Dalla Serbia al Cile: ombre e luci sui Pride nel mondo

corteo del Pride di Belgrado in Serbia nel 2010
Il corteo del Pride 2010 nella capitale serba Belgrado

Non possono essere i briganti a determinare chi possa o non possa manifestare per le strade di Belgrado: la constatazione di Aleksandar Vučić, vicepremier e ministro della difesa serbo, potrebbe sembrare scontata, ma quando si parla di Gay Pride nel paese ortodosso non lo è affatto. L’anno scorso la polizia ha annullato all’ultimo momento la manifestazione per i diritti delle persone LGBTQ* per ragioni di ordine pubblico [Il Grande Colibrì], dal momento che nel 2010 gli ultraortodossi avevano scatenato scontri con decine di feriti e oltre cento arresti. Le parole di Vučić, però, quest’anno avevano fatto ben sperare: Goran Miletić, un organizzatore della parata prevista per sabato prossimo, si era detto convinto che le forze dell’ordine avrebbero fatto il loro dovere: garantire il diritto a manifestare e impedire disordini [B92 via Wayback Machine].

Illuso. Proprio il giorno dopo il primo ministro Ivica Dačić ha spiegato che il livello di allarme è molto alto e dunque chissà se il Pride verrà autorizzato. Il premier comunque se ne lava le mani: la decisione non spetta al governo, ma al ministero dell’Interno. Spiegazione già di per sé poco sensata, ma che diventa totalmente assurda se di considera un dettaglio: Dačić è anche ministro dell’Interno ad interim. Insomma, fa lo scaricabarile su se stesso… In un crescendo di farneticazioni, il politico serbo attribuisce la responsabilità delle violenze in egual misura su chi le minaccia (i picchiatori integralisti) e su chi rischia di subirle (gay e lesbiche) ed evoca un parallelo discutibile: gli ortodossi si scatenano contro l’omosessualità che offende Gesù esattamente come i salafiti si sono scatenati contro il film blasfemo su Maometto [B92 via Wayback Machine].

Di fronte all’insensatezza delle parole del primo ministro, sbiadisce persino la stravagante alleanza per proteggere la sfilata dell’orgoglio omosessuale che unisce un attivista gay e un gangster nell’ultima commedia drammatica del regista Srđan Dragojević, “La parata”. Il film, ispirato dalle violenze avvenute durante il Pride del 2010, ha vinto proprio in questi giorni il Delfino d’Oro, il primo premio del Festróia Festival, il concorso cinematografico più prestigioso del Portogallo [RTP]. L’opera testimonia come la questione della manifestazione, dei diritti democratici calpestati nell’impedirla e del trionfo degli estremisti religiosi sia una ferita aperta per tutti i serbi democratici.

Ma il simbolo dell’omofobia galoppante nell’est europeo non è certo Belgrado, ma San Pietroburgo, la città russa in cui il Gay Pride è stato vietato per i prossimi cento anni. Ma anche la città russa da 45 anni gemellata con Milano. E così Certi Diritti, l’unica associazione italiana che sembra essersi accorta del drammatico voto voluto proprio dalla Russia all’ONU in cui i diritti universali vengono relativizzati in nome dei valori tradizionali [Il Grande Colibrì], ha lanciato una campagna per sospendere questo umiliante gemellaggio, appoggiando una mozione dei Radicali che da sei mesi il Consiglio comunale rifiuta di discutere [via Wayback Machine].

Per consolarci ci tocca volgere lo sguardo lontano dall’Europa e andare a Santiago, in Cile: la quattordicesima edizione della Marcia per la diversità sessuale, con i suoi 20mila partecipanti (8mila secondo la polizia), è stata la manifestazione più grande del movimento LGBTQ* cileno. Le associazioni omosessuali e transessuali puntano ora al matrimonio tra persone dello stesso sesso e al diritto ad adottare [Emol], dopo aver ottenuto un’importante legge contro l’omofobia, approvata sull’onda emotiva suscitata dalla tragica uccisione del giovane Daniel Zamudio [Il Grande Colibrì]. E cinque transessuali, anche loro vittime dell’odio omo-transfobico, sono state ricordate durante il Gay Pride di Montevideo, la capitale dell’Uruguay [Terra].

E intanto in Brasile, nello stato di São Paulo, si è celebrata la Giornata delle unioni civili: ne sono state sottoscritte 47 contemporaneamente, con il patrocinio del governo regionale e l’intervento di alcuni esponenti religiosi. Lo scopo dell’iniziativa, più che celebrare le unioni registrate dello stesso sesso, è stato quello di premere per approvare la convertibilità di questi contratti in veri e propri matrimoni civili, argomento attualmente al centro di una controversia giudiziaria [Terra].

 

Pier
©2012 Il Grande Colibrì
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