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L’omosessualità è stata decriminalizzata a Hong Kong nel 1991, prima del passaggio sotto la sovranità cinese: oggi nella città è presente una scena LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) piuttosto viva e si tiene ogni anno un Pride. Eppure le unioni civili non sono ancora riconosciute. E questo, ovviamente, porta dei disagi alle persone interessate, come il vedersi negare il diritto all’assegnazione di un alloggio pubblico o ai benefici sulla pensione del partner.

Due cause

Per ovviare a questi ostacoli, due omosessuali di Hong Kong hanno deciso di promuovere altrettante cause per riuscire a modificare la definizione legale di “matrimonio” dall’attuale “unione di un uomo e una donna” a “unione di due persone”. Per i due uomini, il divieto di matrimonio tra persone dello stesso sesso violerebbe il principio dell’uguaglianza tra tutti i cittadini contenuto nella costituzione della città.

Negli ultimi anni, Hong Kong ha visto moltiplicarsi il numero di cause giudiziarie che riguardano i diritti delle persone LGBTQIA, ma questo è il primo caso nel quale il fine della causa è dichiaratamente quello di ottenere un riconoscimento legale delle unioni tra persone dello stesso sesso. Secondo Doriane Lau, ricercatrice di Amnesty International, “è deplorevole che ci sia bisogno di portare avanti sempre nuovi casi giudiziari affinché il governo sia costretto a far terminare questa discriminazione nei confronti di queste coppie”.

Una promessa

Comunque nel settembre del 2018 il governo locale aveva annunciato che avrebbe riconosciuto le unioni civili contratte all’estero in materia di riconoscimento dei visti. La decisione è merito di una donna inglese alla quale non era stata riconosciuta l’unione con la sua compagna hongkonghese e quindi non era stato rilasciato il visto spettante ai coniugi dei cittadini della regione speciale. La donna aveva fatto causa e aveva vinto il processo.

Alessandro Garzi
©2019 Il Grande Colibrì

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