Asilo per LGBT, il no è motivato da diffidenze e stereotipi

rifugiati lgbt al pride di londra del 2013
Rifugiati LGBT manifestano al Pride di Londra del 2013

Sono tempi duri per i migranti e i richiedenti asilo. Mentre in Ungheria diventa reato persino operare a favore dei migranti dentro alle organizzazioni non governative (ONG) e simili norme sembrano colpire anche chi ha salvato la vita di persone che tentavano di superare il confine italo-francese in condizioni proibitive, dal Regno Unito all’Australia arriva un grido di allarme per le richieste di asilo delle persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali).

In Gran Bretagna, malgrado diverse sentenze della Corte suprema abbiano teoricamente allargato la fascia di protezione delle persone perseguitate per il loro orientamento sessuale o la loro identità di genere, gli avvocati che aiutano i richiedenti asilo hanno notato come persistano nei funzionari che decidono il destino dei richiedenti asilo LGBTQIA vari elementi che finiscono con l’inficiare spesso la decisione finale, conducendo al rigetto della domanda.

“Resta discreto”

L’argomento è particolarmente interessante perché alcune di queste dinamiche sono simili a quelle che portano a rifiuti arbitrari da parte delle commissioni e dei giudici anche in Italia. Altre, invece, nel Regno Unito sembrano superate, anche se qualcuno le ripropone ancora a mezza voce, mentre alle nostre latitudini si sono ripresentate più volte, come per esempio il ricorso all’argomento della “discrezione”. Se un omosessuale non andasse in giro a dire di esserlo e si comportasse come un eterosessuale – si sostiene – i rischi di finire sotto processo, in carcere o ucciso non sussisterebbero nemmeno nei paesi dove esiste persecuzione.

Ma chiedere a una persona di rinunciare al proprio orientamento sessuale significa privarla di un diritto fondamentale dell’esistenza, quello all’affettività e alla soddisfazione dei desideri del proprio corpo.

Norme non applicate

Danielle Cohen, che fa parte di uno studio di avvocati specializzato nei diritti delle persone migranti, in un articolo pubblicato dall’Electronic Immigration Network esamina un’altra argomentazione, relativa alle leggi degli stati da cui provengono i richiedenti asilo LGBTQIA, che è stata sostanzialmente superata in Gran Bretagna, ma che è ancora frequente in Italia: chi giudica le domande di asilo ritiene che le semplici norme che sanciscono discriminazioni non siano sufficienti, ma che sia necessario provare che quelle leggi sono ancora applicate.

Però, se è vero che in alcune nazioni certi articoli del codice penale non sono stati aboliti ma non vengono più attuati, è anche innegabile che l’esistenza stessa di queste leggi sia un pericolo per le persone e che, oltre alla loro applicazione, vadano considerati lo stigma sociale e la “giustizia” fai da te frequente in popolazioni intrise di cultura omofobica.

Dettagli intimi

Un terzo problema sollevato da molti collegi giudicanti britannici (e italiani) è quello relativo alla sessualità, per cui si ritiene che il richiedente debba provare la propria identità sessuale attraverso la narrazione particolareggiata delle proprie esperienze e debba stabilire i momenti precisi della propria vita in cui ha preso coscienza del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere.

Al richiedente viene anche richiesto di raccontare il momento in cui ha avuto i primi rapporti e gli viene fatta tutta una serie di domande a cui difficilmente può rispondere, considerando il contesto omofobico in cui ha vissuto e che spesso l’ha fatta sentire “sbagliato” fin dalla prima presa di coscienza.

In molti casi poi, notano gli avvocati inglesi (e qui forse le commissioni italiane sembrano meno discriminatorie), vengono negati permessi per via del fatto che, soprattutto per quel che riguarda i maschi omosessuali, non vengono individuati nei richiedenti asilo gli stereotipi sui gay britannici: tatuaggi, frequentazione di determinate discoteche, abbigliamento stereotipato. Ovviamente tatuaggi, abbigliamento e frequentazione di luoghi LGBTQIA dipendono da gusti e attitudini delle persone, che possono essere più o meno interessate a queste cose e anche più o meno timide.

Funzionari diffidenti

Un ultimo elemento da considerare, che riassume un po’ i problemi che i richiedenti asilo LGBTQIA devono fronteggiare, è l’incredulità dei commissari o dei funzionari che devono valutare se accettare o no la domanda per ottenere lo status di rifugiato nel Regno Unito o in Italia.

Queste persone non si fidano dell’autoidentificazione dei richiedenti asilo e cercano in tutti i modi di porgli domande che li mettano in difficoltà e li facciano cadere in contraddizione, mentre se qualcuno si presenta come omosessuale, bisessuale o transessuale andrebbe creduto evitando di metterne in dubbio la parola, perché queste tecniche invasive non saranno paragonabili alle ispezioni anali ancora praticate in molti paesi che discriminano i gay, ma di certo non rendono onore né a chi le fa, né tantomeno alla nazione che rappresenta.

Il no dell’Australia

Però che non ci si debba fidare di chi chiede asilo dichiarandosi LGBTQIA non lo pensano solo i funzionari, i commissari e i giudici al di là e al di qua della Manica. Lo pensa e lo sostiene in un comunicato ufficiale anche il dipartimento degli affari interni australiano, guidato dal ministro Peter Dutton: “Offrire protezione generale a un gruppo di individui può incoraggiare un gran numero di domande non meritevoli da parte di coloro che vorrebbero abusare del programma di protezione per prolungare la loro permanenza in Australia” ha spiegato un suo portavoce.

E questo potrebbe minare la fiducia pubblica nel programma umanitario australiano, secondo lo stesso ministero che da anni impedisce a qualunque richiedente asilo di arrivare sulle coste australiane, trasferendo chiunque si avvicini alle coste del paese nei centri di Christmas Island, dell’isola di Manus (in Papua Nuova Guinea) e di Nauru.

Si muovono i laburisti?

La risposta del dipartimento degli interni arriva dopo un (tardivo) risveglio dell’Australian Labor Party (Partito laburista australiano; ALP), che ha dapprima fatto una proposta perché la detenzione dei migranti e dei richiedenti asilo nei centri offshore citati sopra abbia un limite massimo di 90 giorni e poi ha chiesto norme più semplici perché le persone LGBTQIA perseguitate in patria possano ottenere l’asilo.

Ma il ministero ha detto di no e occorrerà che i laburisti proseguano nel loro trend che sembra destinarli nuovamente al governo alle prossime elezioni e, soprattutto, non smarriscano più la via dei diritti, dopo essere stati per anni succubi e co-artefici delle politiche discriminatorie dell’ex dominio britannico.

Michele Benini
©2018 Il Grande Colibrì
foto:  (CC BY-SA 3.0)

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