In questi giorni si discute molto intorno a temi come la proposta di legge contro l’omobitransfobia, la “sanatoria” prevista per i migranti, l’emergenza sanitaria e la crisi economica che sta avendo conseguenze molto serie sulla vita delle persone, molte delle quali hanno perso il lavoro e non riescono a far fronte alle necessità quotidiane. Innanzitutto, credo sia importante sottolineare che quello di cui si sta parlando riguarda la legge e i diritti fondamentali di tutti gli esseri umani. Non stiamo parlando di cultura e tradizione; stiamo parlando di persone.
Oggi in Italia la situazione di un immigrato appartenente alla comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex, asessuali) è paragonabile a una zona grigia: è come se quella persona fosse costretta a trovarsi in un angolo buio o in una strada senza uscita. Non è un mistero che un migrante LGBTQIA emigra perché nel suo paese di origine è vittima di discriminazioni. Nella stragrande maggioranza degli stati africani, per esempio, l’omosessualità è considerata un crimine punibile con la galera o, addirittura, con la pena di morte.
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Percorsi tortuosi
La situazione non è del resto molto migliore in Europa, dove la persona migrante deve affrontare un percorso lungo e tortuoso per riuscire a integrarsi, a trovare una casa e un lavoro sicuro, in mancanza del quale diventerebbe un irregolare. La situazione di un immigrato LGBTQIA in Italia è piena di dolore e sofferenza ed è spesso segnata dalla difficoltà di accettare la propria sessualità, dalla nostalgia per il proprio paese d’origine e dal timore di non poter provvedere a se stess@ in maniera autonoma. Il “trucco” allora è lavorare, lavorare sempre, accettando qualsiasi offerta pur di ottenere un contratto che permetta di rinnovare il permesso di soggiorno.
Un altro grave problema è quello che affligge le persone di origine straniera nate in Italia, ma che fino ai 18 anni sono di fatto prive della cittadinanza italiana. A casa in un modo, a scuola in un altro. In famiglia si parla una lingua, l’arabo per esempio, e con gli amici invece si parla in italiano. Nelle famiglie musulmane, poi, il venerdì si va in moschea per la preghiera del mattino, le donne con il velo da una parte e gli uomini da soli in un’altra stanza. È un concetto che ci viene insegnato fin da piccoli: ragazzi e ragazze devono rimanere separati, non giocano e non studiano insieme.

Separati in moschea
In moschea per la preghiera del venerdì si entra separati, e la stessa cosa succede anche nel caso di matrimoni e funerali. Nella mia memoria è ancora vivo il ricordo di un episodio della mia infanzia, quando ancora non portavo il velo e mio padre mi accompagnò nella grande moschea di Hassan II, a Casablanca, in Marocco. La prima cosa che bisogna fare prima di poter accedere al luogo di culto è il lavaggio rituale atto a purificare il corpo e l’anima prima della preghiera. In ragione di questo, io e papà siamo passati dal bagno degli uomini e solo successivamente siamo entrati nella sala grande insieme agli altri uomini disposti dietro all’imam per la preghiera.
All’epoca ero piccola, ma ricordo bene che trovarmi a pregare senza il velo insieme a tutti quegli uomini mi è sembrato fuori luogo, imbarazzante, e mi ha molto intimidita. A posteriori, credo che sarebbe forse più pratico e semplice decidere di fare una preghiera “mista”, che dia la possibilità a maschi e femmine di pregare nella stessa stanza. Purtroppo per me, so già che questo è un desiderio quasi impossibile da realizzare vista la forte suddivisione dei generi nei luoghi e negli spazi comuni della comunità araba.
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Cous cous e Ramadan
Tornando alle tradizioni della preghiera del venerdì, posso dirvi che dopo il rito cerimoniale si mangia il cous cous a pranzo.
Per l@ ragazz@ italian@ è diverso: le persone credenti e praticanti vanno a messa la domenica, mentre il venerdì frequentano regolarmente la scuola. Si tratta ovviamente di una scelta come tante altre: i musulmani hanno scelto il venerdì come loro giorno di preghiera, così come gli ebrei hanno scelto il sabato, i cristiani la domenica e i buddisti il resto della settimana.
Della tradizione araba fa ovviamente parte anche il Ramadan, il mese sacro dei musulmani. Secondo la tradizione, il Ramadan, che dura trenta giorni e segue il calendario arabo lunare, è il mese dedicato alla purificazione del corpo e dell’anima. Cibi e bevande non vengono consumati dall’alba fino al tramonto, si offre assistenza alle persone povere e bisognose. Solitamente, una persona italiana di origini arabe vive e segue in tutto e per tutto le tradizioni tramandategli dalla sua famiglia.

SOS adolescenza
Nei primi anni dell’infanzia le differenze tra un bambino italiano di origine italiana e un bambino di origine straniera nato in Italia non si notano molto, anche perché i bambini non sono come gli adulti, non hanno pregiudizi legati alla religione, al colore della pelle, alla provenienza o all’orientamento sessuale. I bambini quando sono piccoli giocano tranquillamente insieme senza fare distinzioni.
I problemi semmai emergono con la crescita, quando da adolescenti si comincia a sentire il bisogno di parlare del proprio orientamento sessuale e/o della propria identità del genere con la sua famiglia e con i suoi amici. Non è una scelta facile, e diventa ancora più complessa quando a essa si sommano le difficoltà di identificarsi in una determinata identità nazional-culturale. Nessuno può prevedere come reagirà la persona coinvolta, diciamo che molto dipenderà dalla “casella giuridica” in cui la società in cui vive l’ha inserito!
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Proteggere tutti
Certo è che, purtroppo, talvolta le famiglie d’origine non aiutano i loro figli a comprendere e a parlare liberamente del loro orientamento sessuale e/o della loro identità di genere, ma anzi in alcuni casi li costringono a fare ritorno nel paese di provenienza dei genitori obbligandoli magari a sposare una persona del sesso opposto. A me questa non sembra una soluzione al problema, ma piuttosto una punizione per “sistemare” le cose! Un po’ come dire che non abbiamo il diritto di scegliere la nostra metà della mela!
A questo punto, dunque, io mi chiedo: dove sono i servizi sociali? Perché non intervengono quando un padre decide di portare sua figlia nel proprio paese di origine solo perché ha scelto di avere una relazione con un ragazzo italiano o per questioni legate al suo orientamento sessuale? A mio avviso l’Italia dovrebbe proteggere i suoi cittadini, siano essi di origine italiana o anche straniera. D’altra parte, la cultura araba guarda alla massa piuttosto che al diritto e alla libertà del singolo individuo. Per gli immigrati e i cittadini italiani di origine straniera di seconda generazione appartenenti alla comunità LGBTQIA è tutto ancora più difficile: se la legge non ti protegge rischi di rimanere intrappolato in una situazione in cui sei privo di diritti e di qualsiasi libertà sessuale.
H.M.
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