In Italia alcune associazioni locali e nazionali gestiscono per puro volontariato degli sportelli per offrire aiuto ai richiedenti asilo LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali). Queste realtà nelle ultime settimane sono finite al centro di un dibattito ricco di disinformazione scatenato da un servizio poco giornalistico e molto scandalistico pubblicato dal Corriere della Sera e trasmesso in anteprima da La7.
Su Il Grande Colibrì abbiamo già smontato la sedicente “inchiesta”, su cui quindi non torneremo, anche perché chi la ha realizzata (una giornalista che ha scritto anche per “La Verità”, che non a caso è la traduzione letterale di Pravda) sembra intenzionata solo a portare avanti la sua tesi e non a confrontare il suo “scoop” con la realtà, figurarsi a fare un lavoro di cronaca e di buon giornalismo. Anche se ovviamente basterebbe il buon senso per capire che non si consiglia a ragazzi etero di fingersi gay, ma che invece si fa un lavoro faticoso con persone spesso traumatizzate che hanno bisogno di un aiuto che lo stato non offre, ci sembra comunque opportuno spiegare a chi non conosce questa realtà di volontariato, perché sono nati gli sportelli e come funzionano.
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Un aiuto necessario
Nel mondo 70 paesi criminalizzano l’omosessualità e in 6 di questi è prevista la pena di morte. In altri stati i rapporti tra persone dello stesso sesso non sono considerati reato dalla legge, ma l’omofobia sociale è talmente forte che le minoranze sessuali non possono vivere un’esistenza serena o sono addirittura in pericolo di vita. Negli ultimi anni stiamo assistendo, in diversi angoli del nostro pianeta, dal Brunei all’Uganda, dall’Egitto alla Cecenia, a una vera e propria caccia alle streghe ai danni delle persone transessuali, lesbiche, gay e bisessuali, come dimostrano – tra gli altri documenti reperibili in rete – gli articoli de Il Grande Colibrì.
La società civile italiana non poteva restare indifferente di fronte a tali atrocità. Negli ultimi anni, i volontari di molte associazioni, in primis LGBTQIA, si sono attivati per l’apertura di sportelli e punti di ascolto a sostegno delle minoranze sessuali nelle comunità migranti. Ogni sportello offre servizi diversi (dal sostegno psicologico a quello legale, dai corsi di lingua italiana a quelli di educazione civica, dalla formazione politica alle occasioni di socializzazione…) con modalità diverse, ma alcuni punti sono comuni e meritano un chiarimento.

La tessera: cosa significa?
L’Italia è un paese democratico e la sua costituzione tutela la privacy delle persone presenti sul suolo della repubblica. Perciò nessuno sportello può arrogarsi il compito di indagare sull’autenticità di dichiarazioni che riguardano dati sensibili come, secondo la normativa vigente, l’orientamento sessuale. Trattandosi di associazioni aperte a tutti, e non di società segrete, il tesseramento è aperto a chiunque ne faccia richiesta: per questo è grottesco pensare che una tessera possa attestare l’orientamento sessuale di un individuo, tanto più che esistono centinaia di persone eterosessuali, di cittadinanza italiana, iscritte ad associazioni per i diritti LGBTQIA. Di più: rifiutare l’iscrizione di qualcuno in base al suo orientamento sessuale, vero o presunto, sarebbe illegale.
Il compito delle associazioni consiste nell’ascoltare e nell’accogliere le persone senza giudicarle. Gli sportelli non possono né devono in alcun modo sostituirsi alle Commissioni Territoriali che esaminano le domande di protezione internazionale e che di certo non valutano come prova dell’omosessualità di un richiedente asilo la tessera di un’associazione LGBTQIA. Questo non significa certo che quando i volontari ascoltano le storie non si facciano un proprio giudizio sulla loro verosimiglianza.
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Sostegno e informazione
Tra le principali difficoltà che bisogna affrontare, c’è il fatto che le persone che arrivano in Italia non conoscono la legge italiana. Molte non incontrano un avvocato se non per le pratiche di routine e non vedono mai uno psicologo. Per questo spesso gli sportelli devono svolgere compiti che toccherebbero alle istituzioni, ma che a volte le istituzioni non svolgono, per esempio spiegare quale sia l’iter di una domanda d’asilo, che la legge italiana non punisce i rapporti omosessuali o che le dichiarazioni rese davanti a chi valuterà la domanda di protezione non diventeranno pubbliche.
