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Le accuse sono pesantissime e prevedono anche l’ergastolo: sedizione, dichiarazioni che pregiudicano l’integrità della nazione, sommossa, premeditazione. Di tutto questo dovranno rispondere le 51 persone arrestate al raduno organizzato dalla comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) di Mumbai per esprimere (o forse no, come vedremo) solidarietà ai musulmani privati della cittadinanza e dei loro diritti fondamentali da alcune recenti decisioni del governo di estrema destra di Narendra Modi.

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Solidarietà o no?

La storia della manifestazione è stata particolarmente complessa: la polizia ha vietato la marcia del Pride di Mumbai temendo che qualcuno potesse intonare slogan contro una serie di riforme finalizzata a cancellare la cittadinanza di centinaia di migliaia di indiani musulmani e a soddisfare il suprematismo fondamentalista indù del partito al potere, il Bharatiya Janata Party (Partito del popolo indiano; BJP). Le forze dell’ordine hanno autorizzato solo un sit-in, senza corteo. E in un primo momento la reazione degli organizzatori del Pride era stata esemplare e coraggiosa: la manifestazione sarebbe stata dedicata proprio alla denuncia delle decisioni islamofobe del governo.

Poi, all’ultimo momento, gli organizzatori stessi hanno fatto marcia indietro e hanno spiegato di aver stretto un accordo con la polizia: nel presidio si poteva parlare solo di questioni strettamente relative alle persone LGBTQIA, mentre erano vietati discorsi, simboli e immagini che avrebbero potuto “offendere o istigare le emozioni di qualsiasi persona o comunità“. “Qualsiasi” per modo di dire, ovviamente: alle forze dell’ordine interessava solo che nessuno urtasse la sensibilità dei fondamentalisti indù affrontando lo scandaloso tema dell’uguaglianza dei musulmani e dei loro diritti. Ma gli organizzatori hanno fatto i conti senza l’oste – o meglio senza i manifestanti.

india polizia giovani uniformeDissenso e repressione

Chi è accorso in piazza, infatti, non ha rinunciato a esprimere la propria solidarietà con i connazionali musulmani. In particolare, ci sono stati slogan a favore di Sharjeel Imam, uno studente universitario diventato simbolo della protesta contro le politiche islamofobe. Imam, durante un discorso pronunciato nel suo ateneo, aveva invitato a organizzare uno sciopero bloccando il corridoio di Siliguri, la stretta area indiana che corre tra Nepal, Bhutan e Bangladesh: le autorità hanno interpretato le sue parole come un tentativo di secessione e lo hanno arrestato applicando le norme contro il terrorismo.

Chi però gioca sul terrore e sulla paura è in realtà la polizia, pronta a ingigantire e storpiare qualsiasi frase per trasformare ogni critica in reato. E lo stesso è successo anche alla manifestazione di Mumbai: un attivista transgender, Kris Chudawala, è stato arrestato con l’accusa di aver pronunciato slogan contro la nazione, mentre in realtà ha semplicemente osato leggere il preambolo della costituzione indiana, che richiama i principi di democrazia, uguaglianza, fratellanza e giustizia. Tra l’altro, autorità e media hanno diffuso la notizia facendo ben attenzione a sottolineare il nome femminile di nascita (dead name) di Chudawala.

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Il movimento diviso

Di fronte all’ondata di arresti, la comunità LGBTQIA si è drammaticamente divisa. Gli organizzatori della manifestazione si sono “completamente dissociati” dagli “slogan estremisti“, definiti “irresponsabili e potenzialmente dannosi“. Il giornalista gay Ashok Row Kavi, presidente e fondatore della grande associazione Humsafar Trust, è arrivato addirittura a scrivere su Twitter un pubblico appello alla polizia per chiedere di arrestare un altro attivista queer, reo di insultare l’induismo: per Row Kavi alcuni esponenti del movimento arcobaleno sarebbero al tempo stesso “islamisti e laicretini [sick-ularist, termine molto in voga nella destra indù; ndr]” al soldo di macchinazioni segrete ordite dagli stati del Golfo.

Per fortuna si sono levate anche molte voci di persone e organizzazioni LGBTQIA e femministe per condannare tanto la repressione quanto l’islamofobia. Per esempio, un appello rilanciato da Feminism in India usa parole molto chiare: “Il Pride è sempre stato una questione di protesta e di celebrazione. Noi continueremo a opporci alla persecuzione dei gruppi oppressi ovunque, perché, in quanto persone queer, sappiamo riconoscere l’oppressione. E perché, come ha detto Audre Lorde [poeta lesbica afroamericana molto impegnata contro il razzismo; ndr], ‘non può esistere una lotta monotematica perché non viviamo vite monotematiche’“. E così in India l’arcobaleno può continuare a brillare sulla resistenza democratica.

Pier Cesare Notaro
©2020 Il Grande Colibrì
immagini: elaborazioni da pxfuel (CC0) / da Rahul Shah (CC0)

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