Storia di un detenuto. II – La camera di sicurezza

Storia di un detenuto:
I parte: Il giorno del mio arresto

C’erano rimaste tre sigarette da condividere durante l’attesa che qualcuno dei poliziotti si facesse vivo. Il tempo si era rallentato e i minuti non contavano più di fronte alle smisurate ore che trascorrevano facendo esplodere e manifestare l’impazienza e la paura di Maria, che svenne cadendo dalla sedia dove stava seduta accanto a Sù. Subito dopo, la portarono fuori richiudendo nuovamente la porta della stanza, dove aspettammo con ansia sue notizie.

D’altronde, il nostro arresto, lo svenimento di Maria e il silenzio delle forze dell’ordine non mi sconvolsero minimamente e mi sentivo illogicamente calmo, forse perché convinto di non sapere niente del chilo di droga trovato nella nostra abitazione, prima o poi mi avrebbero dovuto rimandare a casa. Credevo che avrebbero liberato anche Maria perché, anche se sapeva ciò che faceva il suo ragazzo e se si faceva fornire le dosi giornaliere di eroina da lui, non c’entrava veramente nulla con quello che svolgeva Sù. Alcuni dei nostri amici magrebini, che non furono mai arrestati, sapevano che Sù gestiva quest’attività illecita da almeno tre anni, e che io e un nostro coinquilino, negli ultimi due mesi, gli davamo una mano nelle consegne alla cinquantina di suoi clienti, ma mai abbiamo partecipato alle compravendite tra lui e i trafficanti delle sostanze stupefacenti, anzi, Sù preferiva essere accompagnato da Pino per il semplice motivo che era “il suo autista”.

Maria aveva ventisei anni, veniva da Roma da una famiglia di medici e avvocati. Faceva infermieristica al secondo anno a Bologna, una ragazza davvero in gamba, audace e intelligente. Adorava le gare di cavalli, ma da quando si era rotta una spalla, da piccola, scivolando da sopra un cavallo, si era limitata solo ad amarli a distanza. Era così magra che le ossa dei polsi ed i gomiti si vedevano da sotto la pelle. Aveva i capelli neri, corti, e qualche tatuaggio in fondo alla schiena, più uno a forma di serpente sul piede destro. La sua voce era consumata da quanto fumava. Mi ricordo che chiacchieravamo tanto sulle coppie miste e i rapporti tra persone di diverse culture, sui cibi etnici e altri discorsi vari. Quando la conobbi, a febbraio, tre mesi prima del nostro arresto, stava con Sù da quasi quattro mesi, l’aveva conosciuto in una festa di laurea di una dei suoi clienti, e da quel giorno cominciarono a frequentarsi malgrado lei sapesse che Sù fosse impegnato con un’altra.

Pino, al contrario di tutti noi, era l’unico che non frequentava nessuna scuola, liceo o università. Aveva 19 anni e s’intossicava come Maria da almeno due anni. Mi fece pena quando scoprii che sua madre li aveva abbandonati a tenera età per scappare con un altro. Il papà mancava da casa per lavoro e la nonna, che era la proprietaria di casa dove alloggiavano, faceva da mamma a lui e sua sorella e li aiutava economicamente. Ho saputo inoltre che fu lei a comprargli la macchina, un’Opel Corsa, per potersi trovare un lavoro come autista o consegna merce. Insomma, Pino, da quel che mi raccontava di sé, ha sempre scelto le strade facili, i soldi veloci.

Fu arrestato una volta quand’era minorenne, per una quantità rilevante di hashish, in Germania. Prima di conoscere Sù spacciava ketamina e ogni tanto metadone. Tramite un suo amico, che era anche un cliente di Sù, gli s’era avvicinato, offrendo la sua macchina come mezzo di trasporto, rendendosi disponibile ad accompagnarlo negli spostamenti che faceva per consegnare le dosi a tutti i clienti; in compenso riceveva qualche grammo di eroina alla fine della giornata, che durava dalle 13:30 alle 18:00. A Pasqua di quell’anno, m’aveva invitato a pranzo a casa sua e lì ho conosciuto i membri della sua famiglia. Ero là come suo collega di lavoro, magazziniere in un supermercato. Mi ricordo che mi trattarono come un figlio, soprattutto la nonna che mi preparò il pollo al forno perché pensava che non mangiassi maiale essendo arabo…

Sù, invece, aveva venticinque anni. Pelato, magro, dalla pelle notevolmente scura, si vestiva da gangster con il cappotto stretto sopra la maglietta super colorata, larga, spesso coi pantaloni da tuta e  le scarpe AirMax. Era buffo vederlo camminare perché pompava e quasi saltava fra un passo e l’altro. Parlava poco e sorrideva spesso. Da quello che mi raccontarono i suoi amici, cioè i due nostri coinquilini tunisini, aveva sofferto tanto a Tunisi. Mi raccontarono che era di famiglia numerosa e povera, che il loro quartiere, dove abitavano, era uno dei più miserabili posti in tutta la capitale. Nel 2006, quando entrò in Italia per studio, cercò per mesi un lavoro decente, ma per la mancanza della lingua si trovò a fare volantinaggio per una decina di euro a giornata, che bastavano appena a pagarsi la locazione, e fu così che decise di giocarsi la propria libertà pur di sopravvivere, pur di mantenersi e dar una mano alla sua famiglia che sempre aveva contato su di lui.

