Eravamo piccole e stavamo in casa di nostra nonna, non mi ricordo bene se era estate, inverno o magari la festa del sacrificio, quello che conta è che io e te eravamo vicine, io e te tra gli altri ragazzi e ragazze della nostra famiglia. Abbiamo giocato tanto, quel giorno, insieme a tutti. Ricordo che la nostra famiglia era molto unita, o almeno a me sembrava che fosse così. Eri bella, tu, quel giorno, cugina mia. Bellissima e sempre alle presa con mille attività diverse. Allegrissima. Solare. Ti piaceva correre da tutte le parti e anche urlare e ridere là, dentro alla casa di nostra nonna. Eri una ragazza sempre felice e contenta. Ti brillavano sempre gli occhi. Noi cugini ti seguivamo ovunque andassi, un’orda di ragazzine e ragazzini che non ti perdevano di vista un attimo.
A un certo punto dopo tanti divertimenti io e te abbiamo deciso di fingere di essere marito e moglie, così, per finta. Per puro gioco. Siamo rimaste solo io e te, tutti i nostri cugini sono andati via, non volevano giocare a questo gioco. Era troppo compromettente. Troppo pericoloso. Io invece volevo provarci, avevo un fortissimo desiderio di guardarti il viso e gli occhi, di accarezzarti i capelli e anche di darti un bacio. Per te era solo un gioco ma per me invece era ben altro.
E volevo continuare, ma non ho osato chiederti davanti a tutti di giocare di nuovo perché non avevo il coraggio. Dopo il nostro bacio ho sentito qualcosa di diverso, il mio cuore batteva veloce, il tempo sembrava essersi fermato. Sentivo addosso una sensazione unica, la stessa che provavo quando riuscivo a impadronirmi dell’ultima fetta della torta al cioccolato. Sono entrata in una specie di visione mistica. Avrei tanto voluto continuare il gioco, ma non si poteva. Ormai tutto era finito.
Sono tornata in casa con la testa piena di pensieri. Avevo paura del giudizio degli altri, di quello che avrebbero potuto dire, del fatto che quello appena concluso non era un gioco serio, adatto a delle ragazze. Sono tornata a casa pensando a te e al fatto che in Marocco ci venivi solo qualche giorno all’anno per le vacanze e che tra qualche giorno avresti fatto ritorno in Europa. Riflettendoci a fondo ho capito che comunque io non ti conoscevo, non ce n’era stata la possibilità, avevamo parlato poco, i tempi erano troppo ristretti per poterci permettere un reale contatto. Abbiamo fatto un gioco troppo intimo, pensai tra me e me quel giorno.
Un gioco che solo tu, la nostra cugina europea poteva proporre, perché non ti interessava cosa dicesse la gente, tu eri libera e potevi dimostrarlo! Io ero diversa. Da piccola ero una ragazzina estremamente silenziosa, che cercava di seguire le regole, che ascoltava sempre i consigli degli adulti che le stavano accanto. Tu no. Tu eri l’eccezione. La cugina europea. Metà cristiana e metà musulmana. Un ibrido. Non come me, che ero e sono araba musulmana.
Quello a cui abbiamo giocato io e te insieme non era il passatempo migliore lì in Marocco. Non avremo dovuto farlo, lo sapevo benissimo, eppure dentro di me sentivo qualcosa, come un fiume in piena, un mare che non conosce confini, un vulcano caldo intenso… Erano queste, le sensazioni che provavo in quei momenti. A posteriori mi viene spontaneo chiedermi perché. Perché dobbiamo vivere la vita così, in bianco e nero, e non a colori? Perché dobbiamo reprimere così tanto i nostri sentimenti e sensazioni?
Con l’andare del tempo, comunque, ho capito che quello tra me e mia cugina non era solo un gioco, non poteva esserlo. Ho rivisto la sua immagine in tante donne che ho incontrato in seguito. Ho sentito ancora le emozioni che con lei avevo provato. Nel tempo ho anche iniziato a chiedermi se e come fosse possibile un amore tra due ragazze, ma erano domande che non potevo fare a nessuno, già il solo pensare che possa esistere un amore tra due donne è considerato una vergogna e un peccato!
