Seconde generazioni LGBT – La madre, la sorella e la figlia

una donna maghrebina in una foto pittorica

Noi, che prima di essere immigrati e seconde generazioni LGBTQIA, cresciuti o nati in Italia, siamo soprattutto cittadini che si riconoscono in più identità e nei diritti civili. Noi, cittadini che vogliamo uscire dall’immobilismo culturale e religioso delle nostre comunità di appartenenza, per accendere, come una torcia, un dibattito su laicità, ateismo, omosessualità e diritti civili. Noi, cittadini che ci siamo ricercati due volte. Noi, generazione liquida. Noi, che proveniamo da paesi in cui l’omosessualità e l’allontanamento dalla religione dei propri genitori è reato. Noi, al margine del dibattito. Noi, doppia minoranza che guardiamo lontano, oltre il coraggio. Parlare di noi sarà lo sgarro verso chi fa finta di non vederci e il web sarà il luogo della nostra primavera. Raccontiamoci! Sveliamoci! Partiamo dalla parola. Da noi.

Se chiudi gli occhi con me puoi vederla, in piedi, mentre cucina con il vestito a fiori blu e il velo ben stretto a tenerle insieme la massa di corposi capelli neri e lunghi. La puoi vedere nella cucina dalle pareti del colore del cielo, prima che faccia notte. Prima che tutto diventi oscuro.
La mia infanzia posso descriverla attraverso quelle pareti. Tanto blu da essere brillanti con il sole ed essere acque scure con il calare delle tenebre.

Quando parlo di mia madre per la prima volta a qualcuno solitamente la descrivo così: mia madre è matta e sorda. Matta e sorda nel vero senso della parola, probabilmente sin dall’infanzia. Ed è questo che la rende speciale, questo che mi porta ad amarla più di ogni altra cosa. Il nostro amore è ed è stato un amore tormentato. L’ho odiata e amata con violenza, l’ho evitata, mi sono nascosta e poi scoperta. L’ho punita per avermi fatta simile a lei, matta quanto basta per giocare a campana sul ciglio del baratro e sorda abbastanza da non sentirne i richiami. L’ho punita per avermi generato dal suo grembo e alla fine l’ho benedetta con un bacio leggero sulle palpebre quando è rientrata dal hajj, il pellegrinaggio più importante per un musulmano. L’ho perdonata e forse mi sono perdonata un pochino anche io.
Se mia madre non fosse folle: folle come musulmana, folle come madre, folle come figlia, come moglie, come sorella, come essere umano, forse non potrei dirmi libera oggi.
Si chiama Fatna. È un vecchio nome arabo e non le si addice proprio, perché è rimasta bambina, come tutte le donne arabe delle periferie del Maghreb cresciute a pane e tradizione.

Ciclicamente mi capita di impazzire. Giuro. Credo derivi un po’ dalla mia infanzia e un po’ da questo ponte tra due realtà e due culture, che per me è stato sempre una crepa, quasi una spaccatura. Il più delle volte potrei definirla una ferita aperta e fastidiosamente sanguinante. Lo puoi percepire ogni volta che, banalmente, devi spiegare il significato di una parola araba o in dialetto e non ne esiste una italiana che possa tradurne l’essenza. Puoi percepire questa crepa anche nei tuoi sogni e nel suono dei tuoi pensieri. In che lingua pensi? In che lingua sogni? Con quale anima vivi? E ancora, la domanda più importante di tutte quante: con che lingua ami l’anima dell’Altro?

Ora chiudi gli occhi. Ti va di fare un gioco?
Respira profondamente e immagina d’adagiarti sul grande letto matrimoniale dei miei genitori. I cuscini sono a fiori e davanti al letto c’è un grande cassettone e uno specchio in arte povera. Frammenti di versetti del Corano sono incollati alle pareti e una stella è disegnata con il dito zuppo di hennè sul muro bianco. La chiamano superstizione, in realtà è fede, ed è forte. Così forte da trasformare madre in figlia e viceversa. Così forte da fondersi con l’amore e creare un intricato disegno di sgarri e abbracci, di lacrime e legami che superano qualsiasi cosa, anche la parola di Dio.
Guardati intorno. Hai visto che disordine in questa stanza? Sappi che non è più la stanza dei miei genitori. Nessuno dei due ci dorme da anni. È il letto di mio fratello ora, ma diventa il mio quando torno a trovarli. Sono sempre stata la preferita di entrambi. La loro ultima speranza.
Alle volte, quando sono in questa casa, non dormo per giorni, come se le lenzuola di quel letto dimenticato mi intrappolassero corpo e anima, come se qualcosa mi stesse soffocando. Una sofferenza. Una verità, o forse più d’una.
Le sofferenze, come le verità, possono essere infami, perché la maggior parte delle volte si trasformano in un labirinto dove ci si perde e non c’è nessun filo a brillare nel buio, soprattutto se il buio lo hai nel profondo degli occhi.

