Shahrazad. È lei la giovane e bella protagonista assoluta di “Le mille e una notte”, la celebre raccolta di racconti orientali creati a partire dal X secolo. Shahrazad con il solo strumento del racconto sfida il carattere vendicativo del re Shahriyar, ferito nell’orgoglio perché una delle sue mogli l’ha tradito con un garzone di palazzo. Giustiziata la moglie, il re attua il suo piano di vendetta. Ogni giorno porta nel suo palazzo una giovane vergine, che diverrà moglie per una sola notte per poi essere giustiziata alle prime luci del mattino. Una vera e propria strage, fin quando la figlia del visir si offre al re, ed è lei la bella Shahrazad, che durante la notte inizia a tessere un racconto per il sovrano.
La forza del racconto
Shahrazad interrompe il racconto al momento giusto e raccoglie la curiosità del monarca, che rinuncia a ucciderla per poterla riascoltare la notte successiva. E così, notte dopo notte, per mille e una notte Shahrazad si dà all’arte del racconto, tenendosi salva, fin quando il re se ne innamora e rinuncia alla sua sanguinosa vendetta contro le donne. La storia del re Shahriyar e di Shahrazad è il racconto che fa da cornice all’opera de “Le mille e una notte”, è il racconto che contiene tutti gli altri in una struttura letteraria a matrioska, dove i personaggi delle tante storie possono diventare a loro volta narratori moltiplicando i racconti all’infinito.
Donna intelligente? Manipolatrice? Sottomessa? Antifemminista? Femminista? Liberatrice? Tentatrice? Quella di Shahrazad è la figura femminile più nota che ci sia stata consegnata dalla letteratura araba. Nel corso del ‘900 la figura di Shahrazad è entrata nella lente di ingrandimento di scrittori, poeti, registi, artisti, e così via. Sminuzzata e analizzata attentamente, la sua figura è stata da alcuni tenuta in vita, in quanto simbolo di liberazione; da altri uccisa, perché sottomessa al giogo maschile; e da altri ancora lasciata vivere in quanto mero oggetto erotico, frivolo, la cui unica caratteristica principale è quella di intrattenitrice. Nella seconda metà del ‘900 diverse autrici si sono confrontate con questa figura, ormai entrata nell’immaginario collettivo sia orientale che occidentale, e alcune ne hanno messo profondamente in discussione il carattere positivo.
La Shahrazad di Mernissi
“Le mille e una notte inizia come una tragedia, una tragedia di tradimento e vendetta omicida che oppone uomini e donne, e finisce come una favola grazie alla capacità intellettuale di Shahrazad di leggere nella mente del marito”: è così che la pensa Fatema Mernissi, scrittrice e sociologa marocchina, nel suo famoso saggio “L’harem e l’occidente”, che dà alla figura di Shahrazad una dimensione politica, sociale, intellettuale e di intelligenza emotiva.
Nel suo testo Mernissi esalta il carattere cerebrale e politico di Shahrazad. Il regno di re Shahriyar era entrato in una crisi politica innescata dalla serie di omicidi perpetrati dal sovrano nei confronti di tutte le sue mogli, che prima erano figlie di uomini e donne del regno. Il re lasciava così una scia di padri e madri di diversi ceti sociali in lutto. Shahrazad si inserisce in questo clima tumultuoso in una logica di sacrificio, affrontando il re e donandosi a lui, tanto che Shahrazad “nel mondo arabo è considerata un’eroina politica, una liberatrice”. Una liberatrice, secondo Mernissi, che stava compiendo un’impresa straordinaria, grazie alle sue doti.

Sophie Gengembre Anderson, “Shahrazad” (XIX sec.)
Una partigiana del regno
Per la sociologa marocchina, Shahrazad avrebbe curato l’anima travagliata del sovrano semplicemente con la parola, lo avrebbe aiutato a vedere la sua prigione, il suo odio ossessivo per le donne. Liberare re Shahriyar significava liberare il regno e salvarlo. Ed è qui che ritorna l’elemento politico della figura di Shahrazad, al tempo stesso una qussasa (cantastorie) e una sorta di partigiana del regno, che governava le sue azioni e lottava non con le armi, ma con l’altissimo senso della parola, del racconto.
