Ramadan in Italia, così diverso dai ricordi d’Algeria

un uomo allestisce le decorazioni per il ramadan
Un uomo allestisce le decorazioni per il ramadan

Ramadan (رمضان), il nono mese del nostro calendario islamico, nonché il mese sacro del digiuno per chi è di fede musulmana. Osservarlo è un obbligo per tutti gli adulti, tranne alcuni casi, perché rappresenta il quarto pilastro dell’islam.

Da piccoli, ogni anno che si avvicinava, si cominciava a parlare solo di Ramadan e di quanti giorni avremmo potuto digiunare durante il mese. Di come scegliere la moschea da frequentare in base alla bravura del suo imam nel recitare il corano. Di come organizzarci per pregare tutti insieme le cinque preghiere obbligatorie e la preghiera del Tarawih (تراويح), ossia le lunghe preghiere molto praticate solo durante questo mese, appena dopo la Salat al-‘isha’ (صلاة العشاء; preghiera notturna).

Quasi tutte le mamme cercano di convincere i propri figli, non ancora puberi, a non affaticarsi troppo digiunando e inventavano di tutto pur di insegnare ai bambini lo spirito di Ramadan senza farli soffrire. Mia madre, per esempio, ci diceva che digiunare da un solo lato della bocca fosse possibile per chi ha meno di 13 anni! Oppure che si potesse dividere un giorno di digiuno in due parti, un giorno dall’alba a mezzodì e il giorno dopo da mezzogiorno al tramonto! Ma ogni anno doveva trovare un nuovo trucco per abituarci ad avere la pazienza necessaria per poter affrontare il digiuno come si deve all’età della pubertà.

I preparativi del mese di Ramadan cominciavano sempre circa un mese prima: gli uomini di ogni quartiere uscivano a pulire le strade e a fare giardinaggio, ad organizzare e sistemare delle sale del comune per ospitare viaggiatori e persone bisognose al momento dell’Iftar (إفطار; il primo pasto dopo il digiuno), a pulire le moschee dalla porta d’ingresso fino ai soffitti della cupola. Le donne invece lavavano gli interni dei palazzi e si occupavano della sistemazione delle case, allestivano le bottiglie e i barattoli di sottaceti e sottolio, occupandosi anche delle liste delle spese settimanali…

Ricordo che mio nonno, ogni anno, noleggiava un camioncino per fare una mega spesa nella settimana prima di Ramadan, diceva che così mia nonna, per un mese, non si sarebbe lamentata delle patate che stavano finendo o dei pomodori che servivano assolutamente per fare i sughi. Così avrebbe potuto dedicarsi tutto il giorno alla lettura del corano e la preghiera. Ma a mia nonna, diceva lui, mancava sempre qualcosa…

D’altronde, ci si preparava anche fisicamente e spiritualmente al mese più arduo dell’anno: si digiunava sei giorni come minimo durante il mese di Sha’aban (شعبان), il mese lunare che precede Ramadan. Inoltre, durante il mese di Sha’aban, si cercava di leggere il Corano intero, cioè di fare un khatm (ختم; conclusione). Sapendo che il Corano è diviso in 60 hizb (حزب), leggerne due al giorno permetteva di concluderlo in trenta giorni.

Anche le scuole cambiavano gli orari delle lezioni per favorire maggior concentrazione sul percorso spirituale che si sarebbe dovuto fare nel corso del mese sacro. Da un’ora, si riducono i tempi a 45 minuti a lezione.

Arriva “la notte del dubbio”, o “Laylat al-shak” (ليلة الشك) come viene chiamata in arabo, la notte durante la quale milioni di musulmani aspettano la conferma, da parte delle autorità competenti in una diretta televisiva o radiofonica, di aver visto la nascita della nuova luna: così si determina l’inizio del digiuno il giorno dopo. In questo caso, la città gioisce e tanta gente rimane sveglia fino all’alba, per assistere al primo sohur (سحور; il pasto prima della preghiera dell’alba, Fajr; فجر) del mese. In caso di mancanza di avvistamento, si decide che il mese debba cominciare due giorni dopo per logica. Quest’anno, in molti paesi la luna non s’è avvistata l’otto di luglio, quindi Ramadan ha avuto inizio il 10.

