Caro Filippo,
c’è una frase comparsa tra le tue storie di Instagram che mi ha davvero colpito un sacco. Non ricordo se l’aveva detta un cantante o uno stilista, so solo che era sicuramente uscita dalle labbra e dalla tastiera di uno dei tuoi idoli e che tu avevi ben pensato di condividerla sulla tua pagina. Era in inglese, la tua lingua preferita, quella in cui a differenza mia sei sempre stato bravo. Non ricordo esattamente le parole originali, ma ricordo perfettamente che il suo significato era: “Non voglio vivere in un mondo in cui essere gentili sia considerato un segno di debolezza“. Tu forse dirai che esagero, ma ti posso assicurare che quelle poche righe racchiuse in un quadrato bianco mi hanno colpito un casino e tutt’ora continuo a pensarci.
Non tanto perché erano oggettivamente bellissime, quanto perché non mi sarei mai aspettat@ che le trovassi tanto affini al tuo modo di vivere e di pensare.
Sei mio fratello. Ho la fortuna di averti al mio fianco da diciassette anni e mezzo. Ho avuto l’onore e il privilegio di vederti crescere. Di crescerti. Abbiamo dieci anni di differenza, per certi aspetti ti ho fatto un po’ da padre e madre. Ora i ruoli si sono ribaltati. Da piccolo di casa sei passato a essere il gigante che guarda il mondo dall’alto dei suoi quasi due metri e che giudica l’esistenza con lo sguardo serio e distaccato di chi ne ha già passate tante. Ecco, io a dirtela tutta certe cose avrei voluto che non le vedessi. Mai avrei pensato che un ragazzino così giovane dovesse entrare di forza in contatto con cose che io a quasi trent’anni faccio ancora una fatica bestia a comprendere e sopportare.
L’omicidio di George Floyd è stata l’ultima di una serie di notizie terribili che hanno lasciato, e ti hanno lasciato, sconvolto. Senza dir niente sei andato a cercare informazioni ovunque. Internet per te non ha segreti, ragion per cui nel giro di mezz’ora avevi già recuperato materiale su qualunque cosa riguardasse l’uomo ucciso e su chi di quell’uccisione si era schifosamente macchiato. Seduto di fronte a me hai elencato con precisione millimetrica sigle, notizie e informazioni, dandomi conto delle tue scoperte e stirando le labbra in una smorfia ogni volta che ti trovavi costretto a nominare Derek Chauvin.
“Mi auguro che paghi per quello che ha fatto” hai mormorato prima di fissare un punto all’orizzonte. Di tanto in tanto giravi lo sguardo verso sinistra. Volevi renderti conto che a pochi passi da te c’era ancora tuo padre.
“Figli meticci“: è così che si definiscono in gergo i bambini nati dalle cosiddette coppie miste. Io mi sono appropriat@ da tempo di quel termine che un tempo consideravo spregiativo e lo uso con orgoglio per definire me stess@ e ciò che siamo io, te e Mattia, il fratello di mezzo. Figli meticci, italo-etiopi, afro-discendenti. Si possono usare mille mila aggettivi per definirci, la sostanza comunque è sempre quella e non cambia. Non cambia e non cambierà mai, così come non cambierà l’atteggiamento di certa gente e il pensiero di chi ci riterrà sempre cani randagi.
Non sono in molti, per fortuna. Su questo puoi stare certo: la maggior parte della gente non è razzista. La maggior parte delle persone vuole davvero conoscerti e avvicinarsi a te spinta dal sincero desiderio di stabilire un contatto. Appartieni, e te lo dico con grande gioia, a una generazione fortunatamente più aperta e propensa al dialogo rispetto a quella a cui appartengo io. Tu e i tuoi amici avete un modo di pensare più libero e franco rispetto a quello che caratterizzava me e la gente che ho conosciuto in passato.
Non è un caso che proprio tu sia stato il primo a sapere che ero pansessuale e che ho avuto relazioni con uomini e con donne. Il mio coming out in famiglia è avvenuto questo 14 febbraio 2020. Tu la verità su di me la conoscevi già da almeno un anno. All’inizio temevo un po’ la tua reazione, ma appena ho vuotato il sacco mi sono res@ conto che la mia era solo una paura totalmente infondata.
Sbagliavo a sentirmi a disagio nei tuoi confronti. Il tuo modo di vedere le cose del mondo è estremamente più aperto di quello di molti adulti che nella mia vita ho incontrato. “Abbiamo la pelle dura, noi nati dal 2000 in avanti! Non ci spaventa niente!“. Io di fronte a certi eventi resto invece molto spaventat@.