Mernissi individua in Shahrazad tre principali doti strategiche: quella intellettuale, quella psicologica e la dote del sangue freddo. L’impronta intellettuale di Shahrazad è ben evidente, come sostiene la stessa Mernissi: “Si tratta di avere pronta una dovizia di conoscenze dalla quale selezionare le storie. La cultura enciclopedica di Shahrazad è descritta nelle prime pagine del libro, dove si viene a sapere che Shahrazad aveva letto i libri di letteratura, filosofia e medicina. Conosceva a memoria la poesia, aveva studiato i resoconti storici ed era ferrata nei proverbi degli uomini e nelle massime di saggi e re. Era intelligente, ben informata, saggia e raffinata. Aveva letto e aveva imparato”.
Nei loro primi sei mesi di matrimonio, il re non proferiva parola, si limitava solo ad ascoltare ed è qui che è maturata di notte in notte l’abilità psicologica di Shahrazad, capace di esaminare la mente di un omicida e di predirne le mosse. “L’ultima dote richiesta è il sangue freddo, la capacità di controllare le proprie paure al punto di continuare a pensare con lucidità e poter agire indipendentemente da esse”.
Curare la mascolinità
Shahrazad si dà in una prospettiva intellettuale, ciò che la rende differente dalle altre mogli è la sua capacità di analisi chirurgica in una situazione complessa, come quella della possibilità di essere in ogni momento giustiziata: “Shahrazad sopravvive perché si rivela una stratega di prim’ordine. Se si fosse spogliata come le vamp hollywoodiane o le odalische di Matisse, e si fosse stesa passivamente nel letto del furioso re, sarebbe stata uccisa perché a quell’uomo non serviva il sesso, gli serviva una psicoterapeuta”.
Re Shahriyar era un uomo incapace di fare i conti con i suoi sentimenti, un padre padrone, fragile, incapace di dialogare, tanto da sostituire il dialogo con l’assassinio, figlio di quella mascolinità tossica ben presente in ogni società. Per Mernissi è proprio Shahrazad a curare il male del re, che associava al sesso il dolore. Shahrazad quindi raggiunge il suo obiettivo iniziale, salvaguardare il regno e sopravvivere grazie alle sue sole abilità. Per Mernissi, Shahrazad non solo deve vivere, ma è anche maestra di uomini e donne. Il suo insegnamento maggiore consiste nel conoscere, perché per Mernissi solo il conoscere conta, perché il conoscere libera.

Edouard Frederic Wilhelm Richter, “Shahrazad” (XIX-XX sec.)
Intrattenitrice o eroina?
Per l’Occidente, Shahrazad è il simbolo della femminilità, colei che interpreta gli ardenti desideri dell’immaginario collettivo occidentale nei confronti dell’Oriente. Il suo intelletto giunto in Occidente diventa quasi inutile, perché il peso maggiore ricade nelle possibili carni nude, nei potenti e sensuali movimenti della danza del ventre: Shahrazad, un’intrattenitrice senza troppo spazio di manovra cerebrale, si trasforma così nell’Odalisca di Ingres o di qualsiasi altro artista o pensatore occidentale. Un totem del desiderio.
Laila al-Othman, scrittrice kuwaitiana pone Shahrazad in una direzione opposta a quella di Mernissi. In un racconto della Othman, Shahrazad, giunta all’ultima notte, decide di andare verso il mare e di trovarvi la morte. Una volta avuta salva la vita, non poteva più sottomettersi alla natura di potere maschile del re. Il gesto della Shahrazad di Othman è un suicidio eroico, che ricorre spesso nella letteratura mediterranea e non solo. Nel suo gesto viene affermata la sua autodeterminazione e la sua vittoria sul re.
La Shahrazad di Haddad
Joumana Haddad, giornalista e scrittrice libanese, nel 2010 scrisse un piccolo saggio dal titolo “Ho ucciso Shahrazad”, il cui sottotitolo è “Confessioni di una donna araba arrabbiata”. Perché Joumana Haddad decide di uccidere Shahrazad? Perché, secondo la giornalista libanese, Shahrazad si piega al volere maschile, non cerca di liberarsi, ma anzi in lei è quasi presente una vena di masochismo, che consiste in quella sua decisione di offrirsi volontaria al sovrano. L’annientamento del femminile.