Ricordiamo inoltre che una persona omosessuale o bisessuale che arriva da un paese con una legislazione omofoba e un contesto di forte ostilità nei confronti delle diversità sessuali fatica innanzitutto ad accettare sé stessa. L’omofobia del contesto in cui ha vissuto di solito è stata talmente pervasiva che lei stessa non si accetta e pensa di avere qualcosa di sbagliato. Per questo è molto difficile che un richiedente asilo appartenente a una minoranza sessuale racconti la sua vera storia, anzi è probabile che nasconda il proprio orientamento, mettendo a rischio la possibilità di permanenza in Italia.
Insomma, bisogna affrontare sia il muro del silenzio e della vergogna sia il problema dell’accettazione e della presa di coscienza che essere LGBTQIA è una condizione naturale, non una scelta, una malattia o una disgrazia che gli è stata imposta, per esempio, per il solo fatto che il primo contatto erotico o amoroso è avvenuto con una persona dello stesso sesso.

Capire chi siamo
Alcune persone richiedenti asilo, inoltre, ignorano completamente l’esistenza del concetto di transessualità. A volte, quando si spiega l’identità di genere e le sue varianti, si vedono alcune facce illuminarsi per la scoperta che quello che provano ha un nome, che ci sono altre persone come loro e che anche questa è una condizione assolutamente normale e accettata dalle leggi italiane.
Più in generale, le commissioni territoriali sono spesso molto rigide e adottano criteri di giudizio molto “occidentali”, senza tenere conto che altre culture hanno diversi modi di descrivere e interpretare le identità sessuali. Le commissioni sono anche molto severe e pongono domande, per esempio sul percorso di presa di coscienza del proprio orientamento, a cui anche molte persone nate in Italia, in un contesto più favorevole al racconto della propria “diversità”, farebbero fatica a rispondere.
Ovviamente negli incontri organizzati dagli sportelli non si propongono risposte preconfezionate, ma si discute insieme, si offre quella che spesso è la prima occasione di parlare di sé, dei propri desideri, dei propri dubbi. Molte persone non hanno mai avuto la possibilità di discutere della propria sessualità, di cercare risposte a domande che a volte gli ronzano in testa da anni.
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Educazione sessuale
La povertà e la mancanza di informazioni, aggravata dal senso di colpa, spingono molti richiedenti asilo ad avere incontri sessuali occasionali a pagamento per cifre ridicole, senza nessuna consapevolezza della necessità di proteggersi e di proteggere il partner da eventuali malattie a trasmissione sessuale. Queste malattie spesso sono sconosciute o sono demonizzate, se non addirittura perseguitate dalla legge, nei paesi d’origine, e lo stesso discorso vale anche per l’uso dei profilattici. Per questo molti sportelli propongono incontri di educazione alla salute sessuale.
I dossier
Oltre all’accompagnamento delle persone richiedenti asilo e al sostegno psicologico e informativo, Il Grande Colibrì, in collaborazione con l’associazione lecchese Renzo e Lucio e l’associazione radicale Certi Diritti, realizzano dei dossier che raccolgono rapporti di organismi internazionali (da enti come il Dipartimento di Stato USA alle relazioni annuali di alcune agenzie umanitarie come Amnesty International) e articoli di stampa per documentare le discriminazioni che le persone LGBTQIA subiscono nei vari paesi da cui i richiedenti asilo provengono. Questo lavoro è a disposizione di qualunque realtà o richiedente asilo ne abbia necessità.
Sicuramente esisteranno casi di ragazzi che invece non sono omosessuali e hanno cercato di ingannare commissioni e giudici, ma questo non è quello che succede normalmente. Ancora più ingiustificata è l’idea, che pure l’inchiesta pseudo-giornalistica vorrebbe trasmettere, che le associazioni cerchino di far passare per omosessuale chi non lo è.
Paolo Ayoubi e Michele Benini
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