Non è certo una notizia in grado di far saltare qualcuno sulla sedia: per le persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) la Russia di Putin non è esattamente un luogo accogliente. Le minoranze sessuali devono fare i conti con un’omofobia diffusa sia nella popolazione sia all’interno delle autorità, con gruppi religiosi e nazionalisti che non esitano a fare uso di mezzi e argomentazioni esplicitamente intolleranti, per non parlare della posizione oltranzista della potente Chiesa ortodossa identica, quasi in tutto, a quella della classe politica.
Raid a casa dell’attivista
Lo scorso 17 maggio, alcune persone non identificate sono entrate nella casa di un attivista dell’associazione Rossiyskaya LGBT-set (Rete LGBT russa), che ha ricoperto un ruolo chiave nel permettere la fuga di molti omosessuali dalle violenze istituzionali che hanno avuto luogo in Cecenia negli ultimi due anni.
Entrate nell’appartamento, queste sette persone hanno lasciato intendere, senza identificarsi, di essere poliziotti della capitale cecena Grozny, o membri delle cosiddette “forze speciali” del presidente ceceno Ramzan Kadyrov. I sedicenti agenti hanno detto di essere in cerca di una rifugiata della repubblica caucasica e del coordinatore del programma, David Isteev. Per fortuna questi ultimi non erano in casa, dove si trovava solo un attivista che preferisce rimanere anonimo, al quale sarebbero state rivolte frasi come “Adesso ti portiamo alla stazione di polizia e ti spacchiamo le ossa“.

Festival sotto assedio
Anche l’apertura lo scorso 23 maggio a San Pietroburgo del festival cinematografico LGBTQIA Bok o Bok (Fianco a fianco) rende bene l’idea di come vadano le cose. A poche ore dall’inizio della manifestazione, alcuni appartenenti a gruppi nazionalisti e religiosi hanno cominciato a intimidire i partecipanti all’evento, tra cui anche diversi diplomatici stranieri. Le intimidazioni sono passate presto dai cori e dall’esposizione di simboli neonazisti al cercare di impedire l’ingresso al festival, fino al gettare ammoniaca contro una persona dell’ambasciata canadese.
Gli organizzatori del festival hanno fatto notare che la polizia (che non aveva approvato la contro-manifestazione, come richiesto dalla legge) per due ore e mezza ha osservato gli estremisti senza intervenire. A un reclamo, un responsabile delle forze dell’ordine avrebbe risposto che la soluzione sarebbe stata quella di chiudere il festival, che comunque è iniziato regolarmente.
Una società più tollerante?
Nonostante questo, sembra che, anche se lentamente, il vento stia cambiando. Un recente sondaggio ha mostrato che il 47% dei russi è d’accordo sul fatto che “gay e lesbiche debbano avere gli stessi diritti degli altri cittadini“. Nel 2013, quando venne promulgata la nota legge contro la “propaganda gay”, questo dato era del 38%.
Ma, fa notare l’analista politico Alexei Makarkin, “questo potrebbe essere dovuto alla diminuzione dei contenuti omofobi sui media“. Se, quindi, dovessero tornare in TV personaggi esaltati che vogliono “difendere la tradizione millenaria russa dai pervertiti“, il numero dei contrari ai diritti LGBTQIA potrebbe tornare a scendere.
Alessandro Garzi
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