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Secondo l’economista americana Mary Virginia Lee Badgett, la discriminazione nei confronti delle persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali), oltre ad avere un costo sociale, anzi proprio in conseguenza del suo costo sociale, ha anche un costo dal punto di vista economico. Nel suo libro “The Economic Case for LGBT Equality: Why Fair and Equal Treatment Benefits Us All” (Beacon Pr 2020, 228 p.), pubblicato lo scorso maggio, Badgett studia l’effetto della discriminazione dal punto di vista economico in diversi paesi, come gli Stati Uniti, il Canada, il Regno Unito, l’Australia, l’India e le Filippine.

Il bullismo a scuola, la violenza, l’essere ostacolate nella scelta di una carriera o limitate ad altre, le difficoltà incontrate nell’ambiente di lavoro, fino ad arrivare a essere discriminate o non difese dalle leggi del proprio stato, rende le persone LGBTQIA meno produttive. “Escludere le persone LGBT attraverso discriminazione e violenza – afferma Badgett nell’introduzione del libro – non significa soltanto limitare le loro prospettive individuali, ma anche sottrarre alla società abilità, conoscenze e capacità che sono a disposizione ma inutilizzate a causa di un pregiudizio”.

Badgett quantifica il costo della discriminazione in una cifra pari almeno all’1% del prodotto interno lordo (PIL) di un paese. Per fare un esempio, prendendo come base la percentuale minima calcolata da Badgett, vale a dire appunto l’1% del PIL, in Italia “paghiamo” ogni anno una cifra di 20.840.000.000 dollari statunitensi (oltre 18 miliardi di euro), considerando il PIL del 2019. Sempre nel 2019, la popolazione italiana era di 60.360.000 di persone. Facendo una banale divisione, otteniamo una “spesa” pro capite di almeno 345 dollari (pari a più di 300 euro a testa) che ogni anno viene bruciata da ogni persona in Italia, indipendentemente dal fatto che faccia parte o no della comunità LGBTQIA.

Alessandro Garzi
©2020 Il Grande Colibrì
immagine:  Il Grande Colibrì

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