“Io, rifugiato trans, e l’accoglienza in Italia”

Le ombre della Fontana del Nettuno a Bologna

El-Fil, 25 anni, è un ragazzo transessuale FtM (dal femminile al maschile) nordafricano, arrivato in Italia circa otto mesi fa. L’ho conosciuto dal primo giorno che ha messo piede sul territorio italiano, quando ero ancora volontario dell’associazione MigraBò LGBT, che aiuta i richiedenti asilo e i rifugiati per motivi legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere nella provincia di Bologna. È un giovane con mille mila idee, fantasioso e divertente, ha molta voglia di lavorare su sé stesso e tantissima pazienza con questo mondo poco tollerante verso lo sconosciuto e il poco definito rispetto agli stereotipi di genere ai quali siamo abituati.

Ho chiesto a El-Fil di raccontarsi al Grande Colibrì perché si sappia che dietro ogni persona in questo mondo c’è una storia, la storia di una lunga ricerca che è stata così ben descritta da Pietro Bartolo, meglio conosciuto come “il medico di Lampedusa”, nella dedica del suo libro “Lacrime di Sale” (Mondadori 2016, 17€, 139 pp.): “Alle madri e ai padri, ai figli / e alle figlie che cercano solo / un posto dove poter vivere e crescere”.

Ecco cosa ci racconta El-Fil:
“Essere rifugiato in un paese come l’Italia significa per me dover imparare a essere paziente: si deve resistere contro le ingiustizie con la calma fino a diventare quasi merli, sciocchi, balordi ed emotivamente freddi. Penso che questa sia una regola a cui si attengono tutti i rifugiati e i migranti, ma per quanto riguarda le persone trans il discorso è ben più complesso.
“Purtroppo l’Italia fino a oggi non è mai stata in grado di occuparsi delle persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali) immigrate o rifugiate in modo adeguato: ne abbiamo sentite di storie di aggressioni ai danni di un gay o di una lesbica, episodi di omofobia e transfobia all’interno delle strutture di accoglienza, ad esempio, sia da parte di fanatici islamici che da cristiani conservatori!
“Ma prima ancora di arrivare ad avere un posto dentro una delle numerose e insufficienti strutture di accoglienza sparse per il paese, una persona come me deve sopportare veramente tanto, perché l’accoglienza dei migranti avviene dividendo le strutture in base al genere degli ospiti: le donne da una parte e gli uomini da un’altra. E io che non sono ancora né l’una né l’altro? Mi dicevano che il problema sarebbe stato risolvibile solo se io fossi riuscito a nascondere il mio seno pronunciato perché ancora non operato…”.

Siccome l’eventuale fattibilità delle operazioni per il cambio di sesso è strettamente legata all’esito della commissione che esamina la richiesta di protezione internazionale, i tempi di attesa per una persona migrante trans allungano ancor di più il processo della rettificazione del sesso, che è chiamata anche riattribuzione chirurgica di sesso (RCS). Un richiedente asilo in Italia, prima dell’ottenimento di uno status di protezione, può iniziare e/o continuare la cura ormonale tramite il servizio sanitario che collabora con i consultori per la salute delle persone transessuali e transgender presenti in varie regioni d’Italia.

L’Emilia Romagna vanta il primo consultorio a livello nazionale, gestito dall’associazione onlus MIT (Movimento Identità Transessuale), che fornisce alle persone trans assistenza e sostegno qualificato nel percorso di transizione e di cambio del sesso. Infatti, le persone transessuali che si sono rivolte a MigraBò sono state aiutate principalmente dal MIT a livello fisico-psicologico.

