Seconde generazioni LGBT – Non ci basta la discrezione

ragazzo fa jogging sulla spiaggia di dubai
Jogging sul lungomare di Dubai, negli Emirati Arabi

Noi, che prima di essere immigrati e seconde generazioni LGBTQIA, cresciuti o nati in Italia, siamo soprattutto cittadini che si riconoscono in più identità e nei diritti civili. Noi, cittadini che vogliamo uscire dall’immobilismo culturale e religioso delle nostre comunità di appartenenza, per accendere, come una torcia, un dibattito su laicità, ateismo, omosessualità e diritti civili. Noi, cittadini che ci siamo ricercati due volte. Noi, generazione liquida. Noi, che proveniamo da paesi in cui l’omosessualità e l’allontanamento dalla religione dei propri genitori è reato. Noi, al margine del dibattito. Noi, doppia minoranza che guardiamo lontano, oltre il coraggio. Parlare di noi sarà lo sgarro verso chi fa finta di non vederci e il web sarà il luogo della nostra primavera. Raccontiamoci! Sveliamoci! Partiamo dalla parola. Da noi.

Sono un giovane ragazzo di seconda generazione, nato in Maghreb e cresciuto in Italia, musulmano laico, bisessuale e di sinistra. Lo so, è brutto iniziare una presentazione o una storia con delle etichette, ma a volte serve, e la nostra società ci spinge a farlo.

Vorrei iniziare la mia storia accennando alla fine invece che dall’inizio, dicendo che sono un giovane ragazzo di 20 anni, al terzo anno di università, che con il tempo è riuscito a crearsi un’identità basata su un equilibrio personale che si fonda sull’accettazione di tutte le parti del mio essere, sia come corpo che come spirito. Ma ho raggiunto questo equilibrio lontano dalla mia terra, nel paese che mi ha adottato e che mi ha dato una libertà in più.

Sempre più omosessuali sono costretti ad abbandonare la loro patria a causa delle persecuzioni e dell’impossibilità di vivere il proprio essere, e si sommano a quelli che fuggono da guerre o povertà. Purtroppo l’Africa e il mondo arabo coltivano oggi una forte omofobia, che costringe i gay a vivere nell’ombra e nella discrezione per essere accettati, e questo spesso non basta né a loro né agli altri. Dure ed incomprensibili leggi, tribali e brute, puniscono l’omosessualità e le violenze contro i gay fanno sempre più rumore in un periodo storico dove altrove i riconoscimenti e le conquiste per la comunità si moltiplicano.

Dall’altro canto anche le associazioni di difesa della comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali e asessuali) in questi paesi cominciano a nascere e via via si avvicinano alla conquista dei primi successi.

Tuttavia, per me e per tanti altri, l’idea di non poter essere pienamente sé stessi nel paese d’origine è fonte di sofferenza. Non ci basta vivere nell’ombra, non ci accontentiamo della discrezione. E quelli che scappano spesso nella valigia insieme ai vestiti e a qualche ricordo si portano dietro paura, vergogna e omofobia, che impedisce loro di essere liberi nonostante i chilometri.

Spesso è difficile per un ragazzo italiano crescere con la convinzione di essere diverso o, come mi sono sempre considerato, speciale, e soprattutto è difficile accettare cose di sé che vengono considerate sbagliate dagli altri.

Già quando sei bambino iniziano a volte i problemi: gli altri bimbi ti prendono in giro e a volte trovi compagnia solo in te stesso o magari in qualche lettura infantile (in seconda elementare avevo già letto tutti i libri di Roald Dahl), finché non riesci a trovare quelle persone che ti accettano e che valorizzano ciò che sei. Come la Maddalena, la mia prima fidanzatina delle elementari con la quale a volte ci davamo bacini innocenti che sapevano di sbagliato, di nascosto nel bagno, e altre volte ci sedevamo a parlare di quanto fossero belli Andrea e Luca… Poche cose sono meravigliose, come la naturalezza e l’accettazione dei bambini.

