C’è un quartiere di Bari che ha grandi comunità straniere ed è per questo spesso considerato “difficile” dai media. E c’è, con lo stesso nome di questo quartiere, un’aspirazione che hanno le persone che arrivano chiedendo asilo in Italia: Libertà. Savino Carbone, giovane regista pugliese, ha raccontato la storia di due richiedenti asilo omosessuali provenienti dal Senegal e dalla Nigeria. Nel documentario “Libertà” sono raccontati i loro sogni e le loro difficoltà a essere riconosciuti e accettati, in un’Italia che sembra voler rinnegare la sua vicinanza e i suoi rapporti con l’Africa e che, con gli ultimi governi, ha reso sempre più difficile la vita ai migranti. Gli abbiamo chiesto di raccontarci questo suo lavoro e i suoi progetti.
Come nasce il progetto di “Libertà”?
Il biennio appena passato sarà ricordato per le chiusure dei porti, le grandi polemiche sull’intervento delle organizzazioni non governative (ONG) in mare, per le spinte nazionalistiche. In questo contesto il “problema migratorio” si è trasformato in un gran calderone mediatico che ha completamente spersonalizzato la questione. I corpi, i volti, le storie di queste persone sono state completamente immolate dinanzi a un vero e proprio razzismo di stato, che ha sostituito i principi basilari non solo dell’umanità e del buon senso, ma, a volte, anche del diritto.
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Ecco, “Libertà” nasce dall’esigenza di tornare a insistere sull’ascolto di chi è costretto a fuggire dal proprio paese. E lo fa seguendo la vita quotidiana di due richiedenti asilo omosessuali. Un caso “limite” che aiuta a comprendere bene le difficoltà dell’attuale sistema di accoglienza italiano dinanzi a situazioni complesse, ma soprattutto il dramma di tantissimi migranti.
In numerosi paesi africani l’omosessualità è perseguitata dai codici legislativi e da una serie di convenzioni sociali. Gay e lesbiche sono costretti a vivere la sfera sessuale nella macchia, perchè altrimenti rischierebbero di essere condannati a percosse e sevizie o alla prigione. Ma davvero in pochi in Italia sembrano interessarsi a ciò. Nelle fasi di pre-produzione del documentario non ho trovato scritti, studi che potessero aiutarmi. Ho dovuto fare ricerche direttamente sul campo.
È stato difficile trovare persone che fossero disposte, oltre a raccontare la propria storia, a “metterci la faccia”?
A Bari ho trovato uno sportello migranti gestito, tra mille difficoltà, dai volontari della sezione locale di Arcigay. È in questa piccola comunità, che si riunisce settimanalmente, che ho iniziato a prendere coscienza della situazione vissuta da questi ragazzi. Sempre qui ho trovato i protagonisti del mio racconto, B. e C., due giovanissimi originari del Senegal e della Nigeria, con storie e vissuti incredibili, carichi di dolore e sofferenza. Convincerli a partecipare ai lavori di ripresa non è stato facile, ho impegnato diverse settimane e alla fine hanno accettato solo a determinate condizioni. E con la produzione abbiamo fatto in modo di realizzare le riprese in luoghi isolati, poco frequentati, per cercare di tutelarli il più possibile.
Il documentario fa riferimento all’entrata in vigore delle regole imposte dall’allora ministro degli Interni Salvini…
I decreti sicurezza voluti da Matteo Salvini hanno stravolto la gestione dell’accoglienza, rendendo quasi impossibile accedere a formule di tutela umanitaria. Hanno depotenziato il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR), spesso protagonista di percorsi di inclusione virtuosa a misura di persona e di comunità. Alcuni centri sono stati chiusi da un giorno all’altro e molta gente è rimasta per strada, come accaduto a C..
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Hai la sensazione che prima la situazione fosse più facile per le persone che scappano dal proprio paese? E che dopo la caduta del ministro sia migliorato qualcosa?
No, non credo sia corretto parlare di un prima e dopo Salvini. Il punto è un altro, l’imbarbarimento delle norme nazionali: con i decreti sicurezza abbiamo rinnegato la nostra tradizione giurisprudenziale (e, se vogliamo, quella cattolica). Abbiamo improvvisamente dimenticato di essere l’Europa, l’Occidente, la culla del diritto. Quanto ad oggi, poco sembra essere cambiato. I decreti sono ancora lì e, nonostante sia cambiato il governo, nessuno intende tornare a parlare di migranti perchè spaventato dalle reazioni dell’elettorato.
Essere perseguitati nel proprio paese e non essere accettati né dalla comunità di riferimento nel paese in cui si fugge, né dalla maggioranza delle persone con cui si entra in contatto è sicuramente un’esperienza terribile…
B. e C. si trovano in una situazione di estrema fragilità emotiva. Sono ragazzi che hanno attraversato mezza Africa, sono stati imprigionati in Libia e hanno subito lutti tremendi per aver, semplicemente, amato. E adesso in Italia vivono una situazione sospesa, un limbo senza prospettive. Costretti a vivere la propria sessualità nella macchia perché altrimenti rischierebbero di essere messe ai margini delle comunità senegalesi o nigeriane che frequentano. Per di più è preclusa loro qualsiasi forma di autodeterminazione: trovare un lavoro stabile – che gli consenta di emanciparsi realmente – è impossibile senza documenti.