Per Joumana Haddad, Shahrazad non può essere definita come un modello di femminilità da seguire, perché tale personaggio insegna che, per sopravvivere, nella vita una donna deve sapere raccontare le storie che piacciono ai re, come scrisse Mernissi nel suo romanzo autobiografico “La terrazza proibita”: “Ma quando mia madre finì di raccontare la storia di Shahrazad, io le chiesi: ‘Ma come si impara a raccontare le storie che piacciono ai re?’. Mia madre mormorò, come parlando tra sé e sé, che le donne non facevano altro per tutta la vita”.
Shahrazad si mantiene in vita grazie alla negoziazione, in una società dove il rapporto di potere è un rapporto verticale, dove per cercare di migliorare la sua condizione di donna ci si presta agli strumenti del patriarcato, dove il suo stesso rimanere in vita non è un diritto fondamentale, ma solo una gentile concessione momentanea.

Ferdinand Keller, “Shahrazad” (1880)
Sedurre per sopravvivere
Shahrazad si mantiene in vita con l’arte della manipolazione, la sua esistenza è un gioco per il re, un oggetto, un disco da ascoltare ogni sera. Il suo valore di donna è direttamente legato alla sua capacità di influenzare la mente del re, il suo liberarsi ogni notte dalla morte è un suo sapersi giostrare fra stratagemmi e capacità di cogliere comportamenti. Shahrazad si fa classico stereotipo di donna manipolatrice, che usa il suo corpo sessuato per ingannare la mente debole del maschio, tanto che per sopravvivere non solo giace con il re ogni notte, ma da quelle unioni notturne, nei successivi tre anni, nasceranno dei figli. In questo contesto ostile, Shahrazad ottiene la possibilità della narrazione e quindi del controllo solo attraverso il suo corpo, unico desiderio del re.
“Convinci gli uomini e loro ti salveranno”: per Haddad è proprio questa la politica di azione di Shahrazad, un modo di pensare sbagliato e nocivo per la causa femminile. “Non sono mai stata una fan di Shahrazad – sostiene Haddad nel suo saggio – Shahrazad è continuamente celebrata nella nostra cultura come una donna colta, piena di risorse, fantasiosa e abbastanza intelligente da salvarsi da una morte sicura, persuadendo ‘l’uomo’ con le sue storie infinite. Ma non mi è mai piaciuto questo tipo di ‘persuasione’. Per prima cosa credo che lanci alle donne un messaggio sbagliato: ‘Persuadi gli uomini, dai loro le cose che hai e che desiderano, e loro ti assolveranno’”.
Neg(ozi)azione
L’azione di Shahrazad dà all’uomo potere decisionale sulla donna, la pone in un tavolo di negoziazione, dove ogni suo naturale diritto diventa gentile concessione maschile. Per Haddad, l’estro di Shahrazad non è creatività, ma resa incondizionata, dove a decidere le regole del gioco sono solo gli uomini. È per questo che Haddad uccide Shahrazad, perché accresce il compromesso, mette le donne in una condizione inferiore.
A uccidere Shahrazad non è però solo Joumana Haddad, che ben consapevole sostiene: “Ho ucciso Shahrazad. L’ho strangolata con le mie mani. […] Non è stato un omicidio difficile, a dire il vero. […] Ho ucciso Shahrazad. Ma non è solo merito mio. Durante gli anni molti complici mi hanno aiutato a compiere questo omicidio. Incitatori che hanno aggiunto le loro mani alle mie – con ostilità o incoraggiamento – e che a questo punto ho bisogno di ringraziare”.
La scrittrice Valentina Colombo, nella sua antologia di racconti “Parola di donna, corpo di donna. Antologia di scrittrici arabe contemporanee” parla di una vera e propria “rivoluzione shahrazadiana”. In cosa consiste questa rivoluzione? La figura di Shahrazad è centrale nella letteratura araba: prima di lei la prospettiva narrativa era esclusiva maschile. Shahrazad diventa protagonista della narrazione e non più l’oggetto della narrazione. Il suo potere è nella parola. Ma la parola di Shahrazad è già sul tavolo della negoziazione con il re, e non c’è libertà nella negoziazione. E in tale negoziazione non c’è manovra per il femminismo di Joumana Haddad, che si fonda sulla rivendicazione degli spazi.
Anas Chariai
©2020 Il Grande Colibrì
immagini: Antonio Vargas / Sophie Gengembre Anderson / Edouard Frederic Wilhelm Richter / Ferdinand Keller


