Domani, 1 febbraio, si sarebbe dovuta svolgere la parata del Pride di Mumbai (la città che fino a qualche anno fa era più nota come Bombay): c’erano già tutti i permessi e ci si aspettavano 15mila partecipanti. Poi, all’ultimo momento, le forze dell’ordine hanno proibito la marcia, autorizzando solo un sit-in. Che cos’è successo? Domenica su WhatsApp è circolato questo invito al Pride: “Unisciti alla comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) per sostenere i valori della costituzione indiana: facciamoci vedere in tanti uniti con il contingente queer contro l’NRC e il CAA“.
Cittadini cancellati
L’NRC è il National Register of Citizens (Registro nazionale dei cittadini), mentre il CAA è il Citizenship Amendment Act (Emendamento alla legge sulla cittadinanza). Per aggiornare il registro dei cittadini, gli abitanti dello stato federato dell’Assam (ma presto potrebbe toccare a tutti i cittadini della nazione) hanno dovuto dimostrare di viverci da prima del 1971, altrimenti sono stati considerati immigrati clandestini e privati della cittadinanza: questa sorte è toccata a quasi due milioni di persone che non sono riuscite a produrre prove tangibili (comprese circa 2mila trans ostracizzate dalle famiglie) o che hanno ricevuto un rigetto spesso arbitrario, come denunciano molte organizzazioni per i diritti umani.
Questa riforma è stata accompagnata dal CAA, che facilita l’ottenimento della cittadinanza a chi risulta immigrato da un paese confinante, purché non sia musulmano. Dal momento che circa un terzo degli abitanti dell’Assam è musulmano, la combinazione delle due decisioni ha come risultato finale la privazione definitiva della cittadinanza per moltissimi cittadini musulmani, mentre per chi ha altre religioni ci sarà una privazione temporanea (il tempo di riacquistarla come immigrato di fede non islamica).
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Islamofobia al potere
Insomma, tutto sembra rientrare nella linea politica del governo di estrema destra di Narendra Modi per promuovere la discriminazione contro i musulmani e fomentare il fondamentalismo indù, come nel caso dello smantellamento dell’autonomia del Cachemire, regione a maggioranza musulmana teatro di una violenta repressione.
Da quasi due mesi la minoranza musulmana, appoggiata dalla sinistra e da molti movimenti studenteschi, continua a protestare, anche se la reazione della polizia si è fatta sempre più violenta, con decine di morti, centinaia di persone ferite o abusate sessualmente, migliaia di arresti. E quando non interviene la polizia, la violenza è scatenata da gruppi paramilitari e dalle sezioni giovanili del partito al potere, senza che le forze dell’ordine muovano un dito per impedirlo. L’ultimo episodio, avvenuto ieri, è l’attacco terroristico di un fanatico indù, che si è messo a sparare contro alcuni studenti che protestavano contro il governo.
Solidarietà arcobaleno
Non sorprende allora il divieto: la polizia non si fa neppure scrupoli nel riconoscere che vuole evitare che il Pride manifesti la propria vicinanza alla minoranza musulmana e la propria volontà di difendere lo stato di diritto e l’uguaglianza tra tutti i cittadini: la motivazione ufficiale del divieto sulla marcia è proprio la possibilità che qualcuno urli slogan o mostri cartelli contro i provvedimenti islamofobi. Le forze dell’ordine hanno scritto agli organizzatori che la manifestazione “potrebbe dare ad altri la possibilità di infiltrarsi, di mischiarsi alla folla e di darle una caratterizzazione politica“.
Gli attivisti arcobaleno, però, non si sono fatti intimidire e non hanno cercato di negare le accuse, anzi. Come ha spiegato per esempio Harish Iyer, non può esistere un Pride che chiuda gli occhi di fronte ai diritti negati, come succede con le leggi islamofobe di Modi. E per questo il movimento LGBTQIA ha deciso di rilanciare: il Pride è stato annullato e al suo posto si realizzerà una manifestazione di protesta e di solidarietà con i manifestanti continuamente aggrediti da polizia e fondamentalisti indù. La posizione non potrebbe essere più chiara e più coraggiosa, ancora di più perché proviene da una comunità appena uscita dalla criminalizzazione in un paese che scivola sempre più nell’autoritarismo.
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Siamo sulla stessa barca
Le scelte degli attivisti indiani dovrebbero anche far riflettere gli organizzatori di alcuni Pride occidentali, che per indifferenza, per convenienza politica o per non dare fastidio agli sponsor preferiscono relegare i diritti degli altri in documenti politici che spesso vengono contraddetti dall’organizzazione stessa delle manifestazioni o che vengono epurati da qualsiasi tono che potrebbe sembrare fastidiosamente “radicale”.
In fondo i parallelismi tra la situazione indiana e quella di tanti paesi europei e americani sono eclatanti, come sottolineava l’anno scorso il saggista Pankaj Mishra: “Il compito che Modi si è fissato in India è lo stesso di quello di molti demagoghi di estrema destra: istigare una popolazione spaventata e arrabbiata contro il capro espiatorio delle minoranze, dei rifugiati, delle persone di sinistra, dei liberali e di altri, per spianare la strada a un capitalismo predatorio. Invece di liberare dall’ingiustizia, ha dato sfogo alle emozioni più inquietanti, consentendo ai suoi sostenitori di odiare esplicitamente una vasta gamma di persone, dai perfidi pachistani ai musulmani indiani, passando per gli indiani che cercano la pace e vengono bollati come nemici della nazione“.
Pier Cesare Notaro
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