Storia di un detenuto. I – Il giorno del mio arresto

Tutti e tre erano presi dal panico, persi nei loro pensieri. Sù (il soprannome del tunisino) con una mano teneva stretta a sé Maria (nome di fantasia della sua ragazza). Le diceva: “Stai tranquilla amo’, tu non c’entri, lo dirò a tutti che tu eri là perché semplicemente volevi essere accompagnata a casa di amici“. Voltandosi verso di me ha continuato: “Vero Azhar? Dirai anche te così?“. Ma lo tradivano le sue mani che la accarezzavano mormorando: “Devi preoccuparti amo’, ormai siamo in caserma, ammanettati, e chissà come andrà a finire… Qui non conterebbe nemmeno Dio in persona“.

Pino, che guidava la macchina quando sono stati arrestati loro tre, stava in piedi affacciato dalla finestra spalancata sul verde del Pianoro. Con una mano tremante che teneva in tasca e l’altra che si accertava che il posto ove ci trovavamo, ovvero egli si trovava, non era un’illusione. Toccando le sbarre arrugginite ormai, muovendo la finestra avanti e indietro, diceva a bassa voce, come se fosse impazzito: “Io no, io no, non lo voglio, non c’andrò, io… non lo so“.

Era magro, più alto di me, spalle strette, braccia e piedi depilati, capelli corti. La sua faccia era pallida come un cadavere. Per consolarlo, dato che aspettavamo ormai da più di due ore in quella stanza bianca, con le telecamere fissate negli angoli vicino al soffitto e sopra la porta chiusa a chiave, mi ero avvicinato a lui abbracciandolo, tenendo la sua testa ferma sulla mia spalla sinistra, dicendogli: “Pino, andrà tutto bene, ora ti fanno chiamare qualcuno e come prima persona dovresti chiamare l’avvocato, ce l’avete vero?“. Annuendo con la testa mi ha risposto di sì .

Dopo un silenzio di qualche secondo, in cui di Sù e Maria si sentiva solo un respiro veloce come se mancasse l’ossigeno, ho detto a voce alta, guardando il grande specchio sul muro dietro di loro: “Adesso ci fanno parlare, e poi ci lasceranno andar a casa, è solo una questione di tempo!“. Dentro di me, durante quelle ore del pomeriggio del 5 maggio, non provavo assolutamente niente. Nessuna emozione, né paura, né angoscia, nemmeno la fame sentivo, l’unico mio pensiero era quello di poter chiamare il mio compagno e dirgli dove mi trovavo, sapevo che mi avrebbe chiamato sul cellulare, che m’avevano sequestrato, alle otto di sera, come ha sempre fatto negli ultimi sette mesi e una settimana. Ero fermamente convinto che tutto si sarebbe concluso entro il giorno successivo, ero sicuro di tornare a casa dopo poche ore. Non sapevo che la mia vita avrebbe potuto cambiare retta, più di quanto non fosse già accaduto negli ultimi 18 mesi in Italia.

Poche ore prima che venissimo ammanettati, tutti e quattro, e portati in caserma, mi ero alzato dal letto, lasciando un biglietto sdolcinato a Nico, sul quale avevo scritto che non vedevo l’ora di rivederlo quella sera. Verso le 14:00 ero tornato a casa mia per prepararmi ad andare in facoltà, mi ero messo sul mio letto a controllare la posta elettronica, ascoltando la radio con le cuffiette. Ricevetti una chiamata dal mio compagno che mi proponeva di prendere un caffè al bar sotto casa sua, ma rifiutai e gli chiesi di cenare fuori e lo salutai dicendo, come sempre: “Ricorda che ti amo io di più“. Dieci minuti dopo, un mio coinquilino mi chiese di accompagnarlo al lavoro: da lì sarei poi andato a lezione, ma faceva caldo e non mi andava di uscire, allora rifiutai ancora. Restai a casa da solo a giocare sul mio PC, ascoltando la musica.

Meno di un’ora dopo, alle 15:30 circa, vidi entrare in camera mia un poliziotto in divisa, con la pistola in mano che mi mirava. Tra il volume alto della musica nelle mie orecchie e l’atmosfera del gioco strategico a cui stavo giocando, non mi resi conto di ciò che stava accadendo. Mi tolsi le cuffie e mi alzai dal letto tirandomene fuori con calma. Il poliziotto di fronte a me era seguito da altri tre colleghi suoi, tutti armati. Con la pistola sempre in mano mi gridavano contro: “Dicci dov’è e ti salverai il culo“, “Alza le mani e girati verso il muro“. Intanto quello più vicino a me mi chiedeva se avevo i documenti, e io: “Sì, certo, sono nello zaino nero accanto al letto, nella tasca laterale, ho il passaporto e la ricevuta del permesso di soggiorno“. Dallo stupore non mi azzardai ad aprir bocca e chiedere, perché non capivo cosa cercassero.

Dopo avermi messo le manette e avermi fatto sedere sul letto rovesciato, come il resto della camera, entrò il maresciallo con tante stelle sulle spalle e il walkie talkie in mano. Mi urlò in faccia: “Guarda che, se non ce lo dici, la troveremo e dirò al pm e al gip – che non sapevo chi fossero – che non hai collaborato, e guarda che i tuoi amichetti li abbiamo beccati tutti“. Poi uscì di nuovo dalla stanza e tornò con due grossi cani. Avendo sempre avuto paura dei cani, mi sembrava strano che non provavo niente, che non mi allontanavo dai loro nasi umidi e dalle loro bocche aperte che sbavavano dappertutto. Capii di essere sotto shock, ma non ebbi il tempo di pensare a me che hanno fatto entrare Sù con le mani dietro la schiena, con la faccia ingiallita nonostante lui sia un po’ scuro di pelle. Era lì seduto sull’altro letto, non alzava lo sguardo, sembrava contare le mattonelle sul pavimento.

Gli rivolsi per primo la parola in arabo: “Che succede? C’è qualcosa in casa?“. Mi rispose con la testa abbassata: “Azhar, mi dispiace. Non dire niente…” Interrompendoci, gridò il maresciallo : “Zitti!“. Lasciai che i poliziotti si girassero un attimo e colsi l’occasione per dire a Sù che non avrei aperto bocca, ma fu sconvolto subito dall’urlo di rivincita e felicità che si sentì dalla cucina, dall’altro lato dell’appartamento: “Eccolaaa, ve l’ho detto che non servono più i cani“. Un attimo dopo aver udito gli applausi, uno dei poliziotti venne con un sacchetto marrone in mano, con dentro due blocchetti che mi parevano marmo, dicendoci: “Non avete collaborato, affrontate mo’ le conseguenze“. Mi girai verso Sù chiedendogli di spiegarmi cosa ci fosse dentro il sacchetto, ma non ebbe il coraggio di nominarla e mi disse in arabo: “Wach naamel? [Cosa faccio?] Mi dispiace tanto“.

Era quasi un chilogrammo di eroina. Dentro casa nostra. Eravamo tutti studenti universitari. Ma nessuno sapeva di ciò che Sù ci teneva nascosto in cucina. O almeno io non lo sapevo.

Tra l’eccitazione delle guardie di finanza, davanti a tutti gli abitanti del vicinato, fummo portati in quattro automobili separate, fino in caserma, dove avrei passato la sera…

Azhar
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II parte: La camera di sicurezza

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