è un’esperienza necessaria alla riscoperta della purezza del cuore.

Dobbiamo ricordarci che non esiste solo la Chiesa del Family Day. Il parroco di San Berillo è vicino da sempre alle belle del quartiere; la fondazione gesuita San Marcellino di Genova ha finanziato “La bocca del lupo”, documentario sulla storia d’amore tra una transessuale e un ex-eroinomane. I movimenti LGBTQ (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e queer) si irrigidiscono a volte su posizioni anti-clericali.

LA LIBERTÀ SEMPRE FUORI DAI CONFINI

Con una rigidità simile, ho sentito un attivista criticare Maria Arena per come si rivolgeva, a volte, al maschile alle transessuali (perché-alle-MtF-non-ci-si-deve-rivolgere-così): un uso a loro stesse indifferente. Giustamente, il mondo LGBTQ chiede di essere riconosciuto dalle istituzioni. Attenzione, che nella corsa all’istituzionalizzazione – che non risolverà tutti i problemi – non si perda la comprensione per chi diverge dall’istituzione che si fonda, per come le identità di genere e sessualità verranno declinate in contesti diversi da quelli “progressisti” e trainanti. E si ricordi che il sacro può dare senso a contraddizioni che lo Stato può soltanto arginare.

 

Simone
©2016 Il Grande Colibrì
More from Il Grande Colibrì

Sadie, 11 anni: “Amare noi trans non è poi difficile!”

Sadie, una bambina transgender statunitense di 11 anni, ha sentito il proprio...
Leggi di più

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *