Sensazionalismo anti-gay: l’Italia peggio della Malesia

Distogliamo un attimo lo sguardo dall’Italia e proviamo a osservare cosa succede in paesi che immaginiamo culturalmente lontani: il racconto mediatico su un battuage vicino a Kuala Lumpur e sull’arresto di 12 transessuali sempre in Malesia possono farci riflettere meglio sul baccano che si è scatenato intorno a un efferato omicidio a Roma, sulla strumentalizzazione fatta dai media anti-gay, sui siti teoricamente al servizio della comunità LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e intersessuali) che gridano titoli sui “festini gay“? Seksualiti Merdeka (Indipendenza sessuale), associazione malese LGBT reclama un giornalismo obiettivo, che non demonizzi le minoranze, che non finga di rendere un servizio pubblico mentre “perpetua le discriminazioni ed espone le vite delle comunità vulnerabili” [thestar.com.my]: è una richiesta così lontana da quella che potremmo fare ai media italiani?

“ATTIVITA’ IMMORALI” DEI GAY AL PARCO

Di sera Taman Bandaran Kelana Jaya [un parco di Petaling Jaya, enorme città dell’hinterland di Kuala Lumpur, capitale della Malesia; ndr] è un posto popolare per le famiglie e per chi fa jogging, ma quando cala la notte e sparisce la folla diventa la casa di una comunità più ristretta“: inizia così il reportage di thestar.com.my in cui si descrivono le “attività immorali” degli uomini che vanno in questo spazio verde, e in particolare in una rimessa per le barche abbandonata, per “cari makan” (fare sesso occasionale). I giornalisti riportano anche la testimonianza di due frequentatori del battuage: un bisessuale sposato e un ragazzo gay in coppia aperta con un uomo più grande.

L’articolo dà molto spazio anche agli attivisti della PT Foundation (Fondazione triangolo rosa), un’organizzazione che si occupa di prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili tra gli uomini che fanno sesso con altri uomini. E gli dà modo di sottolineare come “un approccio punitivo e moralistico non sarebbe utile alla salute pubblica“, mentre bisogna preferire “un approccio che non discrimini e non giudichi” e soprattutto occorre evitare di fare di tutta l’erba un fascio, presentando le scelte, pur legittime, di alcuni come una caratteristica comune a tutta la comunità gay.

LA DENUNCIA DELLE ASSOCIAZIONI LGBT

L’articolo, insomma, è molto più equilibrato e molto meno sensazionalistico rispetto a quello che stiamo leggendo in questi giorni in Italia, anche senza tenere conto che l’omicidio di Roma, per la sua gravità, meriterebbe un senso di misura e rispetto ben maggiori rispetto alla descrizione di un luogo di appuntamenti. Questo non significa che il reportage di The Star sia perfetto, anzi: il titolo generalizza troppo, il tono tende al morboso, ci sono cadute di stile (come la sessualità gay liquidata come “attività immorale”), ci si focalizza inutilmente su dettagli pruriginosi, e, in definitiva, sembra che si punti più allo scandalo che alla comprensione di quello che si descrive.

Per questo le associazioni LGBT e LGBT-friendly hanno criticato senza mezzi termini il giornale, che ha comunque avuto il merito di dare spazio alle contestazioni: per PT Foundation l’articolo “potrebbe portare a ulteriori stereotipizzazioni e persecuzioni degli uomini gay e bisessuali” [thestar.com.my], mentre Seksualiti Merdeka scrive: “Le persone LGBT vivono pericolosamente ai margini. Nei media spesso siamo ridotti alla nostra sessualità, le nostre vite sono ridotte a dettagli sensazionalistici per stuzzicare il pubblico“. La richiesta, insomma, è quella di un giornalismo che faccia il proprio lavoro con serietà, che racconti la realtà con lo scopo di farla conoscere e capire e non di lucrare sull’ignoranza e sullo scandalo.

LA DISCRIMINAZIONE NEL LINGUAGGIO

La richiesta arriva anche dopo altre recenti polemiche che avevano coinvolto sempre The Star per un articolo sull’arresto di dodici transessuali, descritte come “crossdresser” e “travestiti” [thestar.com.my]. Justice for Sisters (Giustizia per le sorelle), un’associazione per i diritti delle donne transgender (mak nyah), ha denunciato la sezione 28, cioè l’articolo di legge che criminalizza “le persone maschili che si atteggiano da donne“, ma anche l’atteggiamento della stampa. La richiesta è sempre la stessa: “Chiediamo ai media di giocare un ruolo nell’educazione pubblica per ridurre l’intolleranza e l’odio verso le comunità già emarginate e incomprese” [justiceforsisters.wordpress.com]. E certamente non vale solo per la Malesia.

 

Pier
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