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“Era così che facevamo sesso quando l’omosessualità era illegale” racconta Neil Buckley, un uomo gay di Perth, in Australia: nelle pareti divisorie nei bagni pubblici veniva scavato un buco, chiamato glory hole (foro della gloria). Quando arrivava il segnale giusto, potevi infilarci dentro il pene e uno sconosciuto iniziava a masturbarti, ti succhiava o si lasciava penetrare analmente. Se avevi sfortuna, invece, beccavi un poliziotto che non aveva meglio da fare che passare il tempo a organizzare imboscate contro gli omosessuali, e allora partivano arresti, articoli sui giornali, umiliazioni pubbliche.

Gli unici posti

“Visto che era illegale, dovevamo appartarci in luoghi fuori mano e quelli per molti uomini erano gli unici posti dove potevano incontrare altri uomini: nei club era ancora illegale” continua Buckley. Per tanti omosessuali, bisessuali e uomini di ogni orientamento in cerca di un contatto erotico con altri uomini, i glory hole erano spesso una scelta senza grandi alternative, che, pur con tutti i rischi, garantiva anonimato.

Diventati spunti per film porno e giochi erotici nei camerini dei sex club o nelle videocabine dei sexy shop, nell’era delle saune, di PlanetRomeo e delle app di incontro i glory hole hanno per lo più perso la propria necessità. Agli occhi di chi non apprezza il sesso anonimo portato alle sue estreme conseguenze, questi buchi nelle pareti appaiono come reliquie da museo. Anzi, lo sono proprio diventate.

glory hole

Un pezzo di storia

Nel 1998 la stazione ferroviaria di Perth è stata ristrutturata e Neil Buckley ha recuperato una porta di legno dei bagni in cui era stato aperto un glory hole. Ora l’ha donata al Western Australian Museum (Museo dell’Australia occidentale; WAM) come un pezzo storico che testimonia la persecuzione legale dell’omosessualità in Australia occidentale: in questo stato federato i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso sono diventati legali solo nel 1990.

Alec Coles, amministratore delegato del WAM, ha accettato volentieri la donazione, sostenendo che i musei pubblici devono rappresentare le società nella loro interezza, anche negli aspetti più controversi, senza moralismi. Il ministro per la cultura e l’arte dell’Australia occidentale, il laburista David Templeman, si è detto d’accordo: lo scopo del WAM è quello di documentare le storie delle diverse comunità e preservarne la memoria, ha ricordato il politico.

glory hole

Qual era il flagello?

Il ministro ombra locale del Liberal Party of Australia (Partito liberale di Australia; LPA), Tony Krsticevic, però, non è affatto d’accordo: per lui, non ci deve essere posto per un glory hole in un museo. No, non è omofobia (la destra non è mai omofoba, no?), spiega Krsticevic, che alle osservazioni dei museologi replica con un’argomentazione di grande spessore: “Quest’oggetto è troppo di cattivo gusto per essere mostrato in un ambiente così meraviglioso”.

Il politico liberale, comunque, riconosce che il glory hole di Buckley sia una testimonianza storica, ma ci legge una storia tutta diversa da quella dell’espressione di una comunità perseguitata: “La porta rappresenta l’atto illegale di fare sesso in un luogo pubblico, cosa che è stato un flagello per gli abitanti dell’Australia occidentale che cercavano di utilizzare le strutture pubbliche”.

E così il glory hole del WAM diventa un simbolo: quel buco nella parete per qualcuno è un cannocchiale per guardare al passato e capirlo, per altri è uno spioncino in cui ritrovare il disgusto che hanno sempre provato per il sesso tra uomini, quel disgusto che oggi, purtroppo per loro, non può più dire il proprio nome.

Pier Cesare Notaro
©2018 Il Grande Colibrì

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