“Curare i gay?” a cura di Rigliano, Ciliberto e Ferrari

Trasformare un omosessuale in eterosessuale è il sogno di tante persone, ormai stufe di essere discriminate o mai stufe di discriminare, e la promessa delle cosiddette terapie riparative, quell’insieme di pratiche pseudo-mediche, tanto amate da alcuni gruppi cristiani, che pretendono di cambiare a piacimento l’orientamento sessuale di una persona. Nonostante la crudeltà del fine e l’incosistenza del mezzo (se non bastano le conclusioni scientifiche, ecco i racconti di ex-gay che, dopo aver proclamato la propria conversione sessuale, si lanciano in roccambolesche fughe d’amore, trasformandosi in ex-ex-gay…), queste “cure” continuano ad avere proseliti e a macinare vittime, ormai non solo in Occidente (le terapie riparative negli ultimi anni sono sbarcate anche nei paesi arabi, come ha dimostrato tra l’altro un recente video: Il grande colibrì).

E’ per questo che il libro “Curare i gay? Oltre l’ideologia riparativa” (Cortina Raffaello, 266 pp., 24 euro) a cura di Paolo Rigliano (psichiatra, psicoterapeuta e sessuologo), Jimmy Ciliberto (psicologo e psicoterapeuta sistemico relazionale) e Federico Ferrari (psicologo psicoterapeuta) riveste un’innegabile importanza grazie alla sua analisi dettagliata delle terapie riparative, dei loro rischi e della loro inconsistenza scientifica. Abbiamo intervistato i tre autori.


E’ possibile individuare una sorta di “paziente modello” che si rivolge a questi pseudo-psichiatri?





J.C. Viviamo in una società caratterizzata da una visione generale che non prevede l’omosessualità come desiderio ugualmente positivo di quello eterosessuale, e profondamente influenzata dalle posizioni delle gerarchie vaticane. Possiamo quindi affermare che ogni adolescente che si trovi a dover affrontare l’emergere di un desiderio omosessuale, insieme a tutte le persone omosessuali cristiane in cerca di una cornice di senso tra questa parte fondamentale di sé e la propria fede, rappresentano il target principale di coloro che, “sfruttando” la scarse conoscenze diffuse, millantano la possibilità di cambiare l’orientamento.

E, in base alla vostra esperienza, sono molte queste persone che credono nell’efficacia di queste screditatissime terapie?

J.C. E’ difficile affermare con certezza quante siano le persone che credono davvero nella possibilità di cambiare l’orientamento omosessuale in eterosessuale. Dobbiamo tener presente che uno dei pregiudizi assai radicati è quello di chi, anche tra i professionisti della salute mentale, e magari rifiutando una definizione dell’omosessualità come patologia, sposa l’idea che si possa comunque provare a cambiare l’orientamento sessuale, se il paziente lo chiede.

Beh, la difficoltà di convivere con la propria omosessualità in una società intollerante può rendere persino comprensibile la richiesta, da parte di qualcuno, di “essere convertito” all’eterosessualità… Un bravo psicoterapeuta come può aiutare un paziente che gli manifesti questo desiderio?

J.C. E’ fondamentale che il terapeuta e il paziente esplorino insieme le dinamiche che hanno contribuito a creare nella persona l’idea che il proprio desiderio sia sbagliato e/o inconciliabile con i propri valori. Tale esplorazione sarà di primaria importanza, da una parte, per il riconoscimento del proprio desiderio come parte fondativa della persona e, dall’altra, per aiutare quest’ultima a trovare modalità e narrazioni che le permettano di vivere questa parte di sé all’interno di una cornice di senso che tenga conto delle sue caratteristiche personologiche, relazionali e culturali.

Se possiamo capire l’omosessuale in difficoltà ad accettare la propria omosessualità, possiamo anche capire le difficoltà di amici e parenti: quale suggerimento vi sentite di dare a chi si trovi ad affrontare il coming out di un proprio caro?

P.R. Proprio a partire dal dialogo che si deve saper innescare con i propri figli, è bene che i genitori li comprendano e che si mettano nella disposizione d’animo di rivedere i propri pregiudizi e di abbandonare l’universo mentale omonegativo e invalidante che (spesso) i genitori possono nutrire. Questo accoglimento deve vederli soggetti attivi e partecipi, sempre più autoconsapevoli delle proprie resistenze e delle assunzioni indebite e false, e questo proprio a partire dall’esperienza dei figli e dal rapporto evolutivo con loro.

Circolarmente, l’acquisizione di una visione plurale e nello stesso tempo eticamente forte, responsabilizzante e di partecipazione li rende protagonisti di una relazione di riconoscimento e di validazione dei propri figli, la qual cosa è la migliore garanzia di una evoluzione positiva per tutti e di un rapporto “di cura” profondo e supportivo.

Parte del vostro libro è dedicata anche al rapporto con la fede. Un noto intellettuale gay come Giovanni Dall’Orto, proprio su Il grande colibrì, ha recentemente invocato il rifiuto di tutte le religioni come “legittima difesa”…

F.F. Mi sembra che l’analisi di Giovanni Dall’Orto abbracci un livello di tipo più socio-politico: i gay da una parte, le religioni dall’altra come raggruppamenti sociali più o meno in contrapposizione. La nostra riflessione, invece, si concentra sul percorso dei tanti singoli individui che cercano di dare un senso alla propria fede in quanto la sentono parte della propria identità.

Secondo voi è importante, da un punto di vista psicoterautico, puntare ad una conciliazione tra la propria omosessualità e la propria religione, anche qualora i vertici ecclesiastici diffondano messaggi profondamente omofobici?

F.F. La posizione del terapeuta non è certo quella di spingere il paziente a rompere con le sue appartenenze, il suo credo, e l’orizzonte di senso che gli è appartenuto fino a quel momento, il che, per altro, rappresenterebbe certamente una sua possibile scelta del tutto lecita. Piuttosto la nostra proposta è di alimentare un’accettazione di sé tanto profonda e integrale da permettere alla persona di dialogare con la propria chiesa e di non subire giudizi pregiudiziali da parte di alcuni suoi interpreti.

Nelle diverse diverse culture del mondo, esistono tanti modi diversi per descrivere l’affettività e la sessualità tra persone dello stesso sesso…

F.F. Sì, è vero. Questo livello della descrizione è fluido e variabile, e dipende in massima parte dal contesto culturale e dalla storia personale e relazionale. Ciò che però viene descritto, cioè l’insieme di desideri e di immagini d’amore possibili per ciascuno, in altre parole l’esistenza di orientamenti sessuali definiti, è un fatto transculturale e profondamente umano.

La cultura “gay” occidentale sta però prevalendo, con la forza dei suoi modelli identitari che sembrano solidi, molto codificati, ben strutturati. Nel campo della sessualità, quanto è importante per l’individuo potersi confrontare con un modello identitario così forte? E quanto invece può risultare limitante per la libera espressione di sé?

F.F. La cultura gay occidentale non è l’unica possibile e non è sempre possibile, ma ha certamente la forza di offrire una molteplicità di identità positive e autoaffermative alla minoranza definita dal fatto di essere omosessuale (che tende ad essere discriminata in modo transculturale). Dopodiché, ogni identità quando non viene messa in discussione, ma appiccicata acriticamente, rischia di diventare una maschera rigida e inespressiva.

 

Pier
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