Arcobaleno rosso: Pechino alla conquista del movimento LGBT

poster della cina comunista con bandiera gay
Fotomontaggio a partire da un manifesto comunista

“È una nuova era per i gruppi LGBT in Cina” dice l’attivista Ah Qiang, fondatore di PFLAG China, l’associazione che riunisce genitori, parenti e amici di persone omosessuali. Lo dichiara in un’interessante inchiesta firmata dalla giornalista Xie Wenting, che spesso scrive a proposito delle minoranze sessuali nel paese asiatico, e pubblicata da Global Times, il quotidiano in lingua inglese proprietà del Renmin Ribao (Quotidiano del Popolo), organo ufficiale del Comitato centrale del Partito Comunista Cinese.

L’articolo spiega come il movimento LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) cinese stia crescendo sia in “larghezza” (si occupa ormai anche di questioni internazionali, per esempio lanciando petizioni e entrando in contatto con organizzazioni di altri paesi) sia in “profondità” (nato sostanzialmente per contrastare l’HIV, affronta temi sempre più ampi e sempre più vari), grazie soprattutto ad attivisti che hanno studiato all’estero, hanno viaggiato e, insomma, hanno potuto conoscere quello che avviene nel resto del mondo, come spiega sempre Ah Qiang. Eppure, a una lettura più attenta, l’articolo racconta anche molto altro.

La “soluzione cinese”

Il movimento LGBQTIA cinese si pone ormai esplicitamente come un punto di riferimento per gli attivisti del resto dell’Asia e dell’Africa, zone in cui l’influenza politica ed economica di Pechino è sempre più forte: l’anno scorso, per esempio, Wei Jianggang, direttore dell’Istituto di educazione sanitaria di genere di Pechino, ha avviato un nuovo, grande progetto dedicato all’Africa per insegnare alle minoranze sessuali del continente come usare il cinema documentario per portare avanti le proprie battaglie.

Nell’inchiesta di Global Times la Cina è presentata come un punto di riferimento per il mondo non occidentale, con cui condividerebbe lo stesso sviluppo economico e lo stesso “contesto culturale“. Verrebbe quasi da dire, per sintetizzare, che il movimento del paese asiatico è pronto a proporre la sua “zhongguo fang’an” (soluzione cinese), per riprendere l’espressione con cui il presidente Xi Jinping a ottobre dell’anno scorso, durante il 19° congresso del Partito Comunista, ha indicato il fatto che la Cina oggi può proporsi come “una nuova opzione per gli altri paesi”, dimostrando finalmente la propria supremazia a livello globale.

“Contesti culturali”

L’articolo, in effetti, ricorda molto il discorso del leader comunista sul nuovo ruolo centrale e intraprendente che Pechino è chiamata a giocare e che non riguarda solo l’economia (con la “nuova via della seta”, il più importante piano di investimenti all’estero della storia umana), la politica (con strategie che cercano di accrescere la dipendenza degli altri paesi verso la Cina), i grandi dibattiti globali (dal clima al commercio), ma anche l’influenza culturale. E allora il racconto di Global Times non sembra più una descrizione spassionata dell’esistente, ma suona come una dichiarazione di intenti in cui il movimento LGBTQIA locale entra al servizio delle finalità dei vertici politici.

In fondo gli attivisti interrogati da Global Times ci dicono (o vengono spinti a dire) esplicitamente che servirebbe un movimento alternativo a quello occidentale (“che il governo cinese non capisce”), meno politicizzato, meno critico con il potere, anzi più attento alle sue esigenze e alla “armonia della società”, come dice Ah Qiang. In sintesi, servirebbe un movimento che non collochi più i diritti delle minoranze sessuali in una lotta di espansione democratica, ma che anzi si adatti all’assenza di democrazia di tanti paesi asiatici e africani (o cos’altro dovrebbe indicare lo “stesso contesto culturale” che accomunerebbe la Cina con, per esempio, la Nigeria o lo Zimbabwe?).

“Occorre prudenza”

Ma che fine fa un “movimento di liberazione” se accetta che la democrazia sia una delle “tendenze ideologiche errate che sono pericoli da combattere”, come la descriveva una circolare destinata alle università cinesi? E gli attivisti interrogati credono davvero a questo modello? È difficile dirlo, anche perché evidentemente non godono di grande libertà di parola. Lo stesso articolo di Global Times suona come un campanello di allarme per chi volesse uscire fuori dalle righe, nel momento in cui riporta le parole dell’attivista queer Ripley: “Bisogna fare attenzione a quello che si può fare e a quello che non si può fare, a quello che si può dire e a quello che non si può dire sulla scena mondiale: occorre prudenza per non far arrabbiare il governo, che si preoccupa della propria reputazione internazionale”.

E se qualcuno fosse scettico sulla possibilità che il Partito Comunista Cinese operi al tempo stesso per più diritti e più repressione, più libertà e più censura, occorre forse ricordare come certe incoerenze concettuali lascino indifferente il pragmatismo di Pechino: anche se Twitter è censurato in Cina, la Zhongguo Gongchanzhuyi Qingniantuan (Lega della Gioventù Comunista Cinese) ha aperto un account sul social network come strumento di lotta culturale all’estero, per accrescere l’influenza del Partito nel mondo.

Facciamo autocritica?

Insomma, in futuro il movimento LGBTQIA occidentale potrebbe confrontarsi in Asia e in Africa da una parte con le solite grandi e iperattive reti omofobe mondiali, promosse con valanghe di soldi dalle chiese evangeliche statunitensi e con vagonate di ideologia dal governo russo, di fronte alle quali pecchiamo di indifferenza e di inazione; e dall’altra anche con un movimento cinese che potrebbe svilupparsi come uno strumento del governo di Pechino con finalità ben lontane da quelle che generalmente attribuiamo a un “movimento di liberazione”. Per questo servirebbe un profondo esame di coscienza: se Global Times ci prospetta un’azione opaca e invasiva, la nostra finora è sempre stata esente da critiche?

John, del Beijing Tongzhi Zhongxin (Centro gay di Pechino), parla di attivisti occidentali arroganti, che trattano il “sud del mondo” con aria di superiorità e che hanno un approccio superficiale e indifferente alle conseguenze negative che potrebbero produrre. E Ah Qiang aggiunge: “Alcune organizzazioni occidentali ci danno soldi e vogliono controllare la nostra agenda, ma sono del tutto inconsapevoli delle situazioni reali che ci sono in Cina“. Se è vero che le prospettive suggerite da Global Times non sono affatto migliori, sono comunque un’occasione per capire come relazionarci meglio con le associazioni del resto del mondo, in modo più costruttivo e più rispettoso.

Potremmo imparare un nuovo modo di porci, agendo al fianco degli attivisti degli altri paesi e non al loro posto. Potremmo imparare a non dirgli e a non imporgli cosa fare e cosa pensare, ma ad ascoltarli e a costruire progetti davvero insieme. E potremmo anche imparare a essere davvero democratici, trattando gli altri da pari a pari, capendo che non si costruisce libertà senza distruggere povertà, smettendo di appoggiare regimi autoritari per simpatie ideologiche assurde. In questo modo daremmo una mano al movimento nel resto del mondo e miglioreremmo anche noi stessi.

Pier
©2018 Il Grande Colibrì

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