Siamo comunità, non merce: il Gay Pride nel mirino

“Commmunity, not commodity” (comunità, non merce): è questo lo slogan con cui ActUp San Francisco, insieme ad altre associazioni queer, femministe e per l’equità economica e sociale della città californiana hanno lanciato OccuPride. Partendo dall’osservazione che la parata dell’orgoglio gay (che si celebrerà a San Francisco questo week-end) è sempre più invasa dagli sponsor e dalle attività commerciali che sfruttano la manifestazione come occasione per farsi pubblicità, la coalizione di occupanti ha deciso di organizzare una serie di azioni parallele e contrapposte al “Pride delle aziende”.

Il manifesto di OccuPride è molto breve: “La celebrazione del Pride è diventata sempre più commercializzata, cooptata dagli interessi capitalistici che usano la nostra lotta di liberazione come un mercato per piazzare merci e come un modo per incrementare il profitto. Questi interessi – l’1% – presentano candidati e partiti che difendono lo status quo consumistico, indossando la maschera dell’uguaglianza progressista per le persone LGBT mentre emarginano e criminalizzano chi è povero e senza potere. Così facendo, cercano di dividere la nostra comunità, fornendo servizi solo a quelli tra noi che hanno soldi da spendere. Ma la comunità queer e trans non è fatta solo di benestanti: noi siamo anche coloro che sono senza potere, che sono senza casa, che sono malati, che soffrono discriminazione e violenza.

Per questo dobbiamo occupare il Pride. Onoriamo le nostre radici radicali nella nostra lotta per la liberazione totale per tutti noi – per le donne, le persone di colore, gli immigrati, i disabili, tutti gli oppressi e gli emarginati. Noi siamo diversi, uniti insieme nella lotta. Noi siamo il 99%. Dobbiamo abbattere le barriere che ci dividono per costruire e nutrire una comunità inclusiva, celebrando le nostre storie dimenticate e coloro tra noi che sono esclusi dal Pride delle aziende. Insieme riscattiamo la parata, riportandola alle sue origini: una marcia per la liberazione di tutte le persone oppresse! Casa, assistenza medica, salari dignitosi, protezione dalla discriminazione: i diritti umani sono diritti queer! Non si sono spettatori“.

La protesta diventa eclatante in California, ma i suoi temi sono ben conosciuti in tutto il mondo. Ad esempio, Judith Levine, su Seven Days, se la prende con Pride Vermont: il tema della manifestazione, “Divertimento, famiglia e cibo” (sic!), sembra proprio una marchetta per la contemporanea fiera gastronomica e turistica per gay e lesbiche. Il desiderio sessuale (“quello che rende gay una persona gay“) è ovviamente bandito: non è in linea con la strategia di marketing dell’iniziativa…

Anche in Italia, a maggio, il Comitato Gay e Lesbiche Prato ha rifiutato la propria adesione al Toscana Pride perché troppo commerciale: “Non possiamo accettare la confusione di piani fra associazionismo politico/sociale/culturale e business. Riteniamo che gli imprenditori e le imprenditrici, pur nella piena libertà di impresa, non abbiano il diritto di manipolare eventi e occasioni costruiti negli anni dai movimenti di trans/lesbiche/gay/bisessuali per pubblicizzare le proprie attività a fini di lucro” (Laicità e diritti). La denuncia, a dire il vero, ha avuto poco risalto, soprattutto se paragonata alle aspre polemiche intorno all’opportunità di svolgere il Pride di Bologna dopo il terremoto in Romagna (Il grande colibrì).

Un’altra polemica intanto investe Milano, dove mercoledì 27 giugno si ricorderà il ventesimo anniversario delle nozze simboliche in Piazza Scala celebrate dall’allora consigliere comunale Paolo Hutter (Arcigay): la piccola manifestazione, proposta da Hutter stesso e organizzata dal Coordinamento Arcobaleno, è apparsa a molti come troppo timida. Se a Torino si sono celebrate proprio quest’anno nuove nozze simboliche e la municipalità propone di celebrare le “promesse di matrimonio” (avendo già da tempo istituito il registro delle unioni civili), a Milano le associazioni si limitano ad invocare genericamente “una legge per le coppie omosessuali“.

Contattato da Il grande colibrì, Paolo Hutter spiega: “La manifestazione non è per una o l’altra soluzione legislativa, anche se ormai la maggioranza del mondo attivo LGBT è chiaramente per il matrimonio. E’ per tutte le coppie, e per tutte le persone che vogliono la parità dei diritti“. “Viene messo il silenziatore al tema del matrimonio per sostenere l’iniziativa di legge ‘Una volta per tutti’ di Concia e Mancuso” spiega un attivista radicale che preferisce rimanere anonimo, che aggiunge: “Quest’anno per la prima volta da tanto non si è svolta la parata del Pride a Milano, proprio nell’anno in cui veniva in visita il Papa. Hanno spiegato che mancano i soldi, ma Milano è la città più ricca d’Italia e si spengono molti più soldi per il Festival del cinema gay. O è un favore al PD o la miopia politica è assoluta…“.

