Richiedenti asilo gay, no a test e interrogatori invasivi

pratiche umilianti per i richiedenti asilo LGBT
Pratiche umilianti per i richiedenti asilo LGBT

Cara lettrice, caro lettore, qual è il tuo orientamento sessuale? Sei gay, bisessuale, lesbica, etero, asessuale? Rispondi e poi dacci una prova. Come quale prova? Puoi chiedere un certificato al tuo medico, sottoporti ad una visita che verifichi lo stato del tuo ano, guardare un film pornografico mentre dei sensori applicati al tuo sesso rilevano la tua eccitazione. Oppure, meglio ancora, puoi mostrarci fotografie o video in cui si veda chiaramente che fai sesso e con chi lo fai. Cos’è quella faccia? Perché sei sbigottito, perché sei incavolata? Ti sembrano delle richieste assurde e insolenti? Beh, sì, lo sono. Eppure per molti paesi della civilissima Unione Europea è del tutto normale fare richieste simili alle persone che richiedono asilo politico perché in patria sono perseguitate a causa del proprio orientamento sessuale. Vogliono protezione? Prima dimostrino di essere davvero omosessuali!

In Repubblica Ceca, uno degli stati più gay-friendly dell’Europa orientale, il richiedente asilo che si dichiarava gay veniva fatto accomodare su una poltrona davanti ad uno schermo sul quale veniva proiettato un film a luci rosse eterosessuale. Speciali macchinari misuravano l’afflusso del sangue nel pene del malcapitato: se ne arrivava troppo, la commissione esaminatrice concludeva che l’uomo si era eccitato, che per questo aveva mentito sul proprio orientamento e che quindi non meritava l’asilo politico. La pratica, come hanno spiegato molti esperti, di scientifico aveva solo il nome: test fallometrico. Eppure ha determinato la sorte di molte persone, almeno finché l’Unione Europea non l’ha dichiarata illegale, nel 2011.

Test fallometrici a parte, ci sono altri motivi di perplessità. Nel Regno Unito il richiedente asilo che si dichiari omosessuale viene giudicato bugiardo se risponde in modo titubante o se non fornisce sufficienti dettagli a domande come “Mentre ti penetrava, avevi un’erezione?”, “Cosa ti piace nel culo di un uomo?”, “Scopavate in modo tenero o rude?”, “Facevate sesso anale o solo pompini?” [The Guardian]: tutte domande di fronte alle quali chiunque, soprattutto chi proviene da paesi dove una confessione di questo tipo può portare ad una condanna penale, risponderebbe disinvoltamente di fronte ad una giuria di sconosciuti, tra i quali magari qualcuno insiste a farti notare come l’omosessualità sia contro la tua religione o come prima di definirti lesbica dovresti andare a letto con qualche uomo [The Guardian].

Tanto per continuare con le richieste assurde, i Paesi Bassi hanno rifiutato di credere all’omosessualità di un richiedente asilo perché quest’ultimo non aveva una conoscenza abbastanza approfondita delle associazioni LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) del paese: mutatis mutandis, la persona queer arrivata in Italia cosa può imparare subito se non il nome della principale associazione transessuale nazionale, le generalità del presidente di Arcigay e l’indirizzo della sede più vicina di Arcilesbica? Pazienza se sono informazioni ignote anche a gran parte della popolazione LGBT “autoctona”: se non lo sai, come puoi farci credere di essere davvero omosessuale?

Per fortuna pretese simili generalmente non rientrano nel campionario delle richieste delle commissioni che esaminano le domande d’asilo in Italia, anche grazie al paziente lavoro esplicativo ed educativo di alcune associazioni (il progetto dedicato all’immigrazione e all’asilo di Arcigay, ad esempio, ha reso questo paese tra i più civili d’Europa, almeno sotto questo aspetto). Però quello che succede oltralpe, ma sempre all’interno dei confini dell’Unione Europea, ci riguarda comunque da vicino e per questo non possiamo che salutare con piacere e con speranza il documento scritto da Eleanor Sharpston, avvocatessa generale presso la Corte di giustizia dell’UE [Corte di giustizia dell’Unione Europea].

Sharpston non solo sottolinea come esami medici e prove fotografiche non siano tecnicamente adatti a stabilire l’omosessualità di una persona, perché “è impossibile provare un orientamento sessuale”, ma aggiunge anche che sono test “basati su presupposti stereotipati relativi al comportamento omosessuale”. Il punto principale, secondo l’avvocatessa generale, è però un altro: “Ai richiedenti non può essere richiesto nulla che potrebbe pregiudicare la loro dignità umana o integrità personale”. Anche se qualcuno potrebbe dichiararsi gay solo per ottenere una protezione alla quale non avrebbe diritto, le commissioni dovrebbero limitarsi a “valutare se l’esposizione sia plausibile e coerente”, senza ricorrere a “esami medici e pseudo-medici”, a “interrogatori invasivi” o a “prove di attività sessuali”.

Purtroppo i pareri degli avvocati generali, anche se spesso sono ripresi dalle sentenze della Corte di giustizia, non hanno potere vincolante. E’ lo stesso limite che condividono le conclusioni di un altro avvocato generale, Paolo Mengozzi, secondo cui “il solo fatto che un uomo abbia avuto o abbia rapporti sessuali con un altro uomo non costituisce [ai sensi del diritto comunitario; NdR] un ‘comportamento sessuale’ che giustifichi l’esclusione permanente di detto uomo dalla donazione di sangue”. Impedire per sempre la donazione di sangue ad un uomo che abbia avuto anche solamente un rapporto sessuale con un altro uomo “introduce un’evidente discriminazione indiretta fondata, in combinazione, sul sesso (gli uomini) e sull’orientamento sessuale (l’omosessualità e la bisessualità)” [Corte di giustizia dell’Unione Europea].

Se dalla Corte di giustizia arrivano parole incoraggianti per gli omosessuali, la Corte europea dei diritti dell’uomo (che, al contrario della prima, non è un’istituzione dell’Unione Europea) ha emesso una sentenza negativa per le persone trans. In Finlandia una transessuale MtF (dal maschile al femminile), dopo avere terminato il percorso di transizione ed essere stata costretta anche alla sterilizzazione, si è vista rifiutare il riconoscimento ufficiale del suo genere perché lei e sua moglie non sono disposte a vedere cancellato il loro matrimonio, che sarebbe sostituito da una semplice unione civile. Per i giudici di Strasburgo questa imposizione non viola i diritti fondamentali delle due donne e uno stato può rifiutare di riconoscere il genere di un individuo o l’unione che lo lega alla persona che ama.

 

Pier
©2014 Il Grande Colibrì
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