La giornata incominciava con il sohur alle 4 del mattino circa: appena si sentiva il richiamo per la preghiera dell’alba, grandi e piccoli andavano insieme alla moschea e ci rimanevano fino all’apparizione del primo barbaglio di luce all’orizzonte, pregando e recitando i due hizb giornalieri del Corano. La mattinata si trascorreva tra mercati, lavorando o andando a scuola fino a mezzodì. Poi si andava in moschea per la seconda preghiera (Salat az-zhuhr; صلاة الظهر) e rimanevamo lì a studiare il Corano o ad assistere a incontri con l’imam fino alla terza preghiera (salat al-‘asr; صلاة العصر). Intanto le donne andavano a visitare i parenti o si occupavano delle pulizie e della preparazione della cena.

Dopo Salat al-‘asr, c’era chi tornava al lavoro, c’era chi preferiva meditare e pregare in casa o in moschea, c’era chi rimaneva a casa a guardare i programmi TV dei vari canali. C’era chi sceglieva di fare volontariato e andava a cucinare per i bisognosi. C’era anche chi preferiva sparire perché non osservava il mese e non poteva farsi vedere mangiare, allora si nascondeva dagli occhi per non essere giudicato. C’era chi giocava tutto il pomeriggio a scacchi, a domino, a carte, a dama o ad altri giochi tradizionali di società per non pensare alla fame e alla sete. C’era chi si rendeva utile ai vecchietti della città aiutandoli a fare la spesa o a spostarsi.

Insomma, la gente diventava più buona del solito e gareggiava per il bene, anche se si può considerare falsità, ma il buonismo creava quell’atmosfera  di complicità nel fare del bene che accompagnava il mese della misericordia.

Due ore prima del tramonto, quando l’aria si profumava di cibi e pane fresco, nella mia città la gente segue la tradizione di comprare uno dei due dolci fatti apposta durante questo mese: qalb el-luz (قلب اللوز) e zlabiya (زلابية). Perciò si vedeva la fila di centinaia di clienti che tante volte finivano per scontrarsi per i più futili motivi. Gli animi si riscaldavano e la fame si faceva sentire attraverso la rabbia e l’aggressività di chi non riusciva a domarla.

Ricordo che di pomeriggio andavo nella città vecchia, dove c’era il mercato vecchio del pane e dei datteri,  perché mi divertivo a vedere le risse per via della mancanza di autocontrollo generata dalla fame e dalla sete. Ricordo che dopo ogni litigio, dopo aver mangiato, le persone si riconciliavano scusandosi a vicenda perché sapevano che la vera ragione delle liti non era altro che la fame. Ma il giorno dopo riaccadeva la stessa cosa che finiva sempre con le scuse da entrambe le parti appena dopo l’Iftar.

All’ora dell’Iftar, della rottura del digiuno, man mano che la città si svuotava in attesa del richiamo alla preghiera, che è anche il permesso per mangiare, le ragazze si scambiavano ciò che cucinavano in una sorta di gara del piatto migliore, mentre le mamme mandavano fuori un figlio per accogliere chi era di passaggio ed invitarlo all’Iftar a casa propria. Ogni tanto, i viaggiatori si trovavano in difficoltà perché dovevano scegliere da chi andare! Molte volte finivano per scegliere una moschea e ciò che offriva di cibo pur di non essere causa di disaccordo tra vicini. Così tanta generosità e calorosa ospitalità…

In tutto questo si nota l’armonia di tutta una società: tutti riuniti cinque volte al giorno per pregare, tutti uniti nella prova della resistenza, tutti uniti nella fame e nella sete, tutti uniti nel rompere il digiuno insieme alla stessa ora, tutti che rispettano lo stesso programma… Una comunità unita.

I richiami delle moschee si innalzavano uno dopo l’altro da ovunque, poi silenzio in tutta la città. Tutti a tavola a mangiare in compagnia.

Appena dopo cena, si correva per avere posti nelle prime file dietro l’imam. Le moschee si affollavano di gente vestita di bianco, con il Corano in mano, profumata e pronta per il Tarawih, una preghiera della durata di quasi due ore durante la quale gli imam recitano il juz’ (جزء) del Corano interpretandolo con delle melodie affascinanti. Esiste anche chi preferisce rimanere a pregare in casa e fare da imam alla propria famiglia. Quando mi capitava di far tardi alla preghiera, sentivo i modi diversi di recitazione del Corano che arrivavano da tutte le parti della città. E quando arrivavo non trovavo posto, ero costretto ad infilarmi nelle file dei “ritardatari” che si formavano fuori dalla struttura della moschea per quanto le moschee fossero frequentate nel corso di tutto il mese di Ramadan.