Le mie follie non sono solo cicliche, ma somigliano a un frutto. Maturano con il tempo, con l’arrivo del caldo e alle volte anche con il freddo. Con l’arrivo di qualche consapevolezza nuova.
Queste consapevolezze sono un regalo. Sono lo scalino verso il mio paradiso di elevazione personale. Sono parte dell’evoluzione della mia anima. Sono l’albero da cui cadono i frutti della conoscenza. Bisogna solo stare attenti quando il frutto cade perché potrebbe colpirti in testa e farti scordare chi sei.
Il peccato originale credo sia questo: scordarti di chiederti chi sei.

Ritorniamo nella stanza ora.
Se potessi respirare, se potessi respirarla, la stanza, ti darebbe aria, ma devi accontentarti di tenere la finestra aperta e respirare con il mondo.
Anche mia madre respira con te. Se ne sta seduta sul ciglio del grande letto matrimoniale a guardarti e ascoltarti mentre le racconti dei tuoi pensieri. Sono e sono sempre stati pensieri ristretti. Senti che stringono ovunque?
Sai perché non indosso molto spesso bracciali e neppure collane? Per non sentirmi costretta e, quando ne ho preso atto, finalmente mi sono liberata di tutto quello che potrebbe opprimermi.
Quel giorno di cui ti stavo raccontando, sul vecchio letto abbandonato, con mia madre, è stato il giorno in cui spezzandole il cuore l’ho resa più forte. L’ho resa quello che desideravo fosse, una madre, nonostante la pazzia. L’ho voluta responsabilizzare di fronte alla mia identità. L’ho guardata, arrabbiata e spaventata, e le ho detto io sono questa, prendere o lasciare. 
”Non ho bisogno di un uomo che si prenda cura di me”: queste sono state le esatte parole, e ho aggiunto: “Sto già con qualcuno e quel qualcuno è una donna”.
Sarò sincera, è stato difficile. È stato difficile comunicare a mia madre questa cosa per tanti fattori. È stato difficile perché avrei voluto ci fossero dei vocaboli adatti per la situazione, per il contenuto, per la sua importanza. Avrei voluto poterle trasmettere da cuore a cuore che il mio problema non è mai solo stata l’università, il lavoro, gli uomini, mio padre, la mia infanzia e altre mille cose in cui lei cerca la risposta della mia strana, e per lei incomprensibile, sofferenza interiore. Avrei voluto dirle e vorrei dirle che la mia sofferenza è sempre derivata dal sapere chi sono, dal volermi conoscere liberamente, ma dal sentirmi sempre e irrimediabilmente sbagliata, in trappola, e in colpa.

Alle mie poche parole mia madre ha reagito allontanandosi zoppicando, forse anche piangendo, e mi è sembrata così piccola. Si è coricata in sala e mi ha pregato di andarmene.
“Non posso accettarlo, questo proprio no” ha detto con le labbra rigide e gli occhi smarriti. Mia madre m’è sempre parsa una tempesta. Sul suo volto possono passare in pochi secondi tante di quelle espressioni, quasi da spaventare. E il velo che porta enfatizza ancora di più questo turbinio stretto in un ovale.
Quel giorno, ad ogni modo, mia madre è sbiancata e sembrava non volesse lasciare che le espressioni prendessero il sopravvento. Forse in lei qualcosa si è spezzato e non voleva spezzarsi anche fuori, almeno non davanti a mio padre.
Ha provato a cacciarmi di casa, probabilmente ha provato anche a strapparmi dal suo cuore, ma non c’è riuscita. O forse non ha voluto.

Mia sorella è stata preziosa quel giorno. Lo è stata come può esserlo una sorella che è stata anche madre durante la mia infanzia. Lo è stata anche se tutto questo sicuramente le ha creato e le crea sofferenza. Forse sono stata prepotente ed egoista. L’ho pensato spesso in questi mesi, l’ho pensato tanto anche mentre scrivevo e riscrivevo questo pezzo, ma sono giunta a una conclusione, che indirettamente mi ha suggerito proprio lei, mia sorella. Forse ho scelto la strada più difficile, ma sicuramente il panorama sarà da togliere il fiato.

 

Sàida
©2017 Il Grande Colibrì

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