Liste nere e attivismo gay: braccio di ferro in Africa

La presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf

Liste nere con i nominativi di alcune persone sospettate di essere “gay o sostenitori del club” sono state distribuite dal Movimento Contro i Gay in Liberia (MOGAL) e un appartenente all’associazione ha dichiarato all’Associated Press: “Andremo da loro uno per uno”, minacciando “punizioni pericolose” come “frustate e morte”. Insomma, la situazione è emergenziale nel paese africano, ma il governo afferma, attraverso il ministero dell’Informazione, di non saperne nulla. “La presidente non può stare a guardare quando vengono inscenate provocazioni di questo tipo, deve prendere una posizione chiara ed inequivocabile su questa questione” dice Graeme Reid di Human Rights Watch, ben sapendo che la posizione della presidente Ellen Johnson Sirleaf è molto ambigua [Il Grande Colibrì], essendosi limitata a dirsi indisponibile a firmare le proposte di legge che vorrebbero inasprire le pene contro gli omosessuali [Il Grande Colibrì].

Le parole di Johson Sirleaf, in evidente contrasto con il premio Nobel per la pace assegnatole nel 2011, sono criticate direttamente da Frank Mugisha, direttore di Sexual Minorities Uganda, il quale, in una lettera al Chicago Sun Times, ribatte soprattutto all’affermazione che l’omofobia di stato servirebbe a difendere i valori tradizionali: l’attivista ricorda alla presidente come ad essere anti-africana non sia l’omosessualità, ma la sua persecuzione. E Mugisha sa bene di cosa parla: l’Uganda è un paese molto pericoloso per gli omosessuali, che in gran numero tentano la fuga per non finire incarcerati o ammazzati. Tra i fuggiaschi c’è anche Kalanzi Marvin Richard, il quale si è però visto rifiutare da Amsterdam la domanda di protezione internazionale: in suo supporto si è tenuta una manifestazione davanti all’ambasciata olandese di Londra [Gay Star News].

Ma torniamo a Human Rights Watch, che ha scritto una lettera a Macky Sall, appena eletto presidente del Senegal, per rammentargli “l’obbligo di proteggere i diritti fondamentali di tutti i cittadini, ivi compresi lesbiche, gay, bisessuali e transgender”. In particolare l’associazione denuncia come molti omosessuali siano stati arrestati arbitrariamente, torturati e sottoposti a trattamenti degradanti e umilianti dalle forze di polizia. Inoltre, si punta il dito contro le dichiarazioni di alcuni leader politici e religiosi che incitano all’odio e alla violenza contro le persone LGBTQ*. HRW chiede a Sall di farsi promotore dell’abrograzione dell’articolo 319.3 del codice penale, che punisce gli atti sessuali con persona dello stesso sesso con cinque anni di carcere, e dell’introduzione di una nuova legislazione anti-discriminatoria.

In tutte queste storie a saltare subito all’occhio è l’aspetto drammatico della persecuzione, ma è giusto riconoscere anche l’aspetto positivo di un attivismo LGBTQ* che in Africa è sempre più coraggioso, visibile e determinato. Per questo è importante lo spazio dato dalla CNN a John Meletse, un attivista gay e sordo del Sudafrica che, quando si è scoperto HIV-positivo, ha vissuto sulla propria pelle tutta l’incapacità delle istituzioni sanitarie nel relazionarsi con le persone disabili. La sua risposta al problema è stata straordinaria: “Avrò un ruolo guida per la comunità dei sordi, li motiverò, aiuterò tutti, educherò tutti, cercherò di fermare l’HIV, fermerò lo stigma”. Oggi, dopo undici anni, John Meletse, con le sue iniziative e i corsi di educazione sessuale nelle scuole per sordi, è sulla buona strada per realizzare il suo sogno…

 

Pier
©2012 Il Grande Colibrì
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