“Non sembri gay, sembri come tutti gli altri uomini, quindi perché dovrei crederti?“. Immaginate di essere un ragazzo omosessuale fuggito dalla Nigeria e arrivato nel Regno Unito. Immaginate che vi faccia questa domanda un funzionario pubblico. Immaginate che dalla vostra risposta dipenderà l’esito della vostra domanda di asilo e quindi il vostro futuro. Cosa pensereste? Nel migliore dei casi, maledireste la vostra sfortuna che vi ha fatti incappare in una persona così incompetente e piena di stereotipi.
“Cultura del non credere”
E invece no: la sfortuna non c’entra proprio niente. Come hanno dimostrato da tempo studiosi e attivisti britannici, esiste una vera e propria “cultura del non credere e del negare“, come la definisce il dottorando Alex Powell. Questa cultura nel Regno Unito spiega e produce l’alta percentuale di rigetti nei confronti delle domande di protezione delle persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali). E purtroppo da qualche anno traspare in una parte sempre più significativa dei responsi in Italia.
Spesso i funzionari dimostrano di conoscere e capire le condizioni delle minoranze sessuali nel mondo talmente poco da risultare persino sospetti. Powell raccoglie, per esempio, la testimonianza di Masani, una ragazza lesbica ugandese di 27 anni: “In Uganda sono stata costretta a sposarmi. Non avevo scelta: se avessi rifiutato, sarebbero nati sospetti sulla mia sessualità. Ma quando sono arrivata qui, mi hanno detto che non potevo essere lesbica perché ero stata sposata“. E c’è chi, anche in Italia, è stato bollato come “falso omosessuale” perché non aveva frequentato locali gay nel proprio paese d’origine… dove però l’omosessualità è perseguitata e figurarsi se possono esistere bar o discoteche per la comunità arcobaleno!
Interpretare la sessualità
Se in questi casi basterebbe davvero solo un minimo di buon senso, altre difficoltà sono più complesse e richiederebbero una formazione più specifica, mentre la scelta, soprattutto con i ministri Minniti e Salvini, è sempre stata quella di abbassare la qualità del processo per velocizzare al massimo i dinieghi. Chi giudica dovrebbe rendersi conto che la sessualità è una dimensione estremamente complessa, soggetta a interpretazioni profondamente diverse da cultura a cultura. Le identità sessuali nel mondo sono rappresentate in termini molto più o molto meno articolati, molto più o molto meno rigidi rispetto allo schema prevalente in Occidente. E in alcune culture la sessualità non dà neppure vita a identità distinte ma è letta come un insieme di comportamenti o di desideri.

Tutto questo, però, non esclude che le persone possano essere discriminate, perseguitate e anche rischiare la vita a causa della propria sessualità, anche quando non è classificata come LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) o non è proprio classificata in alcun modo. Queste persone, in altre parole, hanno diritto a essere protette, ma spesso non vengono credute perché non descrivono sé stesse e le proprie esperienze secondo gli schemi attesi da chi le giudica.
Ancora troppi stereotipi
A dire il vero, a volte anche gli schemi occidentali sono affrontati con un punto di vista fortemente stereotipato. In tutta Europa, a quante persone richiedenti asilo hanno detto che non erano abbastanza mascoline per essere lesbiche, abbastanza effeminate per essere gay? Anche la tendenza a chiedere come prova della propria omosessualità la frequentazione di luoghi di incontro, la partecipazione a manifestazioni, l’uso di app per il sesso occasionale, eccetera, finisce per escludere chi per mille motivi (paura, vergogna, semplice non interesse) non partecipa ad attività ricreative o politiche. C’è qualcosa di strano, di incredibile? Assolutamente nulla, come dimostrano le schiere di omosessuali italiani che dichiarano, a volta anche con orgoglio, di essere “fuori dai giri“.
Un discorso a parte riguarda le persone bisessuali, polisessuali e tutte quelle che non provano attrazione esclusivamente per il proprio stesso genere. La tendenza è quella di pensare che una relazione con una persona dell’altro sesso sia una prova di falsità e di incoerenza, quando non si afferma, più o meno esplicitamente, che per evitare problemi in patria in fondo basterebbe limitarsi a rapporti e amori eterosessuali.
Per questo è fondamentale il lavoro dei diversi sportelli che accompagnano le persone richiedenti asilo in molte province italiane. Inoltre, come associazione Il Grande Colibrì, forniamo alle commissioni e ai giudici dossier che permettono di ricostruire, attraverso rapporti e articoli di stampa, la situazione delle minoranze sessuali nei paesi di provenienza. Sarebbe importante anche formare chi giudica le storie personali, in modo che possa farlo in modo competente e coerente. Questa evoluzione sarà possibile solo se e quando ci sarà la volontà politica di rendere davvero giusto ed efficace il sistema della protezione. Per ora è già difficile sperare che lo stesso movimento arcobaleno riconosca davvero in questo tema una priorità.
Pier Cesare Notaro
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