“Quando mia madre ha saputo che sono HIV-positivo, mi ha detto che la colpa di tutto era solo mia e che questa è la malattia degli omosessuali”. A parlare è Ibrahima, un giovane studente di 28 anni che ha accettato di raccontare le sue vicissitudini a Radio France Internationale. Nato e cresciuto a Rufisque, una città senegalese non lontana dalla capitale Dakar, scopre la sua sieropositività al test HIV durante un controllo di routine all’ospedale locale. “Appena l’ho saputo, ne ho parlato subito a mio fratello. All’epoca noi due eravamo legatissimi e io di lui mi fidavo ciecamente”.
La speranza di aver trovato un confidente discreto e silenzioso ha però vita breve: di lì a pochi giorni la madre di Ibrahima viene informato di tutto ciò che lo riguarda. E, com’era purtroppo prevedibile, la sua reazione risulta essere tutt’altro che aperta e tollerante. “Nel corso della discussione mi ha anche detto che preferirebbe di gran lunga vedere un omosessuale morto piuttosto che averlo nella sua famiglia” spiega il giovane con tristezza. Mentre parla stringe tra le mani un piccolo taccuino dove ha raccolto i passi salienti della sua vicenda. Al giornalista che gliene chiede conto, spiega che l’ha fatto per riuscire a trovare un po’ di sollievo e per riuscire a sfogarsi.
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Obbligati al silenzio
Non è facile far valere i propri diritti in una società che considera l’omosessualità un atto impuro. In base al codice penale dello stato africano, le persone accusate di “atti contro natura” rischiano fino a cinque anni di carcere. Non solo: oltre alla prigione, un altro enorme pericolo è costituito dalle reazioni di conoscenti e familiari. “Se si venisse a sapere che sono gay la mia vita diventerebbe un inferno – sottolinea amaramente Samir, che per evitare pestaggi e persecuzioni ha deciso ormai da diversi anni di mantenere segreto il suo orientamento sessuale – Devo nascondermi e dovrò continuare a farlo sempre, anche se è qualcosa di insopportabile”.
L’unica alternativa al silenzio è purtroppo l’esilio. Lo sa bene Djamil Bangoura, attivista e presidente di Prudence (Prudenza), un’associazione nata per offrire aiuto e sostegno alle persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex, asessuali), che a causa del suo impegno e della sua coraggiosa lotta a favore dei diritti delle minoranze sessuali è stato più volte costretto a lasciare il suo paese per sfuggire alle persecuzioni. “Il problema principale non è lo stato – riflette Bangoura – Il problema principale è la società senegalese, che ci ha abbandonato”.
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Un percorso ancora lungo
La speranza che il paese africano diventi un luogo più aperto e accogliente nei confronti della comunità LGBTQIA è per il momento un desiderio molto difficile da realizzare. Gli sforzi degli attivisti, così come quelli della comunità internazionale, sono serviti a ben poco e nessuno sembra davvero disposto a credere che le cose un giorno potranno cambiare. “La tolleranza finisce dove l’omosessualità comincia – afferma Bangoura sconfortato – A oggi non so se arriverà mai il giorno in cui nel mio paese le minoranze sessuali saranno accettate. Allo stato attuale, questo per me è solo un sogno”.
Le parole del ministro della giustizia Malick Sall, che ha definito assolutamente impensabile l’idea di depenalizzare l’omosessualità in Senegal, non lasciano purtroppo molto spazio alla speranza. Ora più che mai, la strada da fare sembra davvero lunga e quasi interminabile.
Nicole Zaramella
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