Tuttavia man mano che si cresce questa accettazione e questa naturalezza vanno sfumando e si impara a nascondere aspetti del proprio essere che il prossimo non accetta. Fu alle medie che finalmente ebbi il mio primo ragazzo, quel fidanzatino segreto che agli occhi degli altri era il mio migliore amico. Con i miei genitori avevo sempre parlato delle fidanzatine, della Ludovica che mi piaceva e che volevo sposare o della Laura che mi aveva scritto un bigliettino d’amore. Ma questa volta era diverso.

La famiglia è l’ostacolo più grande che si possa incontrare durante il proprio percorso, poiché se gli amici non ti accettano li lasci e te ne trovi altri, ma la famiglia resta quella per sempre. E per noi ragazzi di seconda generazione spesso succede che la situazione si fa ancora più complicata, soprattutto se i genitori provengono da culture omofobe o più profondamente religiose come può essere la cultura araba o africana. Si sa, i gay in Africa non hanno vita facile.

Col tempo con i miei genitori e con gli amici parlavo sempre meno delle mie emozioni o della mia vita privata e la mia sessualità divenne mia e di pochi altri. Era forse una questione di nascondere o forse la perdita del bisogno di condividere, per creare il mio piccolo mondo fatto di baci, carezze e prime esperienze che raramente condividevo. Quella che era una necessità divenne un’abitudine, sia con i ragazzi che con le ragazze, un vivere la propria vita nella discrezione e a volte con vergogna. E lo stesso vale per la mia fede.

Sono cresciuto in una famiglia disomogenea, colta, laica e profondamente aperta sotto diversi punti di vista. Mia madre, musulmana credente e praticante, e mio padre, musulmano ma non praticante, mi hanno sempre trasmesso un forte senso della fede e un modo di vivere la religione che la rende piacevole e meravigliosa. Non è mai stata un’imposizione o un insieme di regole, ma piuttosto uno stile di vita e di pensiero che compone in maniera profonda il mio essere.

In quanto famiglia religiosa, tuttavia, l’omosessualità non è mai stata vista in maniera positiva, me ne hanno sempre parlato come di qualcosa di sbagliato, un errore, e a volte ci ho creduto anche io. Pur non essendo una famiglia omofoba o poco tollerante (i miei genitori sono sempre stati favorevoli alle unioni civili), è una famiglia molto legata alle tradizioni e ai valori della famiglia che per generazioni sono stati custoditi e tramandati. Soprattutto l’omosessualità era qualcosa di cui non era bene parlare, a volte quasi un tabù.

La società magrebina è una società falsamente omofoba, una società che a parole condanna l’omosessualità, ma nei fatti vi è un tacito consenso. I ragazzi hanno spesso esperienze gay, talvolta anche vere e proprie storie, ma tutti sanno che deve essere una cosa provvisoria, che prima o poi ci si trova la ragazza, ci si sposa e si fanno tanti bambini. Finché se ne parla tra amici scherzando, finché la si vive discretamente, finché la si considera una cosa da ragazzini che poi gli uomini si lasciano alle spalle, allora va bene. Ma a me tutto ciò non sempre bastava.

Durante l’adolescenza questo conflitto interiore, che per quanto riguardava la mia etnia o le mie tradizioni non avevo mai sofferto, si era fatto più forte. La mia paura più grande era l’assenza di coerenza e mi chiedevo come potessi essere africano, musulmano e gay allo stesso tempo. Lottavo nel tentativo di capire quale parte dovessi sacrificare.

Furono gli anni della trasgressione, della marijuana, delle serate in discoteca, del sesso fine a se stesso, con ragazzi, ragazze, a volte uomini di molti anni più grandi. gli anni delle grandi “cazzate”, insomma. Tutto pur di riempire quei vuoti e forse spostare la mia attenzione dal conflitto. Ma poi arrivò la svolta.

Ero stanco, vuoto e in preda agli istinti, e in un periodo cupo, al quale si sommarono gravi problemi di salute e una situazione di instabilità in famiglia, la mia ancora di salvezza fu la fede e la preghiera. Non sto parlando di religione o di dottrina, intendiamoci, ma di fede pura e preghiera come terapia del pensiero, cose che molti non comprendono e spesso faticano ad accettare. Fu un percorso verso l’equilibrio, verso l’accettazione e soprattutto la comprensione che tutti quei diversi aspetti della mia persona, tutte quelle etichette che ho nominato prima, potevano coesistere in armonia grazie al compromesso.