Iniziò con qualche grammo di hashish o kif al giorno, procurandosi qualche cliente giornaliero, ma capì che ce ne voleva di più di quel che stava facendo perché c’erano le tasse universitarie da pagare, l’affitto, le bollette e le spese personali. E come se non bastasse doveva anche assicurarsi i biglietti di andata e ritorno a fine anno e qualche soldino in più per i regali ai suoi fratelli. Continuò a lavorare in un ristorante di sera come lavapiatti, e di giorno spacciava nella zona universitaria. Le spese aumentavano quando iniziò a spedire, ogni mese, un centinaio di euro giù, tramite Western Union, così evitava che i trasferimenti del denaro venissero rintracciati. Dopo aver accumulato un po’ di soldi da parte, decise di trasferirsi, insieme ad altri studenti universitari compaesani suoi, in un appartamento di quattro posti letto. Avendo un luogo sicuro e insospettabile, decise di buttarsi in un traffico di droga più pesante ma più redditizio.

Durante il suo secondo anno, aveva smesso di frequentare le lezioni e si concentrò solo sui guadagni elevati che raggiungeva giorno dopo l’altro, prese casa con ragazzi appena arrivati dalla Tunisia, sempre per studio, e si trovò un fornitore di droga. In poco tempo riuscì a procurarsi una ventina di clienti che gli facevano intascare quasi il triplo della somma che pagava per la quantità di eroina precedentemente acquistata, fino ad arrivare a distribuirne un chilogrammo ogni quindici giorni.

Sù era un bravo ragazzo, comprensivo e generoso, regalava i biglietti aerei a tanti studenti tunisini che non se lo potevano permettere, a volte pagava anche gli affitti di alcuni le cui condizioni li mettevano in situazioni difficilissime fino a lasciare casa e trovarsi a dormire sotto i ponti. Sù me lo voglio ricordare così; ci tiene agli amici, aiuta tutti quando può, ama la sua terra, ma la sofferenza, purtroppo, gli ha chiuso gli occhi su ciò che è giusto e sbagliato. Nonostante tutto quello che è accaduto dopo quel giorno, gli sono ancora riconoscente per quello che ha fatto per me nei tre mesi in cui l’ho conosciuto, fino a quando ci trovammo in caserma, a lasciare le nostre impronte sui fascicoloni e fummo marchiati per sempre.

Mi ricordo l’ultima frase che mi disse prima che ci mandassero separatamente nelle stanze buie del sotterraneo della caserma, dove ci hanno fatto dormire metà di quella notte: “Azhar, non preoccuparti, prenderò tutta la colpa visto che hanno beccato me con le ‘palline’ in mano, stai tranquillo che non ti toccheranno!“.

Prima di rinchiudermi dentro la camera nel sotterraneo, mi chiesero di mettere lacci delle scarpe, anelli, braccialetti e cintura tutto in una busta gialla, dove avevano messo anche i miei documenti più i 2,30 euro che avevo nel portafoglio. Nell’attimo in cui la porta blindata della stanza si apriva, mentre entravo, ho visto che il letto era un blocco di cemento sul quale avevano buttato due coperte grigie. Odorai una forte ondata di umido, la stanza era completamente priva di finestre o lampade ed ho solo intravisto qualche nome arabo inciso sul muro dove batteva la luce del corridoio. Poi – strack strack! – la porta era chiusa e non vedevo più nulla. Stranamente, invece di pensare a una soluzione o almeno al problema stesso, l’unico pensiero che mi tormentava era se avevo il tempo sufficiente per masturbarmi, così l’avrei raccontato il giorno dopo a Nico e ai nostri amici e ci saremmo fatti quattro risate…

E lo feci, pensando al poliziotto che mi aveva scattato le foto d’identificazione. Mi ha chiesto il motivo per il quale indossavo la maglietta che avevo addosso con la scritta “Sotto la panza la mazza avanza”. Gli risposi con semplicità e senza scrupoli: “Perché è vero!“. Girando senza sosta le pagine del mio fascicolo disse con un tono sarcastico: “Davvero? Ma non possiamo controllarlo… Torna dai tuoi amici, vai vai“. Era un uomo molto attraente, ed ero ancora incosciente della situazione delicata in cui mi trovavo. Non immaginavo neanche lontanamente che ci avrebbero portati in carcere quella sera stessa.

E invece, nella notte fonda del 6 maggio, fummo ammanettati di nuovo e scortati fino alla casa circondariale di Bologna “La Dozza“, ma questa volta eravamo solo in tre: Sù, Maria ed io.

Azhar
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III parte: L’arrivo alla Dozza

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