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In tutto il mondo le minoranze sessuali partecipano a una commedia tragico-romantica. Sono passati 40 anni da quando Judith Butler concepì per la prima volta il genere come una performance… eppure la lotta per i diritti delle persone omosessuali, i suoi teatri politici a Mosca o Washington, i suoi rivali in costume a Varsavia o alla Mecca, hanno seguito un pericoloso copione sull’amore.

Circondati da hashtag come #LoveWins (L’amore vince) o #LoveIsLove (L’amore è amore), i diritti LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) potrebbero finire come le tragedie greche. “Antigone”, ad esempio, potrebbe essere letta come un ammonimento sulla combinazione letale tra amore e diritti: nessuno crede all’appello dell’eroina della tragedia a favore del diritto di suo fratello di essere sepolto. Perché? Perché non può essere obiettiva a causa dell’amore che prova per la sua famiglia.

Anche le persone LGBTQIA attiviste e le famiglie che hanno costruito sono state ridotte a eroine romantiche che possono persuadere, ma mai convincere. La persuasione è un gioco scorretto nell’agorà: la regola è che la politica si fonda sulla mente, non sul cuore. Lasciamo l’amore a Sofocle, non a Socrate; ai drammaturghi, non ai filosofi.

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La mia tesi sul pericolo di usare l’amore in politica non è nuova. Hannah Arendt, una politologa tedesca di famiglia ebraica, nel 1961 ha indirizzato una lettera affascinante a James Baldwin:

Ciò che mi ha spaventato nel tuo saggio è stato il vangelo dell’amore che inizi a predicare alla fine. In politica l’amore è un estraneo, e quando si intromette non si ottiene nient’altro che ipocrisia. Tutte le caratteristiche che sottolinei nel popolo nero (la sua bellezza, la sua capacità di gioire, il suo calore e la sua umanità) sono caratteristiche ben note di tutte le persone oppresse. Nascono dalla sofferenza e sono la proprietà di cui sono più orgogliosi tutti i paria. Sfortunatamente, non sono mai sopravvissute all’ora della liberazione nemmeno per cinque minuti. L’odio e l’amore stanno insieme e sono entrambi distruttivi: te li puoi permettere solo in privato e, come popolo, solo finché non sei libero“.

Ecco la profezia di Hannah Arendt: un giorno, quando i successori di James Baldwin scandiranno con empatia “Black Lives Matter” (Le vite nere contano), il primo dei figli d’America, l’anziano geloso, si alzerà e li rimprovererà: “No, All Lives Matter” (Tutte le vite contano). Torniamo al dramma familiare di Antigone: prima di poter dibattere dei diritti e delle disuguaglianze strutturali, scivoliamo in un abisso in cui ci curiamo dei cuori feriti e non delle fallacie logiche.

Un colpo di scena

La lotta per i diritti delle persone omosessuali, più recente di quella che l’ha preceduta per l’uguaglianza razziale, ha raggiunto la stessa impasse. Se lanciamo slogan in nome dell’amore, quando la legge garantisce nuove libertà sessuali, nelle parate dei Pride o nei filtri dei social media, non è solo l’amore a vincere. Anche l’odio fa una piccola vittoria, di nascosto salta sul carro che allegramente ci lasciamo alle spalle. Finché continueremo a inquadrare il movimento come una lotta per l’amore, non interromperemo mai il ciclo dell’odio: un bello spettacolo ha bisogno di buoni e di cattivi. Dobbiamo quindi cambiare costume, riavviare un dibattito neutrale sui diritti delle persone LGBTQIA, come si discute del programma di ristrutturazione di un edificio.

Siamo noi per primi che dobbiamo strappare il copione romanzato. Perché senza di esso, i nostri nemici disorientati dovranno improvvisare. Non potranno più seguire passivamente i desideri del regista. Anche l’omofobia è una messinscena. Solo attraverso un colpo di scena, che dobbiamo orchestrare noi, possiamo spingere chi si oppone alle minoranze sessuali a sottrarsi al proprio ruolo e a pensare e scegliere autonomamente. Solo allora saremo tutti accolti nell’agorà.

Rayyan Dabbous per Medium
traduzione di Pier Cesare Notaro
©2020 Medium / Il Grande Colibrì
immagini: elaborazioni da Pxfuel (CC0)

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