Dopo Salat at-tarawih, la gente si dedicava una pausa durante la quale ci si radunava nei caffè o a casa di amici bevendo del tè e gustando i dolcetti fatti in casa, facendo quattro chiacchiere sul più e il meno. A me piaceva fare due passi per la città con gli amici per smaltire ciò che mangiavo e per alleggerirmi lo stomaco, anche per poterlo riempire di nuovo dopo qualche ora, all’ora del sohur. Alcuni si recavano per giorni e notti in moschea consacrandosi a Dio e alle preghiere.

Questo Ramadan è il quinto che passo a Bologna. Sono tre anni che non riesco più ad osservarlo interamente per vari motivi. Mi è stato chiesto come l’avrei vissuto quest’anno, ma non sapevo cosa rispondere esattamente. Nella notte del dubbio ho chiesto su Facebook, con un post, di essere aggiornato sull’inizio del mese e tornando a casa dal lavoro a mezzanotte ho letto la risposta di mio fratello che diceva che doveva cominciare il 10 luglio. Nessuna preparazione. Nessuna comunità. Nessuna compagnia. Neanche un parente. Come facevo a prepararmi per il mese?

Vorrei tanto sentire l’Adhan (أذان; richiamo alla preghiera) almeno una volta al giorno, per cui ho installato un’app sul cellulare per l’Adhan, così, dopo aver preparato il tavolo, potrò avere il permesso per rompere il digiuno come quand’ero giù. In più, ho un compagno splendido, che non mi ha mai lasciato mangiare solo all’Iftar, anche se ha sempre preferito mangiare tardi. Ogni tanto mi collego su Skype con i miei per vederli a tavola quando si rompe il digiuno, ma ammetto che mi fa male perciò lo faccio di meno adesso.

 

Azhar
©2013 Il Grande Colibrì
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5 commenti

  • Lavoro in un ristorante e vedo come sia difficile per alcuni dei chef osservare il ramadan, ma lo fanno con il cuore pieno di fede con il sorriso e l'aiuto di altri. Si meritano tutto il rispetto quelli che stanno facendo il ramadan.

  • http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=3125d2f9be317376

    Riad – L’Arabia Saudita espellerà gli stranieri non musulmani sorpresi a mangiare, bere o fumare durante il Ramadan, il mese islamico del digiuno. “I non musulmani presenti nel regno non devono mangiare o bere per rispetto della sacralita’ del Ramadan e dei sentimenti dei musulmani”, si legge in una nota del ministero dell’Interno pubblicata dall’agenzia Spa. Gli stranieri che saranno sorpresi a violare il divieto “subiranno misure deterrenti che comprendono la rescissione dei loro contratti di lavoro e l’espulsione dal regno”. Loro non si fanno molti problemi con il ‘multiculturalismo’ e il ‘rispetto delle tradizioni degli immigrati’. Noi invece ci percuotiamo le palle in nome dell’altro e del suo presunto diritto a colonizzarci.

    Come direbbe Bergoglio: buon ramadan!

    Quindi, fanculo i mussulmani, fanculo l'islam e che tornassero tutti a casa loro!!

    Vivi o morti!

    • Si vede chiaramente che hai grande conoscenza della situazione e che hai letto con attenzione il blog, altrimenti chissà che confusione avresti potuto fare…
      Quando si leggono commenti simili viene voglia davvero di invocare la censura, non essendo evidentemente possibile inculcare in chi è riluttante nè intelligenza nè conoscenza…

    • Anonimo, anche io spero con tutto il cuore che i musulmani tornino tutti a casa loro. Ci mancherebbe altro. Spero che tornino ogni mattina, pomeriggio e sera a casa loro. Che mi auguro sia l'appartamento sul tuo stesso pianerottolo. Perché l'ignoranza si supera solo con la conoscenza e temo che la tua sete di conoscenza non superi il pianerottolo di casa tua…

      p.s.: spero anche che il regime corrotto e liberticida dei regnanti sauditi cada presto, come se lo augurano moltissimi musulmani, dal momento che i sauditi sono disprezzati da quasi tutti…

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