Se dovessi dare un nome alla settimana successiva al mio coming out, sceglierei senza ombra di dubbio “quarantena”. Sette giorni di silenzio. Sette giorni di pianti inconsolabili. Sette giorni di terrore. Il cuore che pareva staccarsi dal petto a ogni respiro. La paura di essere pres@ a male parole un’altra volta. Lo schifo per le accuse insensate e ingiuste. La difficoltà di tornare alla vita di prima. Il timore che una carezza si trasformi in schiaffo. Il lento scorrere delle giornate. Non svanisce mai il malessere, almeno non adesso che sono passati appena due mesi, anche se di certo le scuse e le riappacificazioni hanno aiutato. In fin dei conti, mi dico, poteva andar peggio. In questa storia posso trovare almeno qualche lato positivo. Rispetto ad altri, sono stat@ quasi fortunat@.
Che sia dura, è dura. Pur non avendo subito alcuna forma di violenza fisica, il mio corpo ha comunque dovuto sperimentare per l’ennesima volta l’orrore delle parole trasformate in strali, e ci vorrà parecchio tempo prima che gli strappi possano rimarginarsi. In fondo sono passati solo due mesi. Il sangue è ancora fresco. Ci vorrà molto tempo perché il tutto possa cicatrizzarsi.
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Il dramma di Damir
E se è così dura per me, posso solo immaginare quanto lo debba essere per il ragazzo di cui sto per parlarvi. Il suo nome, o per meglio dire lo pseudonimo scelto per preservarne l’incolumità, è Damir. Ventun anni, lionese, nato e cresciuto nella periferia della sua città natale, in questi giorni di lockdown sta vivendo un vero e proprio inferno a causa dell’omofobia del padre, che lo sottopone a violenze psicologiche a dir poco aberranti.
In un video-post pubblicato sul suo profilo Twitter, Guillaume Mélanie – co-presidente di Urgence Homophobie (Emergenza omofobia), l’associazione a cui Damir si è rivolto per trovare aiuto – ha infatti spiegato che il ragazzo sarebbe vittima di offese e prevaricazioni terribili e costanti. Oltre agli insulti e alle ripetute minacce di morte, il padre lo costringerebbe anche a guardare dei porno etero in sua presenza, obbligandolo a masturbarsi sotto il suo sguardo. “Aiutatemi ad aiutarlo!” ha scritto Mélanie a conclusione del suo messaggio, che in poche era già diventato virale.
Soluzioni urgenti
Le associazioni in favore delle persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) non hanno dubbi: la situazione per moltissimi giovani sta diventando davvero insostenibile. Urgono provvedimenti seri e immediati. Ai ragazzi come Damir dev’essere garantito un porto sicuro. Non si può davvero più aspettare. Una prima risposta a questo accorato appello è giunta da Marlène Schiappa, segretaria di stato francese per le pari opportunità e la lotta contro le discriminazioni. Stando alle dichiarazioni da lei stessa rilasciate al quotidiano Libération, sarà presto pronto un piano di sostegno e aiuto per i giovani LGBTQIA per cui la quarantena rischia di diventare un vero inferno.
Tra le soluzioni proposte dalla ministra, figurano la riattivazione della linea telefonica di emergenza SOS Homophobie, attiva 24 ore su 24, oltre alla messa a disposizione di 6mila stanze di albergo per aiutare i ragazzi in difficoltà a sottrarsi ai maltrattamenti subiti all’interno delle mura domestiche. Sul sito del governo “Arrêtons les violences” sono inoltre a disposizione numeri, contatti e altre informazioni utili per segnalare casi di abusi e violenze e chiedere aiuto.
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Soddisfatti a metà
Il piano della ministra, che sembra soddisfare molte associazioni francesi in difesa dei diritti LGBTQIA, non ha comunque mancato di sollevare critiche e perplessità, che le parole di Nicolas Noguier riassumono perfettamente: secondo il presidente della fondazione Le Refuge, la presa di coscienza del governo sarebbe tardiva e non terrebbe conto di alcuni aspetti fondamentali, primo fra tutti la necessità di fornire aiuti alimentari ai ragazzi. A preoccuparlo più di tutto è però il dopo-quarantena, al quale nessuno sembra ancora aver pensato. “Servono soluzioni chiare e praticabili per aiutare i ragazzi a riprendere il controllo delle loro vite” ha sottolineato Noguier, lasciando intendere che quello che è stato fatto fino a oggi non può ancora essere considerato abbastanza.
Nicole Zaramella
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