Ecco il concorso che premia i video contro gay e trans

l'attivista transgender malese nisha ayub
L'attivista trans Nisha Ayub nella sede della sua ONG

Dammi un’idea su come prevenire l’omosessualità e riceverai un premio in denaro… Impensabile, vero? Non in Malesia, dove le autorità sanitarie hanno lanciato un concorso allo scopo di trovare soluzioni per l’omosessualità e la transessualità. Sul sito web del ministero della salute malese si invitano i cittadini ad elaborare dei video in cui venga spiegato come poter prevenire e controllare l’omosessualità e la disforia di genere, informando anche sulle conseguenze dell’essere una persona LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali e asessuali). Il concorso durerà fino al 31 agosto e ai vincitori saranno assegnati premi in denaro da mille a 4mila ringgit (circa da 210 a 430 euro) [New Now Next].

Già all’inizio dell’anno si era capita l’indisponibilità ad avvicinarsi alla comunità LGBTQIA del governo malese, che a febbraio ha rilasciato un video sulle cure e teorie riparative per l’omosessualità [Il Grande Colibrì]. Ma sono anni ormai che le istituzioni fanno di tutto per divulgare il messaggio che essere LGBTQIA sarebbe una malattia.

Nel 2011, per esempio, lo stato del Terengganu ha persino dato vita a un campo per ragazzi “effeminati” affinché gli venisse insegnato come diventare veri uomini. E nel 2012 il governo federale ha organizzato seminari con insegnanti e genitori affinché imparassero ad individuare nei figli comportamenti omosessuali. Secondo le loro istruzioni, i segnali di allarme per un ragazzo gay sarebbero certe preferenze per camicie strette, scollo a V e grandi borse, mentre per le ragazze voler uscire e dormire in compagnia di altre donne [Il Grande Colibrì].

Come scoprire i bimbi gay secondo il governo malese

La transfobia delle istituzioni religiose

A dare manforte al governo, anche il Jabatan Agama Islam Selangor (Dipartimento religioso islamico del Selangor; JAIS), che dall’inizio dell’anno esorta in continuazione tutti, dalla società intera alle famiglie, a far tornare sulla retta via le persone transgender e chiede la cooperazione dei parenti, delle comunità e di varie organizzazioni non governative per fornire supporto e creare programmi di recupero.

Il JAIS lancia l’allarme per la diffusione di questi “gruppi di persone” che pretendono di formare associazioni, si mobilitano per giustificare tramite la legge le loro azioni e, alla stregua delle “persone normali”, combattono per avere diritti come il matrimonio. Il Dipartimento si dice molto preoccupato perché nessuno li ferma. D’altra parte, la maggioranza musulmana in Malesia è fortemente contraria a questo aumento delle attività della comunità LGBTQIA, ritenendolo un attacco all’islam [Il Grande Colibrì].

La lotta delle trans in Malesia contro la violenza

L’omosessualità in Malesia è punita fino a 20 anni di carcere ed è assolutamente proibito essere transgender. Ma questo evidentemente ad alcune istituzioni politiche e religiose non basta: per questo l’attivista Nisha Ayub, donna trans di grandissima forza e coraggio che per la sua identità di genere in passato è stata arrestata e ha subito violenze terribili, si dimostra scioccata da questa ennesima pallottola infuocata che il suo governo lancia nei confronti delle minoranze sessuali [Malaysiakini].

Trans in carcere, tra violenze e stupri

Nisha Ayub ha vissuto l’ignobile violenza che tutte le donne transessuali subiscono in prigione, e che oggi torna a essere denunciata: conseguentemente al fatto che essere transessuali è illegale, la decisione su dove inserirli viene presa seguendo il sesso attestato alla nascita e le trans MtF (dal maschile al femminile) finiscono nelle carceri maschili, dove vengono violentate, maltrattate, discriminate. E a ben pochi interessa cosa sei davvero e quello che puoi subire una volta dietro le sbarre.

Ora però la Suruhanjaya Hak Asasi Manusia Malaysia (Commissione per i diritti umani della Malesia; Suhakam) chiede protezione attraverso leggi che assicurino i diritti e la dignità delle persone transgender, creando una procedura operativa standard per il trattamento dei prigionieri transessuali. Suhakam vorrebbe elaborare un quadro politico che si occupi della collocazione e della vita delle persone trans in prigione: un team di psicologi, guardie penitenziarie e operatori sanitari formati appositamente, che possano garantire trattamenti equi e rispetto [Gay Star News].

 

Ginevra
©2017 Il Grande Colibrì

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