Al-Fil racconta ancora:
“Per fortuna sono stato inserito in un appartamento con altri maschi dentro il progetto SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), dopo aver aggiunto le serrature alle porte delle stanze e del bagno, che di norma dovrebbero rimanere sempre aperte 24 ore su 24. Questo avrebbe dovuto garantirmi un domicilio e la residenza nella struttura, solo che la questura del comune dove sono ospitato si rifiuta ingiustamente di concedere la residenza a chi è in attesa dell’esito positivo della commissione competente: alcuni di noi aspettano ormai da quasi un anno!
“La mancata assegnazione della residenza si riflette su altri aspetti delle nostre vite in quanto migranti: non essendo residenti non possiamo avere una carta d’identità che ci permette di identificarci adeguatamente quando cerchiamo un lavoro e non possiamo neppure essere esenti dal pagamento dei ticket del servizio sanitario anche per una semplice analisi del sangue.
“Senza residenza non abbiamo nemmeno il diritto ad avere una tessera sanitaria che ci dà la possibilità di fare i controlli anonimi per le malattie sessualmente trasmissibili (MST) negli ospedali se non rivolgendoci a organizzazioni come SOKOS, un’associazione di volontariato, composta da medici e infermieri, che garantisce assistenza gratuita agli immigrati senza permesso di soggiorno e alle persone che vivono in condizioni di esclusione sociale nel territorio di Bologna.
“Il permesso di soggiorno che mi è stato rilasciato in questura è un foglio bianco A4, con la mia fotografia in alto a destra, compilato a mano, sopra un codice a barre e in alto c’è scritto ‘Permesso di soggiorno per stranieri’, sotto c’è data di rilascio, indirizzo e firma dell’ufficiale.”

El-Fil, al contrario di molti richiedenti, è stato fortunato: sin dal suo arrivo è stato seguito da persone che sono riuscite a garantirgli un posto letto, una casa dove sentirsi protetto, una paghetta che gli permette di fare una spesa e mangiare, una scuola dove imparare la lingua per potersi integrare in breve tempo – quella lingua che a lui è mancata per mesi, quella che ci permette di spiegare al passante che ci vede cadere per strada cosa ci fa male e dove sentiamo dolore.

Continua nei prossimi giorni…

Lyas
@2016 Il Grande Colibrì

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1 commento

  • Grazie alla segnalazione di Giorgio Dell’Amico, nel suo commento sulla nostra pagina FB, degli “errori” presenti nell’articolo mi trovo in dovere di correggerli:
    1- Tema della competenza della questura nella concessione della residenza o domicilio al richiedente asilo: è vero che, come per i cittadini italiani, per ottenere il domicilio o la residenza bisogna rivolgersi NON ALLA QUESTURA ma al comune (ufficio Anagrafe) o al quartiere delegato per la l’iscrizione anagrafica (come recita l’Art. 6 comma 7 del testo unico sull’immigrazione). Il problema però è inevitabilmente legato alla questura in quanto ufficio addetto al rilascio del permesso di soggiorno o la ricevuta della richiesta del permesso di soggiorno in quanto richiedenti asilo (come lo è nel caso di Al-Fil); La documentazione richiesta dall’ufficiale anagrafico al migrante parte dal documento originale di riconoscimento in corso di validità o/e un documento che attesti la regolarità sul territorio italiano che ovviamente il richiedente asilo non ha se non la ricevuta o il permesso rilasciati dalla questura stessa. Quindi presumo che l’errore segnalato qui sia dovuto alla mancanza di approfondimento di questo punto.
    2- Questione assistenza sanitaria: è assolutamente vero che lo SPRAR si faccia carico di TUTTE le spese sanitarie dei loro utenti. L’articolo non dice il contrario. Infatti, Al-Fil voleva probabilmente affermare che in assenza di permesso di soggiorno per richiedenti asilo il Ticket lo si paga, e lo paga il Progetto Sprar. E per quanto riguarda l’ottenimento della tessera sanitaria è anche legato alla residenza e quindi al permesso di soggiorno. Al posto della tessera sanitaria, bisogna ribadire l’importanza del cosiddetto tesserino sanitario STP (Straniero Temporaneamente Presente) che viene rilasciato con validità semestrale e rinnovabile a tutti gli extracomunitari [e gli ENI (europeo non iscrivibile)].
    Detto questo, chiederei a chi opera con rifugiati e richiedenti asilo di essere più scrupolosi quando spiegate i processi della domanda di asilo e tutto l’Iter circondante. Molti richiedenti non sanno nemmeno la differenza tra domicilio e residenza, non capiscono l’importanza della carta d’identità e neanche quella del tesserino sanitario (quello verde). Spiegate ai vostri utenti perché la questura ci mette tempo prima di dare appuntamento, chiarite a loro le idee sulla burocrazia e le difficoltà che incontrate tra uffici e a volte l’incompetenza del personale.
    Ringraziandoti per le segnalazione, ti ringrazio anche perché ci leggi 🙂
    Lyas

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