Israele, leggi gay-friendly bocciate e boom di omofobia

Polizia al Gay Pride di Gerusalemme in Israele
Polizia a difesa del Gay Pride di Gerusalemme

Per festeggiare la prima Giornata dei diritti LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender), il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha pronunciato un discorso molto breve e intenso: “Sono venuto qui per dire una sola frase alla comunità LGBT: ogni uomo è stato creato a immagine di Dio. Questa idea è stata portata all’umanità dalla nostra nazione migliaia di anni fa ed è il principio che deve guidare la vita della nostra nazione oggi”. Parole chiarissime e senza ambiguità, ma che, purtroppo, rimangono solo parole e non si traducono in azioni concrete. Israele, infatti, continua a presentarsi come un paradiso per le minoranze sessuali e uno dei paesi più progrediti nel riconoscere i loro diritti, ma in realtà – secondo molti osservatori – è sempre più indietro rispetto alla maggior parte degli stati occidentali, pur rimanendo di gran lunga il paese più gay-friendly del Medio Oriente.

DIRITTI LGBT, 5 “NO” DAL PARLAMENTO

Durante la Giornata dei diritti LGBT Amir Ohana, parlamentare dichiaratamente gay del partito di Netanyahu, il Likud (Consolidamento), si è lamentato delle discriminazioni ancora in vigore in Israele: “Gay e lesbiche non possono sposarsi nel proprio paese, non possono far nascere figli nel proprio paese, non possono ereditare dal proprio partner se muore”. Dall’opposizione i toni sono stati anche più duri: Merav Michaeli, del partito di centro-sinistra HaMahane HaZioni (Unione sionista), ha accusato la celebrazione di essere vuota, ricordando come il parlamento da molto tempo non approvi leggi a favore dei diritti delle persone LGBT [The Jerusalem Post]. E purtroppo la conferma è arrivata addirittura già con le votazioni del giorno successivo.

Appena sono stati archiviati i festeggiamenti, infatti, il parlamento ha bocciato ben cinque disegni di legge gay-friendly in un giorno solo. I progetti legislativi proponevano di riconoscere i partner omosessuali dei soldati uccisi in servizio a fini risarcitori, di istituire le unioni civili, di proibire le terapie riparative sui minori, di formare il personale medico sulle questioni legate al genere e all’orientamento sessuale. In particolare, la legge contro le terapie ripartive era molto attesa dopo i reportage che hanno mostrato come Israele sia diventato il rifugio per ideologi e pseudo-terapeuti del movimento ex-gay, con giovani costretti a recarsi nel paese da tutto il mondo per cercare di cancellare la propria omosessualità o transessualità [Il Grande Colibrì].

Hanno suscitato molto polemiche anche la bocciatura della legge sulle unioni civili, respinta esplicitamente per ragioni religiose, e le dichiarazioni omofobiche del ministro ultra-ortodosso della Sanità, Yaakov Litzman. HaMahane HaZioni ha denunciato l’ipocrisia del governo: “Ecco dimostrato come la maggioranza strumentalizza la comunità LGBT solo per fare pubbliche relazioni, ma nel momento della verità si oppone a tutte le leggi a suo favore” [The Times of Israel]. E anche gli attivisti arcobaleno hanno protestato davanti al parlamento, con slogan come “Siamo stanchi delle vostre promesse”, “Cambiate le leggi” e “Combattiamo per l’uguaglianza” [The Times of Israel].

OMOTRANSFOBIA, DATI ALLARMANTI

Natasha Roth riassume su +972 Magazine la situazione in poche righe: “Le leggi sul diritto personale e di famiglia in Israele sono governate dal rabbinato e per questo non esiste il matrimonio civile, non esiste il matrimonio tra persone di fede diversa e non esiste il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Il principale motivo risiede nell’atteggiamento profondamente conservatore e spesso omofobico dell’ebraismo ultra-ortodosso” al quale si richiama esplicitamente una grossa fetta della maggioranza di governo.

Intanto i report delle associazioni LGBT forniscono dati preoccupanti anche sulla società: non solo durante lo scorso Pride di Gerusalemme un fanatico ebreo ultra-ortodosso ha ucciso una ragazza e ha ferito altre cinque persone, ma nel 2015 il numero di episodi di omofobia è cresciuto dell’80% rispetto all’anno precedente. E nella propria vita metà delle persone transgender e un terzo delle donne lesbiche o bisessuali hanno subito almeno un’aggressione fisica, mentre due terzi sono stati vittima di molestie sessuali. Le cose non vanno meglio online: la comunità LGBT è il secondo bersaglio principale dopo i palestinesi dei messaggi di incitamento all’odio sul web, con una media di oltre 220 messaggi omofobici postati ogni giorno sui social network in lingua ebraica.

I DANNI DELLA STRUMENTALIZZAZIONE

Anche se con le azioni fa di tutto per negare i diritti, il governo con le parole cerca di presentarsi come il protettore della comunità LGBT di fronte all’assedio islamico. Ma ridurre i diritti delle minoranze sessuali a strumento retorico per privare le altre minoranze dei loro diritti, in realtà, indebolisce i diritti di tutti. Come scrive ancora Roth, “ci sono persone in parlamento che lavorano con impegno e passione per migliorare la situazione delle persone LGBT nel paese, ma in fin dei conti lavorano nei confini di un’istituzione che essenzialmente privilegia i diritti di un gruppo etnico a scapito di un altro. Ciò indebolisce le fondamenta stesse di qualsiasi lotta di minoranza e, come ha detto l’attivista per i diritti civili americano Fannie Lou Hamer, ‘nessuno è libero finché non sono tutti liberi'”.

Ovviamente denunciare l’omofobia e la transfobia in Israele e la strumentalizzazione dei diritti LGBT da parte del suo governo non significa negare la legittimità dello stato israeliano o promuovere posizioni anti-ebraiche. Non significa neppure sottovalutare l’omofobia violenta e omicida che deturpa molti degli altri stati del Medio Oriente o tacere sul fatto che Israele sia un’oasi nella regione, come dimostra, per esempio, la vicenda del poeta gay iraniano Payam Feili che vuole chiedere asilo in Israele [The Times of Israel].

Significa, al contrario, porsi a fianco degli attivisti laici e LGBT del paese che combattono per evitare che quell’oasi avvizzisca nell’aridità dell’ipocrisia e dell’integralismo religioso, nella speranza, invece, che finalmente possa far fiorire il deserto. Se Israele farà passi avanti reali nel riconoscere i diritti umani di tutte le persone, indipendentemente da orientamento sessuale, identità di genere, etnia e religione, sarà un’ottima notizia per tutti i suoi abitanti e per tutta la regione.

 

Pier
©2016 Il Grande Colibrì
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