Non era questo il mondo che volevo per te. Non era questa l’umanità che mi sarei aspettata. Mentre scrivo queste righe il mondo brucia di rabbia e di sdegno, e centinaia di persone affogano in un mare che di carne non è mai sazio. A volte, ti dico la sincera verità, a volte vorrei chiudere gli occhi, le orecchie, la testa e dormire fino a quando non sarà tutto passato.
A volte vorrei chiedere a quel bel Dio che una volta mi facevano adorare a catechismo che cazzo di idea abbia avuto in mente, quella volta che ha deciso di mettere in piedi questa merda di baracconata. Voleva divertirsi con noi, Signore eterno? O forse voleva solo vedere fino a che punto noi stupidi esseri umani saremmo arrivati?
Tu in Dio non credi, è dai quattordici anni ma forse anche prima che ti sei dichiarato ateo. “Lo dice anche Gesù Cristo in una puntata dei Griffin: le religioni sono tutte cazzate!“. Lo affermi ridendo, ma sotto sotto si avverte una punta di amarezza come per qualcosa che poteva essere e invece non è mai stato. “Ci dicono di amare e accettare tutti, e poi la Chiesa è la prima che se potesse metterebbe al rogo tutti gli omosessuali!“.
Non hai peli sulla lingua, quando si tratta di denunciare le ingiustizie. A differenza mia tu sei sempre stato sicuro di te stesso: se una cosa non ti va giù la dici e basta. Ne parlavamo anche a proposito del razzismo, quando hai convenuto con me che non si tratta di un problema esclusivo dei bianchi: “I pregiudizi e le discriminazioni ci riguardano tutti. Basta che pensi a nostra nonna paterna, che è etiope eppure ce l’ha su a morte coi nigeriani!“.
Parlare con te è un esercizio di pazienza. Hai delle idee toste, spesso in conflitto con il sentire comune, ma che pure vanno nella stragrande maggioranza dei casi nella direzione giusta e che mi rendono sempre felice di averti ascoltato. Non è facile venire a capo di certe tematiche, non è facile affrontarle con calma e lucidamente. Bisogna però quantomeno provarci, e tu in questo hai molto da insegnare anche a noi “grandi”.
“Per eliminare le ingiustizie dobbiamo sforzarci di collaborare ed essere uniti. Da soli non si va da nessuna parte. Non è che basta una protesta fatta una volta ogni tanto per far cambiare le cose. Io sono nero tutti i giorni. Se vogliamo che il mondo vada meglio dobbiamo muovere il culo all’infinito, non aspettare che ammazzino qualcun altro!“. Lo dici con una convinzione che fa venire i brividi. Di tanto in tanto ti osservo e mi chiedo se sarai tu, magari, a cambiare il mondo insieme ai tuoi amici. Poi mi do dell’idiota e penso che con quelle parole tu mi stai spingendo ad agire in prima persona, cazzo, Nicki, non ti rendi conto che è proprio a te che sta parlando?!
Metterci la faccia. Mettersi in azione. Fare qualcosa di concreto. È questo che vuoi che faccia. Non sei mai stato un sognatore con la testa tra le nuvole. A differenza mia sai benissimo che le cose si risolvono poco per volta, pezzo a pezzo, gambe in spalla e camminare.
“Tu che sei gay dovresti saperlo benissimo: non è che il mondo diventa buono con te perché la Fata Turchina arriva a sistemare la faccenda. Se vuoi essere accettat@ e far valere i tuoi diritti devi darti da fare e lottare per te stess@ e la tua comunità! Lo stesso vale per qualsiasi altra cosa in cui credi! Se vogliamo che il mondo diventi un posto migliore dobbiamo svegliarci finché siamo in tempo, altrimenti qua andrà tutto a puttane!“. Poi mi hai mollato una pacca sulla schiena che a momenti sputavo fuori i polmoni e con un gran sorriso mi hai detto che qualsiasi cosa serva fare, tu sei e sarai sempre pronto a farla.
“Abbiamo una vita sola e siamo su questa terra per un motivo! Vediamo di meritarci l’ossigeno di cui per colpa di quello stronzo George Floyd è stato privato!”. Quando l’hai detto i tuoi occhi si sono rivolti alle nuvole. E per diversi minuti nessuno di noi due è più riuscito a parlare.
Nicole Zaramella
©2020 Il Grande Colibrì
immagini: elaborazioni da Kon Karampelas (CC0) / da Rod Waddington (CC BY-SA 2.0) / da Mad African! (CC BY-NC 2.0) / da pixnio (CC0) / da Tim Evanson (CC BY-SA 2.0) / da sstoppo (CC0)
Leggi anche:
Piccola storia della negazione della bellezza del corpo nero
Il razzismo nelle app gay esiste (e lo dice anche la scienza)