Come si può cercare di migliorare questo sistema di accoglienza pieno di contraddizioni e di trappole?
Allo stato attuale le commissioni non hanno strumenti idonei per valutare richieste d’asilo di questo tipo. A volte le interviste a ragazzi omosessuali rasentano l’assurdo, i giudici arrivano a chiedere persino dettagli sui rapporti sessuali intrattenuti nel paese d’origine. In altri casi i ragazzi arrivano in commissione senza sapere che l’omosessualità in Europa non è perseguitata e dunque mentono. Formare adeguatamente operatori e commissioni potrebbe aiutare, ma più in generale serve un serio dibattito intersezionale, che oggi significa unire le lotte LGBT e femministe a quelle per la tutela dei migranti.
Bari è un luogo particolare o può essere lo specchio del paese?
Bari, come molte città del sud, è decisamente aperta. Ma la campagna elettorale permanente sulla questione migratoria inizia ad avere delle ripercussioni. Viviamo in una città che venera un santo di colore e che da secoli intrattiene rapporti con tutti i paesi del Mediterraneo, eppure anche qui si registrano episodi di intolleranza e insofferenza, soprattutto tra le fasce economicamente più deboli, quelle più toccate dalla crisi.
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Puoi raccontare a chi non conosce la città quali sono le particolarità del rione Libertà, su cui gioca il titolo del vostro lavoro?
Il rione Libertà, in questo senso, è uno specchio di quello che sta accadendo: un quartiere storico di una grande città, oggi abitato in gran parte da migranti e famiglie fragili, la cui convivenza viene sempre più compromessa da politiche e campagne mediatiche irresponsabili incentrate sull’odio e sulla caccia allo straniero. E fin quando il consenso verrà costruito sulla pelle di chi vive ai margini (italiani e stranieri) andrà sempre peggio.
Come sta andando la promozione del documentario? A quali strumenti vi siete affidati per diffonderlo?
Abbiamo avuto la fortuna di incontrare Premiere Film, una affermata società di distribuzione festivaliera internazionale, che ha sostenuto con coraggio il film e adesso si sta occupando della promozione nelle rassegna cinematografiche. Nonostante siamo ancora agli inizi della campagna di distribuzione, “Libertà” è stato in concorso nella sezione “Queen Lens” all’Independent Film Festival di Chennai, in India, ed è stato selezionato all’Ohboyoh di Parigi, un bellissimo festival LGBT che si terrà a ottobre e che ci ha chiesto di poter utilizzare il documentario già in alcuni seminari nelle università e negli istituti superiori francesi. Pensiamo di proseguire su questa strada, poi organizzeremo proiezioni con il mondo del terzo settore e del volontariato.
Il documentario è stato presentato in India, come hai detto: quali sono state le reazioni?
In India l’accoglienza è stata calorosa. Ma non poteva essere altrimenti: da tempo c’è un fortunato dibattito sulle tematiche LGBT, nonostante l’omosessualità sia stata depenalizzata poco più di un anno fa. Siamo stati molto contenti di ricevere una candidatura nella sezione “Queer Lens” del Festival di Chennai che, appena un anno fa, ha ospitato un film straordinario come “Rafiki” di Wanuri Kahiu, fresco di selezione a Cannes. Speriamo di tornarci presto.
Cosa significa essere regista indipendente in Italia?
Essere un filmmaker indipendente attivo nel settore documentaristico non è troppo diverso da occuparsi di reportage – cosa che ho fatto per anni prima di aprire una piccola casa di produzione con i miei colleghi. La situazione, soprattutto in Italia, non è delle migliori. Girare documentari oggi significa stare al mondo, agire, è un gesto politico! Purtroppo negli ultimi decenni una parte importante del cinema si sta muovendo verso l’accentramento e la standardizzazione della produzioni, tutte su misura dello spettatore. Ci sono delle lodevoli eccezioni, certo. Ma la regola è questa: il pubblico chiede, il cinema risponde. Il documentario, invece, si muove nella direzione opposta, è uno spazio aperto, non condizionato, stimola dibattito.
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Che cosa si potrebbe fare?
La libertà autoriale però si paga e si fa fatica a rendere sostenibili i progetti. Bisognerebbe allora pensare a forme di sostegno, magari come hanno fatto in Francia, in Canada o nei paesi anglofoni. Dove hanno capito che il documentario, come il giornalismo, è uno strumento fondamentale per la comprensione della contemporaneità.
I documentari spesso non trovano una distribuzione cinematografica in Italia: quali sono le altre soluzioni per portare il documentario al pubblico?
I festival possono rappresentare una grande occasione, come gli incontri e le proiezioni promosse da molte associazioni o le piattaforme streaming indipendenti. Ad ogni modo, come detto, il settore necessita di maggiore sostegno, magari con soluzioni per incentivare la distribuzione nelle sale di prossimità.
Michele Benini e WAK
©2020 Il Grande Colibrì
immagini: ©Savino Carbone


