Un’indagine svolta da ESG Research per Credit Suisse ha analizzato i risultati di 350 aziende che adottano una linea più inclusiva nei confronti delle persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) e ha rivelato che queste aziende hanno ottenuto risultati decisamente superiori alla media del mercato nell’ultimo anno. Uno dei fattori che può avere portato a questi risultati è il fatto che il 72% delle persone che si considerano “alleate” delle minoranze sessuali dichiara di accettare più volentieri un posto di lavoro nelle aziende più inclusive, che quindi hanno potuto portare al proprio interno personale più qualificato.
Eugène Klerk, a capo di ESG Research, ha affermato: “Dal nostro punto di vista, il bisogno delle aziende di assumere un approccio più LGBTQIA-friendly è ovvio. I consumatori LGBTQIA costituiscono tra il 5% e il 10% della popolazione, e stimiamo che la spesa in beni di queste persone possa valere 5.600 miliardi di dollari”. Credit Suisse puntualizza, comunque, che lo studio non vuole affermare che il fattore primario del successo di queste aziende sia stato per forza l’inclusività delle persone LGBTQIA, ma in ogni caso questo tipo di aziende ha avuto performance migliori.
È importante notare è che il 90% delle aziende prese in esame da ESG Research ha sede nei paesi dell’America settentrionale e che i settori più rappresentati sono quello finanziario e quello tecnologico. Un altro studio, pubblicato recentemente dal settimanale The Economist e sponsorizzato da imprese come Barclays, Manulife e Nomura, ha evidenziato infatti una realtà abbastanza diversa nelle aziende dei paesi asiatici (Cina continentale, Hong Kong, India, Indonesia, Giappone, Singapore e Taiwan).
Resistenze culturali
Le aziende asiatiche prese in esame sono più reticenti ad affrontare temi sociali, soprattutto nei paesi dove questo potrebbe diventare un problema (si pensi al forte controllo dell’autorità in Cina o alle pressioni sociali in India e religiose in Indonesia).
E così, per esempio, il 40% delle persone intervistate, scelte tra coloro che svolgono lavori dirigenziali nelle aziende, ha dichiarato che essere “out” sul posto di lavoro potrebbe essere un ostacolo dal punto di vista della carriera, contro l’11% che lo riterrebbe un vantaggio. Inoltre, il 57% di loro non vede all’orizzonte la possibilità di un miglioramento dell’inclusività all’interno delle aziende.
L’idea che il posto di lavoro dovrebbe essere un luogo per lo sviluppo personale o uno “spazio sicuro” dove le persone possano esprimersi liberamente, da quanto emerge dallo studio, è ancora qualcosa di alieno a molte aziende asiatiche. Questo potrebbe essere dovuto anche alla mancanza di figure imprenditoriali e dirigenziali molto note che abbiano dichiarato la propria appartenenza alla comunità LGBTQIA.
Esistono ancora, nelle aziende come nella politica, resistenze (o peggio) riguardo all’inclusione delle minoranze sessuali nel mondo del lavoro e nelle società, nonostante diversi studi in materia dimostrano che liberare certe energie non solo è un fattore di progresso dal punto di vista umano, ma è anche economicamente remunerativo. L’economista americana Lee Badget, ad esempio, ha quantificato all’1% del prodotto interno lordo nazionale il costo delle politiche omofobe e intolleranti.
Alessandro Garzi
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