Legge contro l’omofobia: il Giappone come l’Italia? Tra ostruzionismo e supporto della società civile e religiosa, i parallelismi tra i due paesi sono tanti: anche nello stato asiatico si sta discutendo una proposta di legge contro le discriminazioni. Dopo che la Corte suprema del Giappone ha decretato che è incostituzionale vietare il matrimonio egualitario, a scuotere ora le coscienze del paese del Sol Levante è la discussione sul disegno di legge per l’uguaglianza LGBT. La riforma introdurrebbe una protezione contro la discriminazione basata sull’orientamento sessuale o l’identità di genere.
Destra ostruzionista
A minare l’iter della legge è il partito conservatore al governo, lo Jiyu-Minshuto (Partito Liberal Democratico; LDP), che, dopo aver dichiarato di voler approvare la legge per fine giugno, ne ha poi proposto una versione depotenziata che mirerebbe esclusivamente a “promuovere la comprensione delle persone LGBT“.
Come se ciò non bastasse, qualche settimana fa Koji Shigeuchi, consigliere del comitato LDP per lo studio dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, ha tenuto una conferenza in cui ha espresso pesanti pregiudizi sulle persone trans: “Non c’è alcuna esigenza di sottoporsi a una terapia ormonale coperta da assicurazione perché si è fondamentalmente sani. Bisogna vivere nel corpo in cui si è nati”. A rincarare la dose ci ha pensato pochi giorni dopo Kazuo Yana, un altro esponente dell’LDP, dichiarando che “le persone LGBT sono contro la preservazione della specie umana“.
La società protesta
La società civile giapponese non ha tardato a far sentire la propria voce. “Per proteggere la vita e il sostentamento delle minoranze sessuali, l’adozione di una legge LGBT che affermi che la discriminazione non è tollerata è un primo passo indispensabile” ha dichiarato Kane Doi, direttrice giapponese del gruppo Human Rights Watch, che ha sede a New York.
Il 30 maggio alcuni gruppi LGBTQIA+ (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) hanno organizzato picchetti davanti alla sede dell’LDP per protestare contro il pressante ostruzionismo del partito. “Il Giappone è molto indietro rispetto agli standard internazionali” ha affermato Yuri Igarashi, co-presidente dell’LGBT-ho Rengo-kai (Associazione per una legge LGBT), che però ha anche aggiunto che la sensibilità nei confronti della comunità LGBTQIA+ da parte delle aziende nipponiche è in aumento. L’esempio calzante è quello di Panasonic, appena diventata la ventitreesima azienda del paese del Sol Levante a impegnarsi per la causa.
L’appoggio buddista
In queste acque agitate, che paiono sempre più uno tsunami, si è inserita anche la voce dei buddisti. La Federazione buddista giapponese ha pubblicato sul suo sito un adesivo rainbow da apporre in tutti i luoghi di culto inclusivi. Il logo a tinte arcobaleno è stato realizzato da Kodo Nishimura, già al centro delle polemiche perché svolge sia la professione di monaco che di make-up artist, e da Sergio García, designer creativo Barcelona.
In un passaggio del comunicato si legge: “La Federazione desidera informare il mondo intero che il buddhismo promuove l’uguaglianza indipendentemente dalle differenze. Continueremo a sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso pubblicazioni informative e seminari. Per tutte le altre organizzazioni e individui che desiderano esporre l’adesivo arcobaleno, siamo lietə di distribuirlo per celebrare l’inclusività“.
La discussione sulla legge sull’uguaglianza LGBT in Giappone è molto simile a quella del DDL Zan in Italia, ma con una rilevante differenza: il sostegno di una parte importante del mondo religioso nazionale. Se nel paese del Sol Levante abbiamo un sostegno concreto dalla comunità buddista, in Italia il silenzio delle organizzazioni religiose più rappresentative sull’omobitransfobia è assordante.
Emanuele Longobardi
©2021 Il Grande Colibrì
immagini: Il Grande Colibrì / elaborazione da img.photos (CC0)
Errata corrige delle 9.53: dal momento che alcune organizzazioni religiose, come la Chiesa valdese, sostengono il DDL Zan, si è specificato nell’ultimo capoverso che il silenzio è delle organizzazioni più rappresentative.