 

Pier
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8 commenti

  • Caro Piercesare,

    aiuterebbe alla comprensione e alla correttezza il principio per il quale quando si citano delle iniziative organizzate dalle associazioni queste vengano contattate per chiedere informazioni ufficiali, non si usano voci anonime a meno che ti piaccia lo stile gayaspia o notiziegay.

    non sto nemmeno a dilungarmi e a descrivere i perchè o percome.

    le decisioni prese sono pubbliche e note a hci vuole e chi non le sa può semplicemente chiedere.
    ah, solo una cosa, il 27 tutti hanno parlato di matrimonio.

    alla faccia del favore al pd, a zan. sul papa… lasciamo stare le farneticazioni.

    sempre con la stessa stima.

    Marco Mori

    • Critica davvero bizzarra, Marco, dal momento che per l'articolo abbiamo sentito l'ideatore stesso della manifestazione. Capisco che la citazione finale possa non essere stata gradita, ma è centrata su semplici valutazioni di opportunità politica, che sembrano anche molto condivise a Milano… E' stata una scelta saggia indire una manifestazione con uno slogan che non cita il matrimonio proprio in concomitanza con la proposta anti-matrimonio arrivata da alcuni attivisti? E' stata una scelta saggia saltare il Pride milanese proprio quest'anno, in concomitanza con la visita papale? O è stata davvero "miopia politica"? Probabilmente, se ti fossi concentrato sulla questione politica invece che su critiche bizzarre, il commento sarebbe stato utile a spiegare un punto di vista che sfugge.

  • ABOLIAMO LA DEPRAVAZIONE NELLE NOSTRE CITTA , BASTA LE STRADE SONO PUBLICHE E NON UN BORDELLO PER FARE PUBLICITA` HA SATANA CON I SUOI FIGLI
    PIE61

  • La questione dei marchi associati al Gay Pride deve essere considerata da vari punti di vista. La mia personalissima opinione è che in questo momento non possiamo permetterci di rifiutare l'appoggio delle aziende. È chiaro che il sostegno al Pride non è altro che pubblicità legata a questioni sociali, il che ottiene un maggiore effetto mediatico, ma dobbiamo anche pensare al fatto che alcuni marchi abbiano un certo valore "affettivo" tra la società: vedere il "tuo" marchio in sostegno dei diritti LGBT può generare un interesse, seppur minimo, nei clienti affezionati. Negli Stati Uniti sono numerose le corporazioni schierate in favore delle nozze LGBT, alcune delle quali sono state oggetto di boicottaggi (falliti, perché multinazionali come Starbucks non possono essere colpite da un gruppo di bigotti). Verrà sicuramente il giorno in cui gli omosessuali non dovranno cercare sponsor, ma fino a quel momento credo che debba essere adottata qualsiasi strategia per sradicare il popolo dalla tradizione maschilista ed omofobica.

    • Anche io non credo, come te AfterSantana, che la presenza di sponsor sia qualcosa da demonizzare in sé. Occorre tuttavia, secondo me, prestare sempre molta attenzione alla scelta di tali sponsor, che non possono essere, per ragioni etiche che mi paiono evidenti ma sulle quali troppo spesso si preferisce chiudere entrambi gli occhi, aziende e società che difendono i diritti delle persone LGBTQ* e intanto operano scelte in contrasto con i diritti di altre persone – o che difendono i diritti a parole e nella pratica li contrastano. Per capire meglio cosa intendo, segnalo il caso eclatante di Ethical Oil (Il grande colibrì).

  • sono pienamente d'accordo con la linea di act up, il pridfe deve tornare ad essere un impegno politico e infatti auspicavo primariamente che i vari comitati organizzatori si riunuissero e decidessero di fare il pride nazionale in città dove è maggiore la necessità di visibilità. Farlo a roma, milano, bologna, è importantissimo ma lo sarebbe ancora di più se lo si facesse a foggia, cagliari, agrigento o qualsiasi altra città dove il silenzio è ancora l'arma più usata.

    • Marco, le osservazioni che avanzi sono assolutamente sensate, come d'altra parte sono sensate le ragioni di chi propone i Pride nelle grandi città ritenute più "gay-friendly". Qualunque sia la sede del Pride (che comunque viene scelta variando di anno in anno i criteri), tuttavia, è triste constatare come in Italia intorno alla manifestazione si sviluppino non tanto polemiche politiche (come nel caso della tua osservazione o del manifesto di OccuPride), ma lamentele da pollaio: "Ci sono troppe piume di struzzo", "Pride è un orrendo anglicismo", "Intervistano solo le trans o le checche che si credono virili", "Ci va pure gente che non ha il coraggio di dichiararsi"… Sta a tutti noi cercare di alzare il livello della discussione.

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