La mia mente era invasa dal senso di colpa che mi tormentava e mi imponeva di lasciare i miei sentimenti in un angolo buio, di dimenticare tutto di quel giorno e di quel gioco, perché il mio corpo non mi apparteneva e la mia società di appartenenza era l’unica a poter decidere chi dovevo amare. Per anni ho pensato di essere sbagliata, di essermi comportata male giocando a quel modo con mia cugina. Mi ripetevo che dovevo seguire l’esempio di tutti gli altri e che dovevo amare solo l’uomo che il destino aveva scelto per me.
Per lungo tempo sono rimasta bloccata nelle maglie dei miei pensieri. Guardavo le mie cugine, che una dopo l’altra si sposavano, mentre invece io ero fredda, gelida, non volevo ascoltare i miei pensieri e neppure il mio cuore… Alla fine si può sempre vivere senza sentimenti e convivere con una società chiusa, Hind, pensa a cosa direbbe la gente, pensa a cosa vuole davvero la società in cui vivi, ancora così saldamente legata al passato e convinta che esista la magia nera… C’è tanta ignoranza, purtroppo, e francamente immagino che le parole “felicità”, “amore” e “libera scelta” non esistano nella vita delle persone.
Mia cugina intanto è diventata grande, ha avuto una figlia dall’uomo che per lei è l’amore della sua vita e io sono contenta per loro. In fondo il nostro era tutto un gioco.
Con il tempo, io ho anche iniziato a guardare il mio corpo nudo allo specchio, cercando di capire se fossi più maschio o femmina, se fossi attratta dalle donne… e come dovevo comportarmi, poi?! Come un ragazzo o come una ragazza? Ero veramente confusa! A me piace il mio corpo e la mia femminilità! Di solito i nostri ragazzi sono coraggiosi, determinati, cercano sempre di conquistare la fanciulla di turno, che deve essere gentile, simpatica e timida. La caccia del lupo alle pecore, ecco che cosa si mette in atto! Io però non conoscevo il mio ruolo, io non sapevo proprio come comportarmi!
Di colpo mi torna alla mente una domenica in cui io e mia madre siamo andate insieme all’hammam, il bagno turco composto di tre ampie sale, una fredda, una tiepida e una così calda che le donne entrano nude e si lasciano avvolgere dal vapore. Andare all’hammam per noi è un rito: in Marocco infatti si dice che “entrare nell’hammam non è come uscire dall’hammam”.
Con noi portiamo tutto l’occorrente: il secchio per l’acqua, la saponetta di akr fasi (un tipo di sapone che si trova esclusivamente nel nostro paese, di un bel colore rosso vivo che a contatto con l’acqua sprigiona un delicato profumo di rose), l’hennè come maschera per tutto il corpo, anche il rassul, che sarebbe la terra cotta che si usa all’inizio, prima del gommage del corpo. In ultimo, con noi portiamo anche la spugna e shampoo per capelli. Ci vogliono ben due ore per terminare il bagno alla maniera marocchina, nell’hammam, quel posto favoloso in cui ci si deterge il corpo e si purifica la mente in mezzo al vapore che aleggia nell’aria.
A essere sincera, devo dire che per me l’hammam era come il paradiso delle donne sulla terra, un po’ come quello che sognano i ragazzi arabi a cui vengono promesse mille ragazze vergini nel paradiso del cielo. Ero con la mamma all’entrata dell’hammam, dicevo, e pensavo ai discorsi che avevo fatto nella mia testa fino a qualche minuto prima, alla mia attrazione per il corpo femminile e alla bellezza della donna.
In cuor mio mi chiedevo se era giusto entrare in un posto come l’hammam e guardare tutte quelle donne nude coperte solo dal vapore. Tra me e me mi ripetevo che dovevo essere seria, che non avevo il permesso di guardare e osservare quelle donne, che dovevo fare finta di niente, anche se mi piaceva fissarle mentre aspettavo in fila per riempire il secchio con l’acqua calda. In tutto l’hammam risuonavano le voci delle donne e quelle dei bambini accompagnati lì dalle madri.
Dopo una mattinata in hammam di colpo sono diventata leggera. Avevo perfino un altro aspetto. Si torna a casa tranquille, bevendo un tè verde aromatizzato alla menta.
H.M.
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