Compromesso è una parola che a volte assume una connotazione negativa, ma credo che se si scende a compromessi con la propria coscienza non se ne può che trarre vantaggio.

Anche in famiglia tutto era più facile. Non c’è mai stato un vero e proprio “venir fuori” o un parlare della mia sessualità o delle mie esperienze, quanto un tacito consenso: queste cose si sanno, ma evitiamo di parlarne e stiamo tutti sereni e tranquilli. Spesso ci sono tentativi da parte di mia madre di parlarne, quei “Quando ti sposerai?” e quei “Quando mi farai nonna?” carichi di speranza e a volte di rassegnazione, e tutto esita sempre in un momento di imbarazzante silenzio e un sorriso che dice: “Va bene così, lasciamo stare, prima o poi la situazione si risolverà”.

Da parte di mio padre nulla, invece, mi ha sempre lasciato vivere come preferivo controllando da lontano e assicurandosi di farmi qualche lavata di testa di tanto in tanto, forse non conoscendomi realmente. E per me va bene così.

Giunto a questo punto della mia vita sono riuscito a trovare una pace personale che include tutto ciò che sono e tutto ciò in cui credo, mi circondo di persone che mi amano, che mi accettano, anche se talvolta non comprendono, e a tutti coloro che mi considerano incoerente, che non mi capiscono o che non mi accettano riservo un sentito vaffanculo.

Il mio credere in un qualcosa di più grande, il mio essere frutto di culture, tradizioni e usi diversi, la mia sessualità, oggi libera e disinibita, hanno trovato un pieno e sereno equilibrio nella persona che sono adesso. Di tutte le sfaccettature del mio essere non ne rinnego o nascondo più nemmeno una, sono ciò che sono e mi sforzo di amarmi pienamente, consapevole del fatto che non sempre verrò accettato, ma forte del fatto che sono riuscito ad accettare me stesso.

Tutti i ragazzi gay o bisex prima o poi incontrano ostacoli nell’inserirsi all’interno della società, nell’accettarsi e nel farsi accettare, e possono essere preda di conflitti più o meno grandi. E se si è ragazzi di seconda generazione ai conflitti se ne sommano altri e ciò può rendere il percorso ancora più in salita. Quello che tuttavia dobbiamo comprendere è che siamo un mosaico di ricchezza, un nutrimento per le società che va valorizzato e portato a galla per condurre verso l’accettazione una società che spesso ci dice cosa e come dovremmo essere invece di spingerci ad essere ciò che siamo.

Come ho detto, ho raggiunto un equilibrio, ma è tuttavia un equilibrio chimico, dinamico e in continua evoluzione. Se adesso il mio equilibrio è basato sulla discrezione forse presto non sarà così. Chissà, magari raggiunta una maggior stabilità vorrò urlare al mondo il mio amore o la mia passione, vorrò baciare il mio ragazzo alla luce del sole e vorrò poterlo fare in Italia, ma anche in Africa, in Russia o in Medio Oriente.

Per questo noi dobbiamo farci sentire, raccontare chi siamo e far capire al mondo che siamo una comunità fremente e ricca, da sempre esistita. Una comunità che nel tempo ha dato poeti, filosofi, scrittori e sultani, che però la storia ha dimenticato, una comunità che – a parte qualche vertice – vive nell’ombra, nella paura o nella vergogna.

L’Italia è il mio paese e qui ho trovato una libertà in crescita, che voglio però condividere: sapere che altri come me non possono vivere la stessa serenità e sono forzati a seguire un futuro plasmato dalla società o dalla cultura fa soffrire, e per questo sibilo dopo sibilo, parola dopo parola, urlo dopo urlo ci faremo sentire e ci faremo accettare, e riusciremo a conquistare quei diritti e quella libertà che ci spetta in quanto esseri umani, al di là della fede, della cultura o della quantità di melanina nella pelle.

Quella libertà, se non sarà nostra, sarà delle generazioni a venire grazie ai passi che stiamo iniziando e che si fanno sempre più numerosi, luminosi e rumorosi.

 

Z.
testimonianza raccolta da Anes
©2017 Il Grande Colibrì

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